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 2012  agosto 24 Venerdì calendario

GOFFREDO BETTINI CARI FRATELLI VELTRONI E D’ALEMA CHE HO LASCIATO L’ITALIA: FATELO PER LA SINISTRA

Ascoltato mentre si specchia nel mare del Siam, «che mi ha guarito dalla depressione», Goffredo Bettini sembra muoversi nel suo elemento naturale. Un mondo fatto di cerchi e di punti, d’immobilità silenziose e improvvise ruote d’energia che gli accendono il volto d’una luce misteriosa. Strano per uno spirito come Bettini, romanissimo per nascita e ritualità oltre che discendente di un’antica famiglia marchigiana, i Rocchi Bettini Camerata Passionei Mazzoleni. Ma, soprattutto, strano per l’ultimo deus ex machina della sinistra italiana, il gran visir che nella Roma godona, sospesa ignara sul baratro dello spread, celebrava il ballo dei poteri eterogenei. Da Gianni Letta a Luciano Berio, da Franco Caltagirone a Renzo Piano, da Campos Venuti a Giancarlo Elia Valori. Tutti tenuti assieme dal noùs, la mente ecumenica e irrituale del «nuovo imperatore di Roma», come lo definì Barbara Palombelli.
Epperò Goffredo a un tratto abdicò. Così, d’emblée. Un mistero che come ogni mistero si svela soltanto in un altro mistero: il rispetto di sé, che in politica resta l’antitesi al cesarismo. E sinonimo invece di quello stile pompeiano che ha sempre illuminato il percorso politico ed esistenziale di Bettini. Una vera e propria via per l’Oxiana, verrebbe da dire qui sulla scorta di Robert Byron, attraversata da sconfitte e trionfi ma sempre sotto il segno della sfida. Percepibile anche nell’atmosfera della Thailandia d’inizio agosto.
Per anni Walter Veltroni ha promesso di andare in Africa, ma alla fine è rimasto a Roma. Lei invece, in silenzio, si è trasferito in Thailandia. Buffo, no?
A Koh Samui ho una casa da moltissimi anni. Ma dopo avere rinunciato agli incarichi italiani, ci passo parecchi mesi dell’anno per scrivere e per organizzare il Festival del cinema italiano di Bangkok, Manila e Nuova Delhi: il Moviemov, ultima mia creatura già alla seconda edizione, un successo inaspettato. La Thailandia, poi, mi ha aiutato a ritrovare serenità in un momento psicologico difficilissimo, dopo la svolta dell’89; ho dunque nei confronti di questo paese un debito di riconoscenza. Per Veltroni è diverso: in Africa ha già fatto cose molto importanti, ma trasferirsi lì gli comporterebbe problemi familiari e crisi di «abbandono politico» da parte dei suoi sostenitori molto più grandi delle mie.
Scusi, ma di che cosa parliamo? In Italia nessuno abbandona, mai. Guardi Pier Luigi Bersani. Del resto chi lascia poi non ce la fa e vuole tornare, come Silvio Berlusconi. Altro che tecnocrazia…
Il futuro è davvero poco prevedibile. La politica pare stanca e confusa. Il ritorno di Berlusconi sarebbe un atto disperato, teso a riannodare ciò che rimane nel campo del centrodestra. Bersani oggi raccoglie qualcosa e ha uno schema politico condivisibile, ma il Pd è mille miglia lontano dal coraggio innovativo che servirebbe. Non è detto dunque che la tecnocrazia lasci così facilmente. L’averla chiamata in campo è stata la prova del fallimento della politica. Quando c’è l’emergenza è l’ora della buona e grande politica. Non dei tecnici che dovrebbero gestire i tempi normali. Ma, appunto, c’è la buona politica in Italia?
Risponda lei, che fu l’artefice del successo di Francesco Rutelli nel 1993 e nel 1997, di Veltroni nel 2001 e di Piero Marrazzo nel 2005. Come la metteranno, senza di lei e con l’ombra di Beppe Grillo?
