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 2012  settembre 04 Martedì calendario

METTI IL TURBO AL TUO CERVELLO


Certo, fare esercizi mnemonici è più utile che guardare i reality show, per esempio, ma il massimo che si può ottenere è un accesso più rapido a conoscenze sparpagliate nella corteccia cerebrale. Se le informazioni non sono già presenti, tutto l’esercizio del mondo non ti dirà come funziona la banca centrale americana, che cosa significano le Demoiselles d’Avignon di Picasso o perché Word ha appena crashato. Per non parlare di quel genere di informazioni che può migliorare sensibilmente la tua vita quotidiana: non sarebbe meraviglioso capire e ricordare di più quel che leggi e ascolti, acquisire nuove abilità per migliorare le prospettive di carriera (presentazioni PowerPoint animate!) e mettere insieme frammenti di informazioni per decifrare l’umore del tuo capo?
In effetti è quello che vogliamo un po’ tutti: conoscere di più, comprendere più a fondo, compiere balzi creativi, trattenere ciò che leggiamo, scorgere collegamenti invisibili agli altri; essere, per farla breve, più intelligenti. Con un cervello competitivo potremmo estrarre i dati più significativi del bilancio di un’azienda, accorgerci subito se uno del marketing o della pubblicità sta cercando di fregarci, capire gli studi di medicina relativi ai nostri acciacchi, cogliere l’importanza della crisi dell’euro per il nostro fondo pensione, e prendere decisioni più sagge sul lavoro, in amore e nella vita.
Mentre consultavamo le ultime ricerche di neurobiologia e scienze cognitive, ci è saltata all’occhio una scoperta del 2011: il quoziente d’intelligenza, ritenuto immodificabile dopo la prima infanzia, si può innalzare. E non di un punto o due. Uno studio rivoluzionario pubblicato di recente su Nature dice che il QI può salire vertiginosamente di 21 punti nel corso di quattro anni, o scendere di 18 punti.
Un QI più alto può garantirti l’ammissione al Mensa o il diritto di tirartela sui siti di incontri. Il QI, misurato tramite una serie di test che includono memoria, abilità spaziali, riconoscimento di simboli, fotografa un’ampia gamma di abilità cognitive, da quelle verbali a quelle analitiche. Una differenza di venti punti è “enorme”, secondo Cathy Price dello University College di Londra, che ha condotto la ricerca. «Passare da un QI di 110 a uno di 130 significa salire da “nella media” a “dotati”, e passare da 104 a 84 è scendere al di sotto della media». Il suo studio è stato condotto su un campione di ragazzi fra i 12 e i 20 anni, ma sulla base delle recenti scoperte circa la capacità del cervello di modificarsi - una proprietà definita “neuroplasticità” - e di creare nuovi neuroni ben oltre i 60 e i 70 anni, Price è convinta che i risultati valgano per tutti. «La mia ipotesi è che il risultato di un test d’intelligenza può cambiare sensibilmente anche in età adulta. Lo stesso grado di plasticità esibito dai giovani può durare tutta la vita».
Nel loro studio, Price e colleghi hanno dimostrato come i cambiamenti del QI siano legati a modifiche strutturali del cervello. Nel 39% dei soggetti il cui QI si è modificato sensibilmente, le risonanze effettuate prima e dopo il cambiamento mostrano una corrispondente alterazione nella densità e nel volume della materia grigia (il numero di neuroni), in una porzione della corteccia motoria sinistra che è attivata dalla nominazione, dalla lettura e dal linguaggio. Nel 21% il cui QI non verbale (soluzione di problemi non legati al linguaggio, come quelli di ragionamento spaziale) è sceso o salito, è diminuita o aumentata la densità della materia grigia nel lobo anteriore del cervelletto, che è associato al movimento delle mani. Sebbene la maggior parte di noi consideri le abilità motorie e quelle cognitive come sostanzialmente diverse, vari studi mostrano che l’allenamento delle funzioni senso-motorie può rafforzare quelle cognitive. Nessuno sa esattamente il perché, ma può darsi che i due sistemi cerebrali siano più strettamente connessi di quanto crediamo. Dunque impara a lavorare a maglia, ascolta musica classica o studia da giocoliere, e il tuo QI potrebbe salire sensibilmente.
