Marco Belpoliti, l’Espresso 31/8/2012, 31 agosto 2012
SERVIRE IL POPOLO [È
figlio di una famiglia aristocratica, il romanziere egiziano, Ala Al-Aswani. Ma qui spiega che lui scrive per la sua gente ] –
Il dottor Ala al-Aswani ha lo studio di dentista in via el-Diwan a Garden City, un elegante quartiere dell’inizio del Novecento, dove un tempo abitava la borghesia ricca del Cairo. Mi riceve alle 22. Suppongo che durante il giorno lavori con il trapano, aprendo la bocca dei suoi clienti, mentre la sera accoglie i giornalisti, in particolare stranieri. Al-Aswani non è solo il più celebre scrittore egiziano contemporaneo (in Italia pubblicato da Feltrinelli), ma anche un uomo impegnato nella lotta politica. Ha scritto, prima e durante la rivoluzione, sui giornali del suo Paese articoli duri contro Mubarak, contro i militari e critici con i Fratelli musulmani.
Partiamo dal rapporto tra letteratura e politica. Nella prefazione di "Se non fossi egiziano", libro che contiene anche il suo primo romanzo bocciato dalla censura ai tempi del regime, Al-Aswani mette in guardia i lettori richiamandosi al cinema, al telone bianco e alla scena del treno che arriva in stazione, per dire che si tratta di una finzione e non di qualcosa di reale; pertanto i giudizi espressi sull’Egitto dai suoi personaggi non sono le opinioni dell’autore. Gli domando perché ha deciso di uscire dal telone e intervenire direttamente sulla realtà. Risponde che ha sempre percepito la scrittura come un impegno verso la società ma che non intende far politica. I suoi esempi sono Camus, Sartre, García Márquez. Aggiunge: «Separare letteratura e società non ha senso. Non ho intenzione di ricoprire un incarico politico; scrivere romanzi di successo è meglio che fare il premier. Mesi fa mi avevano chiesto di assumere l’incarico di ministro della Cultura, ma ho rifiutato. Ho partecipato alla rivoluzione di gennaio perché era necessario esserci, ma appena l’Egitto diventerà un Paese democratico smetterò questo impegno diretto. Il mio posto è comunque tra la gente. Questo fa il romanziere: sta con il popolo, e la letteratura è per me una difesa dei valori umani».
Quando stava scrivendo "Palazzo Yacoubian", il suo libro più bello e famoso (ha venduto in Egitto un milione di copie suscitando un dibattito intorno al tema dell’omosessualità e alle figure poco timorate di Dio presenti nel romanzo), il dottor Al-Aswani passava le notti nelle vie del Cairo, parlando con le persone, documentandosi sulla loro vita, e arrivava in studio direttamente dai tavolini dei caffè. Ma lo scrittore non è forse portatore di un punto di vista individuale? E il suo genio letterario che fine fa? «C’è sempre. Rispettare le scelte del popolo non vuole dire sentire sempre le stesse cose, a volte il mio modo di vedere è in contrasto con quello del popolo. Comunque l’esempio l’ha dato la rivoluzione: la reazione del popolo è stata in anticipo e più profonda di quella degli intellettuali. Sa perché Morsi, poche settimane fa ha vinto le elezioni presidenziali? È semplice: milioni di persone hanno votato per lui non perché affiliate ai Fratelli musulmani, ma per non permettere al candidato dei generali di vincere, mentre il ceto intellettuale ha annullato la scheda». Ma quello che lei dice riguardo all’ascolto del popolo, vale solo per quello egiziano o in generale? Al-Aswani, che indossa un completo grigio e siede al tavolino di marmo del suo piccolo studio composto di due sole stanze, mi guarda con curiosità, e con la gentilezza di un maestro elementare che spiega e rispiega: «Vale per tutti i popoli della terra. La letteratura è fiorita quando lo scrittore viveva tra la gente. Almeno fino a Márquez questo è stato vero. Le scuole di scrittura letteraria sono un’invenzione posteriore e hanno separato lo scrittore dalla gente». E il caso Céline? Era uno scrittore di grande talento, ma per nulla democratico, anzi. «Céline è importante, ma rimane il fatto che se lo scrittore distrugge il contatto con la gente, non riuscirà a fare opere immortali. Lo scrittore deve amare la sua gente per poter parlare. Dostoevskij in "Ricordi della casa dei morti", libro nato dalla sua deportazione in Siberia, illustra la vita dei criminali dal di dentro, in modo partecipe, anche se non è un delinquente, ma un deportato dello zar».
