Piero Bianucci, La Stampa 27/8/2012, 27 agosto 2012
LA SCOMPARSA DI NEIL ARMSTRONG
PIERO BIANUCCI SULLA STAMPA DEL 27/8/2012
Era il migliore. Mi mancherà molto». Questo e solo questo ha detto Michael Collins davanti alla morte di Neil Armstrong. Non è mai stato loquace, Collins, ma forse Armstrong lo batteva. Per tutti parlava l’estroverso Buzz Aldrin. Nella loro diversità anche antropologica, saranno per sempre i tre astronauti più famosi: Armstrong perché fu il primo a camminare sulla Luna, Aldrin perché fu il secondo e Collins perché non ci camminò.
Laconicamente Collins accennò ai compagni di avventura quando, nel 1989, a vent’anni dallo sbarco lunare, venne a Torino su invito de «La Stampa» e mi capitò di intervistarlo davanti al pubblico che riempiva il teatro Colosseo. «Se Armstrong e Aldrin non fossero riusciti nella loro impresa, ci sarebbe stato poco da fare. Avrei detto loro arrivederci, e sarei tornato a casa».
Mentre Armstrong e Aldrin scendevano perigliosamente sul Mare della Tranquillità, Collins fu l’uomo più solo dell’universo. Quando la sua navicella spariva dietro la Luna, per 47 minuti ogni comunicazione diventava impossibile. Almeno gli altri due potevano illudersi di avere l’assistenza di Gene Kranz, 35 anni, direttore della missione, e dei tecnici che, in maniche di camicia, si agitavano nella sala di controllo di Houston. Ma solo fino a un certo punto. I segnali radio impiegano 2,6 secondi a rimbalzare dalla Terra alla Luna e ritorno. In quei 2,6 secondi anche Armstrong e Aldrin erano soli, e se si viaggia alla velocità di una pallottola di fucile in 2,6 secondi possono succedere tante cose. In effetti successero. Il modulo lunare (Lem) aveva già superato di sei chilometri i piccoli crateri che dovevano servire da riferimento quando la scritta «Prog» lampeggiò in giallo sullo schermo del computer di bordo.
«Allarme di programma» disse Armstrong da vero ingegnere.
Aldrin premette un tasto e il computer fornì il codice dell’allarme: numero 1202. Significava sovraccarico del calcolatore ma lì per lì non lo capirono. Potevano chiedere disposizioni a Houston, ma c’erano di mezzo i 2,6 secondi. Troppi. Fu così che Armstrong prese direttamente i comandi del modulo lunare, scartò un cratere dall’aspetto ostile, evitò dei massi interessanti per un geologo ma duri per il gracile Lem e infine decise di posarsi su un pezzetto di Luna grande come un campo da tennis ma pianeggiante e ragionevolmente sgombro. Il dialogo di quegli istanti: Houston: «Trenta secondi» (sottinteso «di carburante»).
Silenzio con qualche tramestio.
La voce di Aldrin: «Luce di contatto» Armstrong: «Arresto». Breve pausa: «Sicurezza al motore di discesa inserita».
Altra pausa, quasi interminabile.
«Houston, qui base della Tranquillità. L’Eagle è atterrato» scandisce la voce di Armstrong.
Mentre lassù si sfiorava il dramma, in Italia andava in scena uno sketch tra Ruggero Orlando, che era a Houston, e Tito Stagno, che conduceva la diretta tv dagli studi di Roma. Stagno aveva captato la parola contatto. «Hanno toccato!» esclama. «Non ancora» sillaba Orlando. Imbarazzo generale, poi, disturbate da scariche, si sentono le parole «Engine stop», motore spento, come ha ricostruito Silvia Rosa-Brusin in un suo servizio a quarant’anni dall’evento. Questo è l’atterraggio vero, le luci di contatto, accese da sensori di prossimità simili a quelli che ci aiutano a parcheggiare, non significavano ancora la conquista della Luna. Conclusione: il pubblico nello studio di Roma applaudì il primo sbarco su un altro mondo con 40 secondi di anticipo sul pubblico americano.
«Niente ha funzionato alla perfezione – dirà poi Armstrong in una delle sue rare interviste – ma tutto è andato abbastanza bene da permetterci di atterrare». Le sue impronte sono ancora là. Invece la bandiera americana che piantò è caduta, spazzata via dai gas di scarico del Lem al momento del decollo. La sonda Lro attualmente in orbita attorno alla Luna ha fotografato ad altissima risoluzione i sei siti di sbarco delle missioni Apollo. Si vedono le rampe dei Lem, i pacchi di esperimenti, il calpestio degli astronauti, l’ombra delle bandiere. Ma non quella dell’Apollo 11.