Sebbene la memoria a breve termine sia da sempre considerata solo una delle componenti del QI complessivo, le ultime ricerche indicano che potrebbe essere invece il fattore primario dell’intelligenza tout court. In una ricerca sorprendente, un team di scienziati guidato da Susanne Jaeggi dell’università del Michigan ha scoperto nel 2008 che la memoria a breve termine è forse alla base dell’intelligenza pura, più di quanto si fosse mai sospettato. Il team ha sottoposto dei volontari adulti a un test di memoria breve alquanto difficile: l’ascolto di una serie di lettere simultaneamente alla visione di una serie di schermate con un riquadro blu posizionato in punti diversi. Ai volontari era richiesto di dire quando la lettera o la posizione del riquadro era la stessa di alcune schermate precedenti. Più essi esercitavano la memoria a breve termine, più migliorava la loro intelligenza fluida, cioè l’abilità di ragionare e risolvere problemi a prescindere da qualsiasi conoscenza preesistente. (La parte logica del test utilizzava le cosiddette matrici progressive: serie di tre configurazioni geometriche da completare in modo ragionato). A giugno, il team del Michigan ha ottenuto gli stessi risultati con giovani di età scolare, scoprendo che l’allenamento mnemonico potenzia l’intelligenza pura, e può essere dunque il metodo più sicuro per l’innalzamento del QI.
«Non tutti sono d’accordo sul fatto che allenare il cervello possa rinforzare le funzioni cognitive», dice il neuro scienziato Eric Kandel della Columbia University, uno dei vincitori del Nobel per la medicina del 2000 per le sue scoperte sulle basi cellulari e molecolari della memoria. «Ma se si esercita la memoria assiduamente imparando delle poesie, probabilmente si migliora qualche aspetto di tali funzioni».
La diagnostica per immagini fornisce alcuni indizi su come ciò possa avvenire. Le risonanze cerebrali mostrano come, durante l’esercizio mnemonico, molte regioni (la corteccia laterale prefrontale, la parietale inferiore, la cingolata anteriore e i nuclei della base) diventano più attive: ciò dimostra che esse hanno a che fare con la memoria. La cosa interessante è che le stesse regioni si mettono in moto anche quando il cervello ragiona e pensa. «Sono cautamente ottimistico sul fatto che questi studi mostrino effetti reali», afferma lo psicologo Jason Chein della Temple University. Nei suoi lavori ha scoperto che negli adulti sottoposti a complessi esercizi mnemonici per quattro settimane è migliorata sensibilmente la comprensione durante la lettura.
La chiave di questi risultati è l’“allenamento intensivo”, spiega Kandel, non proprio la soluzione rapida che ci viene prospettata sotto forma di mirtilli e succo di melograno. L’intelligenza deriva invece dall’avere più neuroni e sinapsi. Sono queste ultime e la neurogenesi (creazione di nuovi neuroni) a rendere possibile l’apprendimento. Un’altra facoltà da affinare per innalzare il QI è l’attenzione. I neuroscienziati hanno dimostrato più volte che questa è la condizione necessaria all’apprendimento, e quindi di ogni aumento dell’intelligenza. È grazie agli effetti sull’attenzione che si spiega l’efficacia di stimolanti come il Ritalin e l’Adderall, che alcuni trovano utili, a volte, per ricordare meglio le cose (motivo per cui ne fanno largo uso gli studenti sotto esame). Entrambi questi stimolanti aumentano i livelli cerebrali di dopamina, il neurotrasmettitore che induce motivazione e senso di gratificazione, inchiodando così l’attenzione al compito da affrontare. Analogamente, si è visto che i giochi d’azione come Space Fortress e quelli di strategia come Rise of Nations migliorano sia la memoria sia la capacità di spostare l’attenzione. Altrettanto efficace, afferma Price, è la “passione”. Se non t’interessa quel che stai leggendo, guardando o ascoltando, non lo tratterrai nella mente.
Se allenare il cervello richiede impegno, quantomeno è un impegno sostenibile. L’aerobica pompa il cervello tanto quanto i muscoli. Camminare mezz’ora al giorno cinque volte a settimana stimola la produzione del fattore neurotrofico cerebrale (brain-derived neurotrophic factor, Bdnf), una molecola che promuove la creazione di nuovi neuroni e sinapsi. Negli studi condotti su immagini cerebrali da Arthur Kramer e colleghi all’università dell’Illinois Urbana-Champaign si è visto come l’esercizio fisico aumenti la quantità di materia grigia nella regione dell’ippocampo che elabora le nuove conoscenze e le trasmette in modo permanente alla corteccia frontale. Ciò potrebbe non influire sul QI inteso come intelligenza pura, ma immagazzinare più informazioni nella corteccia rende comunque più sapienti.
Se una camminata di mezz’ora ti stanca, bene: un sonnellino pomeridiano può non solo rimettere in forma il cervello una volta svegli, ma anche aumentare il suo rendimento. Lo hanno scoperto il professore di psicologia Matthew Walker e i colleghi dell’università della California Berkeley. Gli studenti che schiacciavano un pisolino di 90 minuti alle 14, dopo un test che mette alla prova l’ippocampo (memorizzare i nomi di 120 persone mai viste prima) trattenevano più informazioni dei loro colleghi insonni. Ed erano in grado di accoppiare più nomi a facce alle 18 che non prima del sonnellino, e meglio dei colleghi che erano rimasti svegli. «Nei soggetti che non avevano dormito la capacità mnemonica si era deteriorata, ma il sonnellino riportava tale capacità a un livello ancora più alto di prima», spiega Walker. Un applauso alla Nike e alle compagnie come Google che mettono a disposizione dei dipendenti i locali dove schiacciare un pisolino.
