Luigi Manconi, Il Messaggero 29/8/2012, 29 agosto 2012
LISTE D’ATTESA O NUMERO CHIUSO. UN’IDEA PER LE CARCERI AFFOLLATE
L’idea può sembrare bizzarra e può richiamare quelle vignette, soavemente innocenti e destinate a suscitare appena un sorriso, che pubblicavano, mezzo secolo fa, settimanali popolari come La Tribuna Illustrata e La Domenica del Corriere. Una prigione dalle alte mura invalicabili, sormontata da un cartello: «Tutto esaurito. Tornate domani». E se non si trattasse solo di una vignetta? Facciamo un passo indietro. Qualche settimana fa una tragica sequenza di suicidi all’interno delle carceri italiane.
Una tragica sequenza (tre nei primi tre giorni di agosto) che aveva suscitato un qualche interesse verso le condizioni di spaventoso sovraffollamento del nostro sistema penitenziario. Ma è durato quanto la curiosità verso l’anticiclone Caligola: e, immediatamente dopo, il sovraffollamento è tornato a essere lo stato ordinario di uno stabilimento balneare di Maccarese in una domenica agostana. E, invece, il sovraffollamento in carcere è tutt’altra cosa: è intollerabile promiscuità di corpi, sudori, respiri; è caduta rovinosa degli standard di tutti i servizi; è degrado delle condizioni igienico sanitarie; è mortificazione di quella funzione rieducativa che, sola, giustifica la pena. È in una parola scempio della dignità.
Da quattro anni, da quando si sono esauriti gli effetti positivi dell’ultimo provvedimento di indulto, la situazione è andata inesorabilmente peggiorando: e le ottime intenzioni del ministro della Giustizia Paola Severino, non sono state in grado di invertire la tendenza: sia per la scarsità di risorse disponibili, sia per l’opposizione di larga parte del Parlamento, tuttora incapace di affrontare il problema con misure sagge e razionali, come l’amnistia. E di ricorrere a quella dose di creatività, che corrisponde, poi, alla capacità di adattare le leggi e le regole alla realtà e ai suoi imperativi. Insomma, quella idea del diritto che Giovanni Battaglini definì splendidamente «geometria con fantasia».
Se ne trova una eco nelle recenti parole dello stesso ministro Severino che, nella formulazione del catalogo delle pene, ha auspicato «più fantasia». Ebbene, in quella che pigramente ci compiacciamo di chiamare la «culla del diritto» – l’Italia, cioè - di capacità innovativa e creativa, nella concreta amministrazione della giustizia oltre che nella produzione legislativa, non c’è neppure l’ombra.
Altrove non è così. La giurisprudenza di Paesi come gli Stati Uniti e la Germania ha adottato concetti che, nel linguaggio corrente, potremmo tradurre con «numero chiuso» e «lista d’attesa»: ovvero disposizioni per il rilascio o la non ammissione in carcere di detenuti, fino a quando non vi siano spazi adeguati a una reclusione che rispetti i loro diritti fondamentali. È stata riconosciuta, cioè, la prevalenza della dignità della persona umana, anche se autrice di reati, sulle pur legittime – legittimissime – aspettative di punizione dell’offesa recata alla vittima e alla comunità. Nel 2009 una Corte federale della California, di fronte a due ricorsi di numerosi reclusi contro le condizioni di detenzione, ha intimato al governatore dello Stato di ridurre la popolazione carceraria di un terzo entro due anni, altrimenti avrebbe potuto avvalersi del potere di rilascio individuale dei singoli ricorrenti.
Ciò per ottemperare all’ottavo emendamento della Costituzione statunitense, che vieta le pene crudeli e inusitate. La Corte federale ha preso in esame non solo le condizioni di detenzione, ma anche la capacità dell’amministrazione statale di farvi fronte, ricordando che lo stesso Governatore aveva ammesso che il sovraffollamento avrebbe potuto causare gravi violazioni al diritto alla salute in carcere. Discendeva da queste considerazioni il provvedimento che stabiliva un tetto al numero di reclusi.
Nel maggio 2011, la Corte suprema degli Stati Uniti, interpellata da un ricorso dello Stato della California, ha riconosciuto la correttezza della decisione di quella corte federale: e ha preso avvio, così, il piano di riduzione della popolazione carceraria californiana. In quello stesso anno, la Corte costituzionale tedesca si è pronunciata sul ricorso di un detenuto contro la Corte di appello di Colonia, che gli aveva negato il sostegno economico necessario ad attivare un procedimento legale a proposito delle condizioni di carcerazione cui era costretto.
Nel decidere sul caso, la Corte costituzionale ha richiamato una precedente sentenza della Corte federale di giustizia del 2010: in base a essa, se lo stato di reclusione è «disumano», una volta considerate tutte le alternative disponibili (compreso il trasferimento in un’altra prigione), in assenza di soluzioni diverse, l’esecuzione di una pena detentiva deve essere interrotta. A ispirare queste decisioni c’è un principio fondamentale, sancito ripetutamente sia dalla Corte Federale sia dalla Corte costituzionale della Germania. Ovvero il valore della dignità della persona umana sempre e comunque: dunque anche in stato di privazione della libertà.
Di più: la Corte federale di giustizia ha affermato limpidamente che non è ammissibile operare un bilanciamento tra l’inviolabile principio della dignità umana e qualsiasi altro argomento, anche di natura costituzionalmente rilevante (Stefano Anastasia). Ciò significa, in altri termini, che anche il sacrosanto diritto a punire l’autore di reato non può arrivare fino a mettere a repentaglio la dignità e l’integrità di quest’ultimo. Pertanto, la Corte di giustizia - secondo la Corte costituzionale - ha argomentato «in maniera convincente» l’obbligo dello Stato di rinunciare immediatamente all’esecuzione di una pena carceraria nel caso di condizioni di detenzione «inumane».
Ciò è un’ulteriore conferma di come il valore della dignità della persona stia assumendo una centralità come mai in passato nella costellazione dei diritti fondamentali, nel dibattito giuridico più maturo e, progressivamente, nella sensibilità di una parte delle istituzioni pubbliche. Non così in Italia, purtroppo.
Da noi, un’ipotesi così ragionevole e dotata di buon senso, come quella del «numero chiuso» – in un clima emotivo dove operano numerosi imprenditori politici della paura – rischia di apparire o una «pazza idea» o una generosa utopia. Per riprendere la categoria utilizzata da Battaglini, in Italia – come ha scritto recentemente Sandro Bonvissuto – «c’è sicuramente più fantasia nel crimine che nella pena».