Tra il 21 luglio 1969 e il 19 dicembre 1972 dodici uomini hanno camminato sulla Luna e altri sei li hanno aspettati in orbita. Dei 12 moonwalker quattro non ci sono più, e tra questi il più importante è quello che se n’è andato sabato a 82 anni, 18 giorni dopo un intervento di triplo bypass. Ironia della sorte, riprendendo la vita normale, Armstrong si era dedicato alla progettazione di una macchina cuore-polmone.
Docente di ingegneria aerospaziale all’Università di Cincinnati, capo di una piccola azienda informatica e infine agricoltore in pensione nella provincia contadina che l’aveva visto nascere, Armstrong ha sempre cercato di defilarsi. Nella foto ricordo che la Nasa scattò al termine del Programma Apollo, lui non c’è: disertò l’incontro, i moonwalker della foto rimasero in 11, manca il più importante. Non poté però soffocare del tutto i pettegolezzi sul suo divorzio, avvenuto nel 1994 dopo 38 anni di matrimonio con Janet, che gli aveva dato tre figli, e sul secondo matrimonio con Carol Held Cavaliere, conosciuta giocando a golf. Eppure con Janet aveva diviso il dolore di perdere una figlioletta per un tumore al cervello e il trionfo della Luna. A lungo era stato un buon marito. Nel 1979 si amputò la falange di un dito pur di afferrare l’anello di nozze che stava finendo in una trebbiatrice.
C’è un gran commercio di autografi dei moowalker, con prezzi che vanno da migliaia di dollari a poche decine. Ma non c’è cifra per un autografo di Armstrong perché da decenni non ne rilasciava più. Odiava questo commercio di feticci. Nel 2005 fece causa al suo barbiere: rivendeva i capelli che gli tagliava per tremila dollari. Quando se ne accorse, si fece restituire i capelli e i tremila dollari andarono in beneficenza.
GIOVANNI CAPRARA SUL CORRIERE DELLA SERA DI 26 AGOSTO
Neil A. Armstrong è entrato definitivamente nella storia anche se il primo passo l’aveva già compiuto «in nome dell’umanità» il 20 luglio 1969 lasciando la prima impronta sulla Luna. Se n’è andato con la stessa discrezione che aveva segnato la sua vita dopo il ritorno sulla Terra: preferì insegnare all’Università e rifiutava interviste. Scoprirono i problemi al suo cuore poco tempo fa durante un controllo, intervennero. Ma il cuore che aveva retto all’emozione di un evento straordinario ha ceduto: aveva 82 anni. «Sapevo che le probabilità di successo erano del 50 per cento. Ma sapevo anche che tutti avevano lavorato al meglio. Si poteva affrontare», mi disse in un incontro. La paura non era nel suo vocabolario. Era nato nell’agricola Wapakoneta, un paesino dell’Ohio, ma sognava le ali e diventò ingegnere aeronautico. Non bastava, sugli aerei voleva salirci. E volò in guerra. Il padre gli chiese se non era preoccupato della difficile trasvolata e lui rispose: «Papà, in Corea mi sono alzato in volo ottanta volte e mi sparavano da tutte le parti. Adesso non c’è nessuno che punti le mitragliatrici contro di me. Lo spazio è libero, e questa è un’impresa preparata e studiata, non un’avventura».
Entrò alla Nasa nel 1955 diventando subito un pilota mitico: il suo compito sulla base di Edwards, alle spalle di Los Angeles, era salire in cielo con i jet più veloci e sperimentali che gli ingegneri inventavano, fino all’aerorazzo X-15 sfrecciando a seimila chilometri orari a 70 chilometri d’altezza.
Quando venne selezionato come astronauta nel 1962 fece la riserva. Si stavano collaudando le prime navicelle a due posti Gemini che dovevano preparare il balzo verso la Luna. E quando toccò a lui quattro anni dopo dimostrò la sua stoffa. La navicella impazzì, si mise a girare su se stessa, a Houston erano paralizzati. Il suo sangue freddo lo portò a compiere i passi giusti e ritornò a terra sano e salvo. Forse quel giorno scelsero Armstrong per la prova più difficile. Quando gli si chiedeva come vedeva la sua impresa rispondeva: «Ho fatto il mio dovere».