Il tracciato dell’elettroencefalogramma suggerisce come ciò avvenga. Il numero di oscillazioni improvvise nell’attività cerebrale (i cosiddetti fusi del sonno) registrate durante un sonnellino dava un’indicazione del miglioramento dell’apprendimento al risveglio. Walker sospetta che i fusi del sonno indichino l’attività dell’ippocampo che trasmette le informazioni alla corteccia per l’archiviazione permanente. È come trasferire dei dati da una chiavetta usb a un disco rigido, che «consolida le informazioni scaricate in maniera permanente e allo stesso tempo migliora la capacità di assimilarne di nuove», spiega Walker. Maggiore è l’efficienza con cui trasferiamo le informazioni dall’ippocampo (la memoria operante) alla corteccia, maggiore è il numero di informazioni a cui possiamo accedere quando ne abbiamo bisogno.
Anche senza un sonnellino pomeridiano, il cervello sa prendersi le sue pause, grazie alla cosiddetta rete di default, il sistema che si attiva quando si sta fantasticando o non pensando a nulla. Usando la risonanza funzionale, gli scienziati giapponesi dell’università Tohoku hanno misurato l’afflusso di sangue al cervello in 63 volontari a cui era stato chiesto di sgombrare la mente. Come hanno scritto i ricercatori sulla rivista PLoS One, quelli che avevano il flusso più alto nella materia bianca che collega i neuroni fra loro hanno totalizzato i punteggi più alti in un test che richiedeva di produrre in fretta idee nuove. La creatività scaturisce dal vedere collegamenti che ad altri sfuggono, per cui è logico che far riposare il cervello in modalità default per aumentare l’attività della materia bianca promuova la creatività.
Troppo iperattivi per oziare? Caffè, allora. Una tazzina può acuire la mente, come conferma uno studio del 2011 pubblicato su Nature Neuroscience: nei ratti di laboratorio, la caffeina rafforza le connessioni cerebrali. Lo ha scoperto Serena Dudek del National Institute of Environmental Health Sciences. Nei ratti che avevano ricevuto l’equivalente di due tazze di caffè, l’attività elettrica fra i neuroni nella porzione di ippocampo chiamata CA2 era più alta. Più connessioni fra i neuroni significano una memoria e un apprendimento migliori.
Per esaltare le funzioni cognitive, la strategia più accreditata è anche la più difficile da perseguire: imparare una lingua. Quando il cervello che parla correntemente due lingue sceglie, per esempio, tra inglese e francese, i circuiti della corteccia associati a entrambe si attivano. Il lobo prefrontale è anche la sede di queste funzioni più alte. L’allenamento costante prodotto dal bilinguismo dà i suoi frutti, potenziando una serie di abilità che incidono sul QI come la soluzione di problemi e lo spostamento di attenzione, secondo Ellen Bialystok della York University in Canada. Lo studio che ha pubblicato insieme ai colleghi nel febbraio 2011 afferma che l’esercizio rallenta di cinque anni la demenza senile.
Allenare il cervello e soprattutto diventare bilingui richiede tempo, per cui è naturale voler credere che certi cibi aumentino l’intelligenza. Dopo tutto, mangiare è facile! Ma un’analisi del 2010 di centinaia di studi, condotta da ricercatori al Duke Evidence-Based Practice Center, rivela che molte ricette sbandierate come miracolose non servono in realtà a un bel niente. Gli integratori di vitamine B6, B12, E o acido folico non hanno aiutato a preservare le funzioni cognitive, tanto meno ad aumentarle. E le cose non vanno meglio per la dieta mediterranea, ricca di pesce, frutta, verdura e olio d’oliva. Nel complesso, non esistono ancora prove rigorose che i cibi ad alto contenuto di antiossidanti e flavonoidi rafforzino l’intelligenza, ma gli scienziati sperano in alcuni cibi e ingredienti esotici. Per esempio alcuni studi suggeriscono che lo zafferano delle Indie e il succo di melograno potrebbero aiutare la memoria o altri aspetti delle funzioni cognitive.
Ti restano comunque tre fronti su cui lavorare: sessioni di allenamento mnemonico con l’aiuto di caffeina e intervallate da sane dormite e aerobica; esercizi al computer per affinare l’attenzione; e un regime di lettura, visione di film e attività manuali con ampie pause di relax mentale. Un programma che promette di renderti più sveglio per quel che resta del 2012 e oltre.
Sharon Begley
LAVORA ALLA REUTERS. IL SUO ULTIMO LIBRO È THÈ EMOTIONAL LIFE OF YOUR BRAIN.