Stefania Maurizi, l’Espresso, 24/8/2012, 24 agosto 2012
ASSANGE ALLA SFIDA FINALE
C’è un uomo chiuso in un ambasciata nel cuore di Londra, che da tre anni continua a far discutere il mondo. Intorno a lui c’è un gruppo sempre più piccolo, assediato da governi, magistrature e potentati privati in una campagna senza precedenti. WikiLeaks oggi più che un’organizzazione è un simbolo, il polo di riferimento di un movimento d’opinione che crede nella libertà totale di informazione e di una rete sotterranea che scardina archivi segreti, penetrando nei database di aziende e istituzioni. E WikiLeaks rimane Julian Assange: più il cerchio si stringe, più i loro destini diventano indissolubili. Il futuro di entrambi è legato agli esiti dei procedimenti giudiziari: quello svedese, che vuole ottenere l’estradizione di Assange per interrogarlo in merito all’accusa di stupro. E quelli ancora più pesanti che stanno per essere istruiti negli Stati Uniti, dove i colpi inflitti da WikiLeaks al sistema di potere americano non verranno mai perdonati.
Dal momento in cui, con la rivelazione dei documenti top secret del Pentagono sulla guerra in Iraq e Afghanistan, è cominciata la sfida tra Assange e l’amministrazione statunitense, la squadra di WikiLeaks ha smesso di fare progetti a lungo termine. Ora si vive alla giornata, temendo sempre nuove minacce. E tutto adesso dipende dal braccio di ferro in corso a Londra. Se il fondatore uscirà libero dall’ambasciata ecuadoriana, che gli ha riconosciuto lo status di rifugiato politico. O se verrà trasferito in manette verso Stoccolma, in un iter processuale che potrebbe fare della Svezia solo la prima tappa verso un carcere degli Stati Uniti d’America.
IL GRAND JURY L’inchiesta più importante e misteriosa sembra essere quella del Grand Jury della Virginia sulla divulgazione dei dossier più delicati per la Casa Bianca: i file sulle operazioni militari nella lotta al terrorismo e ancora di più l’intera corrispondenza della diplomazia statunitense, che ha provocato la più profonda crisi nella storia del Dipartimento di Stato. «Solo recentemente hanno ammesso che esiste davvero», racconta a "l’Espresso" il portavoce di WikiLeaks, Kristinn Hrafnsson, «ma noi sapevamo che era in corso fin da subito dopo i grandi rilasci di documenti del 2010. E sappiamo di persone che hanno ricevuto un ordine del giudice di testimoniare». Queste deposizioni vanno avanti da parecchi mesi, in una coltre di riservatezza assoluta. L’obiettivo è quello di raccogliere prove per decidere se formalizzare un’incriminazione ma allo stesso tempo l’iniziativa giudiziaria fa il vuoto intorno a chiunque negli Usa abbia avuto contatti con WikiLeaks. Nel giugno 2011, "l’Espresso" ha incontrato negli Usa uno degli esperti informatici convocati dal Grand Jury: si tratta di David House, ex ricercatore del Mit di Boston. Anche lui però non ha voluto dire nulla del procedimento. La giuria deve decidere se incriminare Assange per spionaggio, un reato che a livello teorico può essere punito anche con il carcere a vita o - per quello che riguarda i cittadini statunitensi nella formulazione più grave definita treason - la condanna a morte. Oltre a questo, negli States ci sono almeno altri quattro procedimenti che puntano ad accertare responsabilità penali di Assange: il più famoso è quello contro Bradley Manning, il militare accusato di avere trafugato il database con le informazioni sul conflitto in Iraq e del Dipartimento di Stato. E che venne arrestato dopo essersi attribuito la fuga di notizie chattando con un hacker che riteneva fidato.
LA CACCIA TELEMATICA Non è l’unica trappola lanciata sul Web contro WikiLeaks. Pochi mesi fa l’arresto di alcuni membri del collettivo hacker Anonymous da parte dell’Fbi ha svelato un clamoroso caso di doppio gioco. I detective federali infatti avevano ingaggiato uno dei più famosi pirati della Rete, protagonista con il nickname di Sabu di incursioni telematiche celebri. Sabu non era solo abile nel penetrare le difese informatiche: era anche un attivista, che incitava agli attacchi nei server di aziende e istituzioni, arruolando complici e sfidando apertamente le polizie. Poi si è scoperto che era diventato un collaboratore dell’Fbi. La sua opera di infiltrato avrebbe portato alla retata contro Anonymus per l’irruzione nei database di Stratfor, una società privata di intelligence che vendeva notizie e analisi strategiche a multinazionali, governi e agenzie di stampa. I file di Stratfor sono stati poi divulgati da WikiLeaks - "l’Espresso" li ha pubblicati in esclusiva per l’Italia - e si è temuto che anche lo staff di Assange fosse finito nelle intercettazioni dell’Fbi. Ma nei dossier federali non ci sono tracce di rapporti tra i presunti responsabili dell’assalto a Stratfor e WikiLeaks: anche l’imboscata del misterioso Sabu pare essere fallita.
