Massimo Mucchetti, Sette 31/8/2012, 31 agosto 2012
CREIAMO L’ALBUM DEGLI OPINION MAKER [A
proposito di patrimoniale, per chi (dalle prime pagine dei giornali) forma l’opinione pubblica ci vorrebbe un supplemento di informazione] –
Imposta patrimoniale sì, imposta patrimoniale no. La discussione è tornata a infiammarsi in agosto. E anche questa volta non è accaduto perché siano mancati altri argomenti. La ragione è presto detta: lo spread tra i nostri Btp e i Bund tedeschi è sempre lì, sul 4,5%. Troppo, se si guarda ai riflessi che ha sul costo del denaro per le imprese rispetto alla concorrenza estera. E troppo anche per pensare di abbattere l’incidenza del debito pubblico sul Prodotto interno lordo dal 125% al 60% con la mera crescita. Per riuscirci, ci vorrebbero 20-22 anni di crescita media nominale del Pil al 3,5% (con inflazione sempre non oltre il 2%) e un debito pubblico che resta sempre fermo in cifra assoluta. Naturalmente non ci vorrebbe mai, per 20-22 anni, un’emergenza esterna di qualsiasi genere.
Tagli rapidi. Chi ritiene improbabile un simile scenario si scervella su come infliggere al debito pubblico un taglio importante e rapido: se ci si possa arrivare vendendo beni demaniali e partecipazioni in aziende pubbliche o se si debba procedere a forme di consolidamento di parte del debito garantita dal privilegio sulle entrate fiscali future ovvero se ci si debba rassegnare una tantum a qualche forma di imposta patrimoniale massiccia.
Schierarsi pro o contro la patrimoniale è certo un tema delicato. I politici se la giocheranno come credono. Le elezioni si avvicinano. Ma per coloro i quali, dalle prime pagine dei giornali, formano l’opinione pubblica ci vorrebbe un supplemento di informazione. Il parlamentare ha l’obbligo di dichiarare al Parlamento redditi e patrimonio. Il dirigente pubblico deve fare altrettanto on line, perché così volle, a ragione, l’allora ministro Brunetta. Ebbene, perché l’opinion maker, che spesso conta di più di un peone di Montecitorio, non dovrebbe offrire analoghe informazioni? Basterebbe un albo, tenuto dall’Ordine dei giornalisti e consultabile on line.
Come scrisse a suo tempo il banchiere Pietro Modiano, la Grande Crisi chiama le classi dirigenti, e abbienti, a fare qualcosa per il Paese che loro consente di essere e di avere. Come ha spiegato l’economista Fulvio Coltorti, la quota di ricchezza dell’1% più ricco sul totale nazionale è molto cresciuta anche in Italia. Naturalmente, nessuno avrebbe il diritto di collegare la singola alzata di scudi alla difesa di interessi personali. Il confronto delle idee prescinde da basse sospettosità. Ma dall’analisi incrociata dell’albo e degli editoriali, gli studiosi di sociologia dei media potrebbero ricavare delle costanti statistiche interessanti. © riproduzione riservata
Numeri a confronto
Percentuale delle grandi banche che hanno fatto profitti
54 per cento
banche asiatiche nel 2011
9,7 per cento
banche europee nel 2011
Quota della Banca d’Italia nella Bce
12,5per cento
19 per cento
banche asiatiche cinque anni fa
48 per cento
banche europee cinque anni fa
Della banca nazionale finlandese
1,2
per cento