Giovanni Caprara
IL PEZZO DI DINO BUZZATI SUL CORRIERE DELLA SERA DEL 22 LUGLIO 1969
C iò che è avvenuto lascia in tutti, io penso, un sentimento strano e potente, che non era previsto. Dopo il decollo dalla Luna, il ricongiungimento e il rientro dei due nella navicella principale, la tensione è caduta, ogni pauroso dubbio è stato superato dalla forza degli uomini e dalla perfezione delle macchine. Si può dire che iersera sia già cominciato il trionfo.
Sull’altare della gloria tutte le iperboli, tutti i superlativi, tutto il repertorio della nomenclatura epica e apologetica, finalmente usati a proposito, sono stati ormai bruciati. E ritentarli qui ancora una volta sarebbe vano. Nel cielo immenso e nero, rimane quella scatoletta solitaria con dentro i tre uomini, che corre verso casa. La precisione pressoché sovrumana con cui si è realizzato, parola per parola, un programma che fino a ieri sembrava utopia ci ha perfino risparmiato gli spasimi di una vera suspense.
Ma un rintocco nuovo e fortissimo riecheggia, e continuerà a riecheggiare per sempre, nell’animo di chi ha visto: soltanto di chi ha visto la scena sullo schermo del televisore, poiché le fotografie, i film e i resoconti, per quanto assai più perfetti, non riusciranno a dare neppure un centesimo di quel brivido misterioso.
Dopo l’atterraggio dell’«Aquila», che si sperava in qualche modo di vedere e invece non si è visto, la veglia, almeno qui in Italia, si era fatta lunga e pesante. La discesa di Armstrong sulla Luna era stata promessa per le ore tre. Poi si è parlato delle tre e tre quarti, delle quattro, delle quattro e mezzo. C’è stata sì una mezz’ora di incertezza abbastanza tormentosa perché sembrava che dalla Luna nessuno più rispondesse. Quindi i nervi si erano di nuovo afflosciati, era subentrata una stanchezza sudaticcia, una specie di opaco intorpidimento mentale, complici forse certe trasmissioni di contorno per cui queste ore solenni minacciavano di trasformarsi in una stentata sagra, in una «Canzonissima» di serie C.
Quand’ecco, sullo schermo dietro lo speaker, è comparsa una immagine nuova, un confuso intreccio di sagome nere oscillanti, simile ai quadri di Kline; era, rovesciato, il primo piano della scaletta e dei tralicci della capsula lunare, con Armstrong che scendeva gradino per gradino lentamente: di per sé incomprensibile.
Eppure tutti di colpo hanno capito, tutti, anche gli scettici, sono stati presi da uno sgomento sconosciuto. Si è avuta la sensazione di essere passati oltre una porta fatale e proibita, di avere varcato una delle ultime frontiere: del mondo? della conoscenza? della vita? Come quando — il paragone può suonare falso, lo so, ma è tipico — durante una seduta spiritica, dopo una lunga attesa, all’improvviso, con energia selvaggia, si rivela lo spirito, o meglio ciò che si usa chiamare spirito, e ai presenti par di oltrepassare il confine della comune esistenza, a contatto col regno delle ombre. Sì, Armstrong e Aldrin ci avevano portati in una sorta di aldilà che vedevamo coi nostri occhi e in cui tuttavia la nostra mente si smarriva. Sì, era una visione simile a quelle degli iniziati e dei santi. Tutto però stava a dimostrare che era vera. E la favola, il mito, la poesia, anziché venir distrutti dai «computers», dai transistor, dai sapienti ordigni tecnologici, rinascevano in proporzioni gigantesche.
La sensazione, ripeto, di essere condotti in un aldilà arcano, da cui potranno scendere, sulla Terra, smisurate cose avvenire. Ecco, secondo me, il motivo della scossa viscerale e struggente che gli uomini, per la prima volta nella storia del mondo, hanno provato l’altra notte alle ore 4.57 dinanzi ai televisori, che non può immaginare chi non ha visto, e che non si ripeterà mai più nel futuro.