La democrazia italiana è fragile, esposta a plebiscitarismi e a demagogie di destra e di sinistra, Ma è terribilmente banale attaccare Grillo per la sua rozzezza o l’incapacità di governare. E non vedere che le sue visionarie parole e proposte, in un modo che a me non piace, colgono però il vero male della politica italiana: la mancanza di rappresentanza, di trasparenza, di legittimità, di generosità, di disinteresse dei partiti. Su questo anche la sinistra predica bene, ma razzola malissimo. Ed è su questo che dobbiamo tentare di dare risposte.
E allora iniziamo a rispondere dalla famiglia. Per esempio: lei non crede che sul tema dei matrimoni omosessuali Il Pd abbia fatto una figura penosa?
Il Pd deve tenere conto di varie sensibilità. Ma anche su temi come questi, rispettando la coscienza dei singoli, deve assumere una posizione facendo discutere e decidere tutti gli iscritti. Se non farà questo, vinceranno sempre veti paralizzanti, alzati da una parte e dall’altra per ragioni di visibilità politica personale.
Troppo indulgente, senatore. Proviamo ancora, restando in famiglia. Una volta disse che Veltroni e Massimo D’Alema erano i suoi fratelli…
Veltroni, uomo di grande intelligenza e onestà personale, ha avuto il grande merito di tentare con il Pd la prima vera, profonda innovazione del soggetto politico del campo progressista, dopo la rivoluzione del Partito nuovo di Palmiro Togliatti. Vale a dire una risposta alla crisi dei partiti che ci portiamo dietro dalla fine degli anni Settanta. Abbiamo visto come è andata a finire: con una sconfitta. In questa sconfitta ci sono anche gli errori di Veltroni che io ho cercato di segnalargli. Per esempio quello di non fare un congresso vero dopo il risultato del 2008. Ha ceduto al compromesso e ai caminetti paralizzanti.
E suo fratello maggiore, Massimo?
D’Alema è stato decisivo per portare la sinistra al governo del Paese, dopo Tangentopoli, e si è dimostrato uno statista di livello; ma D’Alema è anche il responsabile di quel riformismo dall’alto che ci ha distaccato dai processi più profondi della società e relegato sempre più nel gioco autoreferenziale della politica italiana. Il problema di D’Alema è che si è impigliato nel suo stesso carattere: quello scudo di cinismo, di pedanteria, di supponenza che alla fine lo ha danneggiato, perfino rendendo meno fresca e creativa la sua intelligenza, davvero non comune. Dietro quello scudo ci sono emozioni e passioni forti e anche umanamente ricche che sarebbe bello, adesso che dovremmo essere per l’età tutti più liberi e saggi, venissero fuori.
Cinismo, dunque. A proposito. Quali sono stati i limiti della sua generazione politica?
Sentirsi eterni, insostituibili, depositari del verbo e terribilmente tirchi nel trasmettere qualcosa ai più giovani. L’ultima vera scossa generazionale, pensi un po’, l’ha data Alessandro Natta. Furono promossi Pietro Folena, Livia Turco, il sottoscritto e tanti altri. Abbiamo vissuto il paradosso che, al contrario di tutti i paesi europei, nei quali di fronte alle sconfitte cambiano i dirigenti e restano i partiti, da noi sono cambiati i partiti ma sono rimasti i dirigenti.
E i rottamatori del Pd come li vede?
I rottamatori danno la sensazione di volere sostituire i vecchi nella stanza dei bottoni. La loro è una battaglia di potere. Legittima. Ma non utile a superare i vizi di cui patiamo, anche perché troppo personalistica e autocentrata.
Parole grosse. E singolari: sono le stesse che vengono rivolte da vent’anni al Cavaliere…
La forza e la profondità dell’operazione di Berlusconi è di avere capito che i vecchi paradigmi e i vecchi contenitori che hanno dominato il Novecento non c’erano più e non potranno più esserci.
Ora non dica che, sotto sotto, Berlusconi le piace…
A me personalmente, come è ovvio, non piace: ho sempre trovato in lui elementi pericolosi di populismo. Però bisogna avere l’onestà di ammettere che ha segnato un’epoca.
Da storico intellettualmente onesto, non crede che la sfida oggi sia un nuovo paradigma culturale più che politico?