LA GUERRA SPORCA Oltre alle iniziative giudiziarie, contro WikiLeaks è stata condotta anche una campagna parallela. A rivelarlo è stato proprio un blitz di Anonymous condotto un anno e mezzo fa. Nei server della società americana di sicurezza informatica HBGary Federal, è stato scoperto un dossier intitolato "La minaccia di WikiLeaks". «Nonostante la pubblicità, WikiLeaks non è attualmente in salute. Il suo stato di fragilità è causa di grande stress nell’organizzazione, uno stress che è possibile capitalizzare», recitava il documento. In che modo affondare la struttura di Assange? «Soffiare sul fuoco delle dispute interne. Fare disinformazione. Sabotaggi. Discreditare l’organizzazione. Inviare documenti falsi e poi denunciare pubblicamente l’errore. Far circolare preoccupazioni sulla sicurezza. Lanciare cyberattacchi contro le strutture per acquisire informazioni sulle fonti. Organizzare campagne mediatiche per enfatizzare la natura radicale e pericolosa delle attività di WikiLeaks. Pressione costante». È un documento praticamente dimenticato, eppure porta il marchio di una delle imprese hi-tech più temibili della Silicon Valley: la Palantir Technologies di Palo Alto, che fornisce sistemi informatici per la previsioni di frodi e attacchi a grandi banche e al Pentagono e ha ricevuto fondi dall’azienda di venture capital della Cia. Molte delle tattiche indicate in quel piano d’azione sono state poi concretizzate. Gli attacchi contro le infrastrutture tecniche di WikiLeaks sono tornati a colpire anche questo mese: l’enigmatica sigla AntiLeaks ha tenuto sotto tiro WikiLeaks per una settimana. Le dispute interne nel gruppo invece tengono banco sui media internazionali. L’ex numero due Daniel Domscheit Berg ha lasciato la formazione, attaccando Assange in tutte le sedi. Ma la sua mossa resta carica di zone d’ombra. Perché, per esempio, Domscheit Berg ha portato via con sé 3.500 documenti inviati a WikiLeaks e che l’ex numero due ha dichiarato al settimanale "Spiegel" di aver distrutto? Di che materiale si trattava? La versione di Domscheit Berg ha dell’incredibile: nelle mani di Assange non erano al sicuro né i documenti né le fonti che li avevano inviati. Conseguentemente, li ha distrutti.
I DUE FRONTI In realtà, più delle beghe interne i problemi più gravi per WikiLeaks sono altri. E condizionano in modo determinante il futuro. Anzitutto c’è il bando delle carte di credito, che hanno bloccato le donazioni dirette alla formazione di Assange, di fatto soffocando le risorse economiche del gruppo, che non è mai stato dichiarato fuorilegge né condannato. Si tratta di un blocco finanziario stragiudiziale che crea un gravissimo precedente, perché oggi colpisce WikiLeaks, ma domani potrebbe toccare a una qualsiasi organizzazione che non va a genio a banche e carte di credito. Per questo sono stati avviati ricorsi legali: in Islanda le ragioni di WikiLeaks sono state accolte in primo grado e adesso si sta discutendo l’appello. In caso di vittoria, per la prima volta dopo due anni, potrebbe riaprirsi un canale rapido per sostenere finanziariamente Assange. L’altra questione è strettamente connessa alla disponibilità di fondi: rimettere in piedi la piattaforma telematica che permette l’invio di documenti segreti con garanzia di anonimato. Finora nessuna delle soluzioni tecniche ipotizzate ha convinto Assange, che ha un’ attenzione maniacale alla tutela delle fonti. E per creare una piattaforma in grado di resistere ad attacchi così potenti ci vogliono strumentazioni e programmatori di altissimo livello: il volontariato non basta, servono investimenti.
L’ULTIMA BATTAGLIA In questi due mesi di clausura nell’ambasciata, il contatto con il suo staff non si è interrotto un solo giorno. Comunica con il mondo attraverso quello che per lui non è un semplice strumento. È un’estensione del suo io: il computer. Assange viene sistematicamente dipinto come isolato, circondato solo da yesmen e abbandonato da simpatizzanti e attivisti. E invece i rapporti con il suo gruppo sono solidi e quelli con figure carismatiche come Daniel Ellsberg, che nel 1971 fece filtrare i celebri Pentagon Papers, non hanno subito scossoni. A supportarlo sono registi e intellettuali come Michael Moore, Oliver Stone, Noam Chomsky e recentemente anche l’ex ambasciatore inglese in Uzbekistan, Craig Murray, finito al centro di guai infiniti per aver rivelato alcuni degli orrori della guerra al terrorismo su cui aveva informazioni di prima mano. È stato Murray a raccontare sul proprio blog che le sue fonti al Foreign Office gli avevano «confermato che il governo inglese aveva davvero deciso - su immensa pressione da parte dell’amministrazione Obama - di entrare nell’ambasciata e arrestare Assange».
Il suo avvocato, l’ex giudice spagnolo Baltasar Garzon, ha dichiarato: «Julian è una persona che ha sempre difeso la verità, la giustizia e i diritti umani. Ho parlato con lui, è combattivo e continuerà a lottare legalmente per protegegre WikiLeaks, se stesso e tutti coloro che sono sotto accusa». Assange, affacciandosi domenica 19 agosto dal balcone della rappresentanza ecuadoriana, ha lanciato un appello proprio per Bradley Manning: «È un eroe e va liberato». Poi si è rivolto alla folla di sostenitori: «Se Londra non ha buttato al vento la convenzione di Vienna è perché il mondo stava guardando, voi stavate guardando». Chi lo conosce sa che è un testardo, che ha dimostrato doti da leader. E anche questa volta non mollerà.