(Corriere della Sera, 22 luglio 1969)
VITTORIO SABADIN SULLA STAMPA DEL 26/8/2012
Faceva caldo come in questi giorni, il 20 luglio del 1969, quando un modulo spaziale con a bordo gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin atterrò sulla Luna. La televisione italiana trasmetteva in bianco e nero immagini confuse, complicate dai litigi tra il giornalista Tito Stagno e l’inviato della Rai a Cape Kennedy, Ruggero Orlando, sul minuto esatto dell’allunaggio. Sette ore dopo, il portellone del Lem si aprì, Armstrong discese la scaletta e toccò con il piede sinistro il suolo lunare, inviando alla Terra la frase più famosa che un essere umano abbia mai pronunciato: «È un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità».
Ora che Neil Armstrong è morto a 82 anni, per le complicazioni seguite a un intervento al cuore, molte delle cose che avremmo voluto sapere su quello straordinario viaggio e su quella altrettanto straordinaria frase, se ne sono andate con lui. Di tutti gli astronauti del programma Apollo, che inviò sei equipaggi sulla Luna dal 1969 al 1975, Armstrong è stato il più sfuggente, il più riservato e il più misterioso. L’uomo che ieri Obama ha definito «uno dei più grandi eroi americani» (più poetico Romney: «La Luna lo piange»), avrebbe potuto arricchirsi tenendo conferenze, concedendo interviste, accettando i posti che gli venivano offerti nel board delle più importanti multinazionali del pianeta, e invece scelse di percorrere il resto della sua vita con il più basso dei profili: qualche consulenza per la Nasa, un incarico all’università di Cincinnati come insegnante di Ingegneria Aerospaziale, altri incarichi assunti senza entusiasmo in agenzie di ricerca e tecnologia, e presto lasciati.
Dopo la Luna, Armstrong non volle più partecipare ad altre missioni spaziali, si ritirò in un cono d’ombra e lasciò ai suoi compagni i riflettori della celebrità. Michael Collins, che si era limitato a condurre il modulo orbitante che ruotava intorno alla Luna, prese la sua quota di notorietà. Ma la parte del leone la fece e la fa ancora Buzz Aldrin, il secondo uomo a scendere sulla Luna e il primo a parlarne senza freni. Le foto più belle scattate nella missione dell’Apollo 11 non ritraggono Amstrong, ma Aldrin, e l’immagine più straordinaria di tutte, quella in cui nel visore del casco di Buzz si vede il riflesso di Neil che lo fotografa, è diventata una icona dell’esplorazione spaziale. È stato Aldrin - che ieri, su Twitter, ha reso omaggio «all’amico Neil, il miglior pilota che abbia mai conosciuto» - a concedere una intervista dietro l’altra sulla missione lunare, arrivando a raccontare che un «oggetto volante non identificato» li aveva seguiti nella fase di avvicinamento alla Luna, e che non ne parlarono con la base di Houston perché temevano che la missione venisse annullata. Molti astronauti americani, rientrarti sulla Terra dopo avere compiuto il più straordinario viaggio che un uomo possa immaginare, non sono riusciti a reinserirsi nella società che avevano abbandonato per pochi giorni terrestri, diventati una eternità nel viaggio verso la Luna: alcuni si sono dati all’alcolismo, altri hanno passato il resto della loro vita fissando una parete, altri sono stati ricoverati in ospedali psichiatrici.
Può darsi che ad Armstrong sia capitato qualcosa del genere: dopo avere toccato il suolo lunare ed essere tornato indietro, non c’erano molte più cose che avessero un senso o un valore, sulla Terra. Non c’era niente di più importante che si potesse fare o sperare di raggiungere e non si poteva nemmeno parlare di quello che era stato, perché nessuno avrebbe davvero capito.
I suoi silenzi, il suo volto con la barba incolta di otto giorni che si affaccia dall’oblò della navicella appena recuperata nel Pacifico, a guardare dall’altra parte del cristallo il presidente Richard Nixon senza un sorriso, ne fanno un eroe triste e malinconico, l’uomo che avrebbe potuto avere qualunque cosa sulla Terra e che rinunciò a ogni cosa perché aveva già avuto tutto in un luogo molto più lontano.
Nel 1961, due anni prima di essere assassinato a Dallas, il presidente americano John Kennedy pronunciò un discorso al Congresso: «Credo che questo paese debba impegnarsi a realizzare l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Non c’è mai stato nessun progetto spaziale più impressionante per l’umanità; e nessuno è stato così difficile e costoso da realizzare… ».