La cultura è cosa producono le élite ma anche come comunicano i cittadini. Oggi l’impronta che prevale è un narcisismo esasperato, una perdita di senso e di spessore delle cose, un egoismo menefreghista. In questo senso, la destra liberista ha messo molto del suo. La gente, anche quella che ha denaro, mi pare triste. Occorrerebbe recuperare il valore dell’empatia. Il desiderio di realizzare se stessi entrando in contatto con chi ti sta vicino. La cultura è decisiva per spingere questi processi positivi, individuali e sociali.
Dicono però che presto tornerà nell’agone, spietato come il conte di Montecristo. Con chi si vendicherà?
Dipende dal corso degli eventi. Sono senza strutture, alcun potere, influenza. Mi sono rimasti tanti amici, questo sì. Per natura, non porto rancori. Mi paiono una perdita inutile di energie, Quindi nessuna vendetta. Ma la speranza che ci sia qualcuno, più giovane, che condivida e prenda in mano alcune idee: unire il campo democratico in un solo soggetto politico; dare forza e potere attraverso forme di democrazia integrale ai cittadini, agli iscritti, alle singole persone, bandendo correnti, gruppi di potere, intercapedini burocratiche; riaccendere l’orgoglio della nostra comunità dando l’esempio con i propri comportamenti; praticare il rigore ma con senso vero di giustizia; mettere al servizio dei talenti italiani che oggi potrebbero esportare enormemente nell’economia globalizzata uno stato e una pubblica amministrazione più snelli, coordinati, efficienti e motivati; lavorare per gli stati uniti d’Europa, la vera ricetta strategica contro la crisi.
Sembra un programma politico. O è culturale?
In Italia c’è un problema di gestione della cultura ma soprattutto d’investimenti. Giulio Tremonti disse che la cultura non si mangia. Vero. Ma la cultura fa mangiare in due sensi: quello più immateriale, ma altrettanto decisivo per un paese, con l’innalzamento dell’animo dei cittadini. E quello più concreto dei posti di lavoro che crea. La Francia ci fa arrossire. Penso al suo cinema e al fondo pubblico che lo sostiene.
E qui la volevo. Con la Festa del cinema di Roma lei diede un valore nuovo alle parole festa e cultura. Oggi però il «suo» sistema implode. Perché?
Per un motivo. Noi abbiamo davvero puntato alla rinascita culturale di Roma, valorizzando una vocazione della città. Siamo stati Rutelli, Veltroni, Gianni Borgna e io a dotare la capitale di strutture e manifestazioni che resteranno radicate per sempre. Il segreto è stato la qualità, l’autonomia dei partiti e l’amore per il progetto che hanno avuto le personalità chiamate a dirigere le società e le attività culturali. Oggi l’atmosfera è totalmente cambiata. Levare Borgna dalla presidenza dell’Auditorium per metterci Aurelio Regina è l’esempio che parla per tutti.
Un momento, senatore. Aurelio Regina è un imprenditore di livello…
È vero, Regina è un rilevante rappresentante della Confindustria. Ma è stato messo all’Auditorium nell’ambito di una spartizione e per accontentare certi mondi. Non ha competenza in materia, né dimostra passione per l’incarico.
Ah, e lei chi avrebbe visto al suo posto? Cesare Romiti. Anche lei con la classica sindrome di Stoccolma dei postcomunisti…
No. Diciamo che Romiti non è mai stato un professionista della Confindustria, ecco. E poi se non fosse stato per Romiti e per la sua passione non ci sarebbe l’Auditorium. Quando feci la rescissione del contratto e girai le sette chiese per avere appoggi, solo Romiti fu disponibile. Con lui bastò una stretta di mano. E mantenne la promessa della consegna. Ripeto: avrei gioito che se fosse diventato il presidente dell’Auditorium. Invece lo hanno tolto, chissà perché…
Come se le spartizioni non fossero l’essenza della cultura politica, di destra e di sinistra. È accaduto anche alla sua Festa del cinema: non è arrivato Marco Müller?
Müller è un ottimo professionista. E la sua aria un po’ anarchica e rivoltosa mi è anche simpatica. Gli auguro un successo. Ma metterlo alla festa di Roma, levando Piera Detassis, una straordinaria professionista, e dopo la guerra che Müller aveva condotto contro Roma, mi è parso un diktat contro natura. Come obbligare un musulmano a bere vino, accarezzare un cane e mangiare maiale.
(Da chi dà le dimissioni si accettano anche metafore ardite…).