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 2012  agosto 22 Mercoledì calendario

IL DELITTO NEL SUO ROMANZO ARRESTATO L’AUTORE

Salì in macchina e raggiunse rapidamente la vecchia casa di campagna. Rovistò nel fienile in mezzo alla paglia. Afferrò un fucile da caccia insieme alla cartuccera e tornò da Anthonia”. Non è una prosa folgorante, ma, come direbbe un agente letterario, “il romanzo c’è”: perché Anthonia è una prostituta nigeriana di 26 anni. Perché è molto bella. Ma soprattutto perché viene uccisa. Il fucile da caccia che riposava fra la paglia tronca la sua giovane vita. A imbracciarlo è il protagonista maschile, che la ama perdutamente, che ha tentato di toglierla dalla strada, che la vuole redimere o possedere interamente o punire.
TITOLO dell’opera: “La rosa e il leone”. La Rosa è Anthonia, il leone è, come spesso capita, l’alter ego dell’autore: Daniele Ughetto Piampaschet, trentaquattrenne, laureato in filosofia, di professione precario. Uno che, come molti della sua generazione, non lavora stabilmente, non studia più, non ha una identità professionale. Uno che vive a casa di mamma e papà (a Giaveno, ridente cittadina piemontese), e, lì accoccolato, si dedica alle sue passioni dominanti: la scrittura e le nigeriane. Di nigeriana ne ha sposata una (il matrimonio è durato quasi dieci anni), ne ha amate altre, di romanzi non ne ha mai pubblicati.
Il che fa di lui un paria: poche figure sono socialmente discriminate come quella di chi scrive ma non è pubblicato, conosciuto, famoso. Almeno fino a ieri. Perché ieri, il Piampaschet, è stato arrestato, con l’accusa di aver ucciso la protagonista del suo romanzo. Una ragazza nigeriana. Una delle tante che ha ammesso di frequentare “in cerca di ispirazione”. Gli piacciono da morire, le nigeriane, le tampina, le racconta, prova a toglierle dalla strada. Fin qui sarebbe tutto legittimo, perfino commendevole, ma l’ultima, Anthonia Egbuna, musa ispiratrice del pregevole Piampaschet inedito, non è morta per fiction, è morta di morte reale. È stata ripescata nel Po il 26 febbraio scorso, straziata dalle coltellate (nel romanzo erano colpi d’arma da fuoco). Era scomparsa dal 28 novembre.
Fatale coincidenza? Pare di no. L’aspirante scrittore , fra il febbraio 2011, giorno del primo incontro con Anthonia, e il 28 novembre, giorno della sua morte, le ha telefonato 1900 volte. Poi ha smesso. Certo, lei non rispondeva. Ma lui non ci ha più provato. Strano. Più strano ancora: ha cambiato cellulare. E subito dopo, altro elemento che gli inquirenti hanno interpretato negativamente, ha lasciato Giaveno per trasferirsi a Londra. Ma a Londra era andato a lavorare durante le Olimpiadi. Come guardarobiere. Non c’è da stupirsi: capita ad un sacco di filosofi precari di accettare qualsiasi offerta, ovunque, e magari di fermarsi per continuare a lavorare. Invece lui è stato arrestato giovedì scorso, non a Londra. A casa di mamma, a Giaveno (anche gli assassini vanno in ferie?) con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Ieri l’arresto è stato convalidato, con tanto di custodia cautelare. Avrà, perciò, l’occasione di misurarsi con un’altra classica fonte di ispirazione letteraria: lo stato di detenzione, l’universo carcerario. Da Silvio Pellico a Solgenytzin, passando per Dostoevskij, la prigionia ha prodotto ottimi romanzi. Del resto, l’unico essere umano che, dalla restrizione della propria libertà, può trarre qualche vantaggio, è proprio lo scrittore. Quale condizione migliore di una cella, per concentrarsi su una storia, approfondirla, curare la tessitura della pagina, la lingua, lo stile? Naturalmente devi essere colpevole.
ALTRIMENTI il senso dell’ingiustizia di cui sei vittima ti travolge e allora addio prosa. La domanda sorge inevitabile: è davvero colpevole Daniele Ughetto Piampaschet? Gli inquirenti hanno un vantaggio su di noi: hanno letto il manoscritto. Ma il manoscritto, presentasseanchelapiùdettagliata ricostruzione di ciò che si prova piantando un coltello nella carne della tua donna, non è una prova. Se sei molto convincente è perché sei un bravo scrittore, non perché sei un bravo assassino. Eppure, la reazione istintiva del lettore, leggendo qualsiasi storia, dalla più cruenta alla più banale, è che l’autore l’abbia vissuta in prima persona e, in preda ad un attacco irrefrenabile di pubblica confidenza, abbia deciso di raccontare i fatti suoi. Molto raramente, è vero. Perfino la moda francese della “autofiction”, quei romanzi in cui lo scrittore inserisce se stesso fra i personaggi, mescolano avare porzioni di realtà con verosimili invenzioni. Forse è questo il caso di Piampaschet. Forse la sua Anthonia è una somma di tante ragazze che ha conosciuto. Forse non torcerebbe un capello a nessuna di loro e scarica sulla pagina le sue pulsioni peggiori. Forse invece l’ha uccisa veramente e non ha saputo resistere alla tentazione di raccontarlo, perché non è bravo a inventare, e questa volta, finalmente, aveva fra le mani una storia. La più sciagurata delle ipotesi è che abbia ucciso veramente, per conquistare questo spazio su un giornale. E vedersi finalmente pubblicato.