In Florida, al museo della Nasa che si trova a poche centinaia di metri dalle rampe di lancio di Cape Canaveral, sono conservati i razzi Saturn e i moduli lunari del programma Apollo. Il contenuto di tecnologia che li guidava è inferiore a quello che gestisce lo smartphone che teniamo in tasca e ci sembra impossibile che quell’ammasso di tubi e ferraglia abbia potuto portare qualcuno sulla Luna. Andarci è stato difficile e costoso. Ma senza il coraggio degli uomini non sarebbe mai stato possibile.
MARK ALLEY SULLA STAMPA DEL 26/8/2012
La gente ama le teorie di cospirazione, ed è vero che ne vennero fuori anche a proposito del nostro atterraggio sulla Luna. Ma io ero sereno, sapevo che prima o poi qualcun altro sarebbe andato lassù, e avrebbe trovato l’attrezzatura e la macchina fotografica, che avevamo lasciato noi». Neil Armstrong racconta la sua avventura con modestia, acume, e prospettiva da grande pioniere del viaggio umano nella conoscenza. «Con 800 mila persone che lavoravano per la Nasa, come si sarebbe potuto tenere il segreto?» scherza all’idea di una messa in scena. Armstrong ha 81 anni, e 43 ne sono passati da quando è stato il primo essere umano a mettere piede sulla superficie lunare, assieme al collega Buzz Aldrin. Ricorda i dettagli minuti sulle traversie tecniche che l’emozione e l’estrema tensione del momento hanno impresso nella sua memoria. E anche l’enorme soddisfazione per il risultato raggiunto, tecnico e ideale.
Ci racconta gli ultimi 12 minuti prima dell’allunaggio?
«Ci avvicinavamo e il computer di bordo ci stava mostrando dove la navicella sarebbe atterrata. Ma era un posto accidentato, brutto. Proprio al fianco di un cratere di circa 100-150 metri, con delle discese molto ripide coperte da pietre tonde enormi. Un luogo dove non era bello scendere».
Che cosa avete deciso allora?
«Arrivati a tre minuti dalla meta, sono passato alla guida manuale del mezzo, come fosse un elicottero. Dovevamo trovare un punto più agevole stando al di fuori del cratere. Siamo a 70 metri, vedo un’area più soffice (Armstrong parla mentre sullo schermo corrono due immagini parallele: a sinistra il filmato reale girato dal velivolo, con la Luna che è sempre più vicina, a destra la mappa della stessa area, anch’essa in avvicinamento, come è riprodotta oggi da GoogleSpace). Sulla sinistra vedete la polvere che si sta sollevando… Sappiamo a questo punto che ci sono restati 20 secondi di carburante per finire il volo d’andata…. Ecco, questa è l’ombra della mia gamba che sta per toccare il terreno. Eagle è atterrata».
C’era tempo per emozionarsi?
«Per una stretta di mano… ma in quel momento sapevamo di essere a rischio per l’altissima temperatura. Il nostro pensiero era per i problemi termici che potevano venire fuori. Dovevamo essere pronti a risalire in tempo per ripartire, dopo quello che dovevamo fare lì».
Come piantare la bandiera americana sul suolo lunare… «Avevamo raggiunto in quel momento l’obiettivo che il presidente John Fitzgerald Kennedy aveva indicato. A quello pensai, mentre il presidente (Nixon, ndr) chiamò dalla Casa Bianca per complimentarsi. Dobbiamo riconoscere che questo traguardo non sarebbe stato raggiunto senza la concorrenzadei sovietici. Bisogna mettere quell’impresa nel contesto storico: un russo era già andato in orbita, noi avevamo mandato solo Alan Shepard, ma per 20 minuti. Fissare, come fece JFK, l’obiettivo della Luna con alle spalle solo 20 minuti di volo era al di là del credibile, su un piano tecnologico».
Ma andò bene… «Non era solo una corsa tecnica allo spazio. Allora c’erano due concezioni ideologiche sul futuro del mondo che si scontravano. E fu una gara che permise ad entrambi i nostri programmi di compiere ciò che è stato possibile. Mettemmo dai due lati della bandiera i medaglioni con i nomi dei nostri compagni della Nasa e degli astronauti russi morti nel corso della sfida cosmica fino a quel punto. Fu un momento di estrema tenerezza».
«Un piccolo passo per l’uomo ma un balzo gigantesco per l’um anità ». Quando pensò a questa frase che disse, e che è poi rimasta il simbolo del successo di Apollo 11?
«Soltanto dopo che l’atterraggio era riuscito bene».