E così torniamo a parlare dell’Egitto: è la religione islamica a fare degli egiziani un popolo? «Gli egiziani esistono da sessanta secoli, di cui solo quindici sono arabi; gli altri sono segnati dai faraoni, dal cristianesimo copto. Non è la religione a formare l’unità del popolo egiziano, o almeno non solo quella. La nostra religione islamica nella forma che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli è tollerante, abbiamo ospitato in Egitto tutte le religioni del mondo, a partire da quella ebraica e cristiana. Gli ebrei egiziani hanno partecipato alla rivoluzione del 1919, quando abbiamo ottenuto l’indipendenza». Riflette e prosegue: «Venti anni fa ho letto tutti e tre i testi fondanti delle religioni del Libro: Bibbia, Vangeli, Corano. Se togliamo il fatto trinitario del cristianesimo, dicono le stesse cose. E allora perché le guerre di religione? Dipende dall’interpretazione dei testi sacri, come sta accadendo da noi, ora, sotto l’influenza dei wahabiti. All’inizio del Novecento, con questa interpretazione originata nei Paesi della Penisola arabica, tutto è cambiato: l’Islam è interpretato come antitetico alla libertà personale; ma la stessa cosa possiamo dire è avvenuta nel cristianesimo con le Crociate indette dalla Chiesa».
Da tempo Al-Aswani ha messo in guardia contro quella versione dell’Islam che si accanisce contro le donne e la libertà d’azione dei singoli. «Ecco», aggiunge, «Piazza Tharir, che è un grande incrocio di strade, è come Dio: ciascuno cerca la via che conduce a Dio e tutte queste religioni del Libro rispecchiano valori che solo Dio può giudicare; il pericolo arriva quando si pensa che una sola è la religione giusta». Prosegue: «L’Egitto ha una caratteristica particolare: vi vivono parecchie etnie. Inoltre la gente è mite, siamo moderati per natura. Quando gli egiziani litigano per strada, lo fanno in attesa di uno che arrivi a separarli; e poi siamo bravi nell’arte di arrangiarci. All’inizio del Novecento la religione non aveva qui un peso politico; la riforma religiosa aveva tolto il velo alle donne nel 1923 e nel 1934 avevamo cinque donne pilote d’aereo. Il vero problema è l’Islam politico».
Prima di congedarmi gli chiedo se sta scrivendo un nuovo libro, un romanzo o racconti. «Ho cominciato a scrivere un romanzo, ma poi con quello che è accaduto, mi sono interrotto. Ora spero di finirlo entro qualche mese. Parla dell’Automobile Club del Cairo, della classe dei servitori nubiani, dell’aristocrazia egiziana e degli stranieri che vivevano qui. Nel 1906 era arrivata la prima automobile e il meccanico del re era un italiano, la tecnologia era italiana». Gli faccio notare che anche "Palazzo Yacoubian" è ambientato in un edificio costruito da un armeno all’inizio del Novecento. Qual è il suo periodo storico ideale? «Non ce l’ho. L’epoca di Nasser, nonostante la mia famiglia, di estrazione alto-borghese, abbia sofferto parecchio, è stata una buona epoca. Nasser ha aiutato le classi popolari, ha fatto crescere l’alfabetizzazione. Certo, la sua eredità sono stati i militari». Mi accompagna alla porta. Sulla soglia mi dice, sornione, che se ho bisogno di cure dentistiche, posso anche ritornare dentro. Troppo tardi dottore, sarà per la prossima volta.