Nel viaggio non tutto era andato perfettamente però… «Beh, il computer aveva lanciato a un certo punto un allarme, mentre eravamo in fase di discesa. Sono momenti complessi, molte cose devono succedere contemporaneamente. Io non aveva capito di che cosa volesse avvisarci il computer, e chiesi aiuto alla torre di controllo sulla Terra. Non ci misero molto a risolvere il giallo, c’erano problemi di sovraccarico per il software, ma tutto era ok per ciò che riguardava la manovra di atterraggio».
Aveva avuto paura quando le fu chiesto se la sua squadra era pronta per partire?
«Sarebbe meglio aspettare un mese, dissi ai miei capi, ma siamo in una gara e bisogna prendere le opportunità quando ci sono. Siamo pronti. Sapevo che avevamo il 90% di chance di tornare vivi sulla Terra, ma solo il 50% di possibilità di atterrare con successo al primo tentativo».
Sul futuro delle conquiste spaziali cosa prova oggi, con il budget della Nasa per il 2013 tagliato del 38%?
VITTORIO ZUCCONI SULLA REPUBBLICA DEL 26/8/2012
È morto ieri, a 82 anni appena compiuti, dopo un fallito intervento di bypass coronarico, in un ospedale di Cincinnati, la tranquilla, anonima città dell´Ohio dove si era ritirato per fuggire dall´incubo della celebrità, della gloria. Soprattutto per dimenticare quella frase che dal 20 luglio del 1969 lo seguiva e lo ossessionava, il «piccolo passo» divenuto «il balzo gigante per l´umanità». Parole che gli furono, spiegò, «dettate dalle circostanze, dal caso».
La Luna pesava sulle sue spalle, come qualcosa di troppo enorme per un uomo che rifiutava di considerarsi un nuovo Cristoforo Colombo delle stelle, un Marco Polo dello spazio. Quando finalmente, nelle rarissime occasioni in cui parlava in pubblico, impresa che lui aborriva, accettava di raccontarsi, rieccheggiava le celebri parole di sir Edmund Hillary quando rispose a chi gli chiedeva perchè avesse scalato l´Everest: «Perchè era lì, e io sono uno scalatore». «Non avevo chiesto io di andare sulla Luna, nè di essere il primo uomo a posare il piede su un corpo "stellare" che nessun altro aveva sfiorato prima di me. Ero soltanto il comandante della missione Apollo XI e toccò all´Apollo XI il compito di tentare l´allunaggio».
In altri uomini, parole come queste suonerebbero false e falsamente modeste. Ma la prova della misteriosa personalità di un uomo che accettò di essere sparato in cielo sulla punta di un proiettile costato 28 miliardi di dollari di oggi, progettato e costruito con il lavoro di 400 mila tecnici, spinto da 160 milioni di cavalli - la potenza di oltre 160 mila motori da Formula Uno - fu nella sua vita dopo quella notte che tenne un miliardo di telespettatori con il nodo in gola per ora, prima che «The Eagle», il modulo lunare, si posasse. Mentre il compagno di «piccoli passi e grandi balzi» Buzz Aldrin, si offriva alla curiosità del mondo, estroverso e spigliato, nella sua bella casa Californiana tra stelle del cinema e dello sport, Armstrong subì come un calvario le quarantacinque esibizioni pubbliche alle quali la Nasa e il governo, lo sottoposero.
«La mia impresa più dura non fu l´allunaggio, ma l´atterraggio» confidò al solo giornalista del quale si fidasse davvero, Walter Cronkite, l´«anchor» che aveva fatto la diretta delle ultime ore e che, al momento dell´appoggio finale dopo minuti di terrore per il fallimento del pilota automatico e il consumo abnorme del poco carburante, aveva saputo soltanto dire, strappandosi gli occhiali «Oh boy», «Oh Boy», ragazzi. Lo spedirono lungo la Quinta Avenue per la pioggia di coriandoli riservata agli eroi nazionali. Lo spedirono davanti alle Camere riunite, quelle che avevano stanziato i fondi per il progetto Luna lanciato con meravigliosa incoscienza da John Kennedy il 25 maggio 1961. Gli fecero incontrare la regina Elisabetta a Buckingham Palace («Una persona molto gentile» commentò il primo Lunauta della storia). Ma non lo lasciarono più fare la sola cosa che fin da quando aveva 16 anni e aveva preso la licenza di pilota prima ancora di quella di guida, voleva fare: volare.
Venne, conquistò e se ne andò come un´ombra, in quella tonalità sbiadita di bianco, grigio e nero, che la televisione del tempo riusciva a trasmettere, uno spettro saltellante, Pierrot Lunaire, nella polvere di una fantastica conquista che alla fine non conquistò niente. Appena la Nasa lo dismise, per sua richiesta, ormai troppo anziano, a quasi 40 anni nel 1969, per tornare ad appontare sulle portaerei come pilota della Navy, a duellare con i Mig sovietici come aveva fatto in Corea o callaudare gli X15 da cinque volte la velocità del suono, Neil si dissolse nel grigio profondo di quella sequenza.
Tornò nella farm, la fattoria tra i lunghi gambi di granoturco nell´Ohio dove era cresciuto, costruendo modellini di aereo. Al sicuro finanziariamente, grazie alle molte corporations che lo avevano voluto nei consigli di amministrazione per il prestigio del nome, assunse una cattedra di ingegneria aeronautica nella Università di Cincinnati, ignorando le offerte di college infinitamente più «glamorous» che se lo contendevano. Studentelli di 18 anni seguivano lezioni del primo uomo che avesse toccato la Luna, prima increduli e poi via via acconciati al suo essere un «prof» come gli altri, il professor Neil Armstrong, ex astronauta in pensione.
Alla Nasa si fece vedere sempre più di rado. I veterani e reduci della sua generazione, i «boys» delle missioni Gemini, Mercury, Apollo, lo irritavano, perchè, dirà lui, «mi trattavano diversamente da prima», «mi guardavano come se fossi stato un monumento, un eroe che aveva fatto chissà che cosa». Non si lamentò neppure mai, come invece avrebbero fatto gli altri undici viaggiatori della Luna, di non possedere neppure una sassolino, un ciotolo di quel satellite che la Nasa non ha mai voluto concedere a nessuno, con inspiegabile taccagneria, riservandoli tutti a musei o università. E la sola civetteria che si concesse fu una staccionata di denti nuovi e bianchissimi che tuttavia non convinsero la moglie a restare con lui, divorziata dopo trentadue anni di matrimonio nel 1995.
L´ombra che per 40 anni aveva camminato nei ricordi dell´umanità e negli ostinati deliri di chi ancora oggi continuano a non credere a quell´evento come se non esistessero prove degli allunaggi, tornò carme per risposarsi, ma non necessariamente per trovare pace dall´immenso cono di luce della Luna. Ci sarebbe voluta una biografia, scritta da un altro con il titolo di «First Man», il Primo Uomo, e poi una struggente intervista televisiva con un grande giornalista, Ed Bradley, per scoprire quale fosse davvero la faccia oscura di questo uomo nascosto. Il ricordo di una bambina di due anni, sua figlia, uccisa da un tumore al cervello. Lui che aveva ronzato attorno ai crateri pilotando a mani un trabiccolo di stagnola chiamato Lem, Modulo di Allunaggio, senza sapere se gli sarebbe rimasto abbastanza carburante per ripartire e dunque morire la lenta morte dell´asfissia, non si era mai perdonato di non avere seguito i mesi, i pochi anni, la battaglia perduta dell´unica figlia femmina. Lo si vede mentre inghiotte le lacrime, ricordandola. «Ero troppo occupato nella fatica di arrivare sulla Luna», mormora. Maledetta la Luna che gli portò via una bambina.
ALTRO PEZZO, DELLO STESSO ARMSTRONG
Ritrovarsi sulla superficie della Luna e guardare da lì alla Terra sulla propria testa lascia un´impressione che non si può facilmente scordare. Sebbene il nostro pianeta blu sia davvero bello sembra molto molto lontano: e da lì piccolissimo. Potresti pensare che in una situazione simile l´osservatore potrebbe sminuire l´importanza della Terra. Invece tutti quelli che hanno avuto l´opportunità di condividere quello sguardo sono giunti alla conclusione opposta. Siamo stati tutti colpiti dalla somiglianza con un´oasi. O un´isola. Ma la cosa più importante è che si tratta della unica isola che sappiamo vivibile per l´uomo.
Sospetto che sia molto più che un caso che la consapevolezza dell´ecologia e del controllo dell´inquinamento hanno caratterizzato gli anni a partire dal volo dell´Apollo 8 nel Natale 1968.... quando per la prima volta un uomo ha potuto vedere il suo pianeta da così lontano. L´importanza della protezione del pianeta è diventata una preoccupazione internazionale. Ma non si tratta di proteggerlo da qualche invadente aggressore: ma dalla sua stessa popolazione. Le soluzioni non sono facili. Ciò che ha decretato il successo della specie umana in milioni di anni oggi ne minaccia l´estinzione. Occorrono scelte difficili: è una sfida che riguarda l´intera umanità.
Ho avuto il privilegio di lavorare in un settore che si è dedicato all´allargamento degli orizzonti umani. La prima decade dei voli spaziali fu un´epoca di esplorazioni. La prossima sarà probabilmente il tempo delle applicazioni. Arthur Clark, il famoso romanziere inglese, disse: «La strada delle stelle è stata scoperta appena in tempo. La civilizzazione non può esistere senza nuove frontiere». E molti storici hanno notato la relazione tra la pioneristica ricerca di nuove frontiere e il vigore e la fiducia di una nazione. Il vigore e la fiducia devono essere rafforzati se vogliamo mantenere la nostra vitalità. Invece un settore della nostra società sostiene che dobbiamo "lasciarci andare" e tornare ad un ovattato mondo proustiano. Permettetemi allora di concludere con una favola. Secoli fa, a un uomo saggio fu posto un dilemma crudele. Un nemico si presentò al suo cospetto tenendo nella mano un uccellino. La questione posta al saggio fu: l´uccello è vivo o morto? Se il saggio avesse risposto "morto", l´uccellino sarebbe stato lasciato volare via. Se avesse risposto "vivo", sarebbe stato stritolato e lasciato cadere a terra. Il saggio esitò un momento e poi rispose: «Signore, la decisione è nelle vostre mani».
(dalla prolusione all´Università dell´Ohio, 1971)
INTERVISTA A TITO STAGNO DI SILVIA FUMAROLA
ROMA - Per milioni di italiani è l´"uomo della luna". Tito Stagno era nello Studio Tre della Rai in via Teulada per la più lunga telecronaca della storia. «Venticinque ore indimenticabili», racconta il giornalista. «La notizia della morte di Armstrong mi addolora molto. Era l´unico agnostico. Gli astronauti sono tutti molto religiosi: di Frank Borman si diceva addirittura quando ci fu l´ammaraggio e gli uomini rana lo portarono sull´elicottero, che avesse camminato sulle acque. Il mio amico Armstrong no, mio coetaneo, era agnostico come me. Ma credo che se un paradiso esiste ci andremo».
Stagno, che emozione ha provato quella sera di 43 anni?
«Un´emozione enorme, indimenticabile, la sensazione che tutto sarebbe cambiato, che si apriva un´altra era. E la lunga diretta tv fu un esperimento unico per l´epoca, ricordo l´applauso liberatorio in studio. A 39 anni avevo raggiunto il top, dopo il primo passo dell´uomo sulla luna cosa puoi aspettarti?».
La sera del 20 luglio 1969 ha anche cambiato la storia della tv.
«Fu un evento mediatico eccezionale, in cui la Rai dimostrò davvero cosa volesse dire "fare servizio pubblico". C´era una squadra di 250 persone pronta a tutto, abbiamo lavorato meglio degli americani: in regia c´era Biagio Agnes con Mario Conti e Aldo Falivena coordinava la non-stop. Ricordo Andrea Barbato, Piero Forcella e, in collegamento da Houston, Ruggero Orlando».
Con Orlando avete discusso sul momento in cui il modulo toccò il suolo lunare. Orlando disse: «Qui ci pare che manchino ancora dieci metri...».
«Sì, la questione dei motori spenti. Per i 12 minuti della discesa sul suolo lunare i mezzi dell´epoca non permettevano di avere a disposizione le immagini in diretta. Armstrong venne da noi nel decimo anniversario della missione Apollo 11, in studio c´era Orlando e fece un po´ da mediatore sulla famosa polemica per la quale io e Ruggero, nel 69, ci perdemmo l´annuncio ufficiale».
Lei cosa disse esattamente la sera della diretta?
«"Ha toccato, toccato il suolo lunare". Non ho mai detto atterrato».
Com´erano i tre astronauti?
«Molto diversi tra loro. Aldrin simpatico, Collins taciturno. Il comandante Armstrong schivo, non dimentichiamoci che era l´unico civile dell´equipaggio. È entrato nella storia senza vantarsi mai, con un sorriso».