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 2012  agosto 21 Martedì calendario

Nel mondo intellettuale e politico «democratico», che si riunì prima intorno alle inchieste giudiziarie contro Craxi e poi contro il suo erede Berlusconi, si è aperta una profonda frattura, testimoniata dalla polemica pubblica che sta opponendo il fondatore di «Repubblica» Eugenio Scalfari a un eminente collaboratore del suo giornale come Gustavo Zagrebelsky

Nel mondo intellettuale e politico «democratico», che si riunì prima intorno alle inchieste giudiziarie contro Craxi e poi contro il suo erede Berlusconi, si è aperta una profonda frattura, testimoniata dalla polemica pubblica che sta opponendo il fondatore di «Repubblica» Eugenio Scalfari a un eminente collaboratore del suo giornale come Gustavo Zagrebelsky. E lo scontro è proprio sull’uso politico della giustizia. Sembrerebbe una nemesi, se non fosse il segnale di un fenomeno più profondo, che ha cambiato radicalmente l’opinione pubblica nell’ultimo ventennio. Sotto le bandiere di Mani Pulite, infatti, si ritrovarono insieme due componenti della sinistra italiana fino ad allora lontane quando non nemiche: la sinistra di provenienza marxista e quella di origine azionista, i comunisti gramsciani e i liberali pannunziani. Entrambe frustrate dalla condizione di minorità cui la collocazione internazionale dell’Italia e il volere degli elettori le avevano confinate durante l’arco del lungo dominio democristiano, entrambe videro nell’azione palingenetica della Procura di Milano e delle sue emule l’unica via possibile a una «rivoluzione democratica». Nasce allora quell’idea del potere giudiziario come difensore dei deboli e degli oppressi contro i potenti e i forti, che è romantica e seducente ma alquanto impropria in uno stato di diritto, nel quale i magistrati, anch’essi assoggettati alla Legge, devono esclusivamente prevenire e reprimere i reati. La funzione per così dire salvifica degli inquisitori si rese utile e perfino indispensabile anche per fronteggiare l’imprevedibile beffa della storia che portò al potere, sull’onda delle condanne a Craxi, il suo miglior amico: Silvio Berlusconi. Di fronte all’esito delle elezioni del ’94, le prime senza Dc e Psi, quel mondo rispose badoglianamente: «La guerra continua». E, come tutti sappiamo, continuò. Per quasi vent’anni. Finché a sorpresa fu l’Europa, e non una delle tante procure che ci avevano provato, a mettere fine al dominio politico di Silvio Berlusconi. Questo atto di nascita è così cruciale nella storia della sinistra «democratica» che è proprio ciò su cui litiga oggi: per stabilire se il biennio ’92-’94 fu il teatro di una rivoluzione politica o invece il pilastro impastato col sangue di un patto con la mafia, per usare la elegante metafora di Antonio Ingroia. Ma perché proprio adesso si consuma una frattura così clamorosa in quel mondo? La ragione principale è che, come tutte le Sante Alleanze, anche quella tra sinistra sociale e sinistra morale soffre enormemente la scomparsa del Nemico. I protagonisti della nuova fase politica, Napolitano e Monti, sono addirittura emblemi della sinistra che si prepara finalmente a governare; così l’altra parte, quella che fa dell’opposizione la propria ragion d’essere, diventa nemica, dando vita a una sorta di regolamento dei conti simile a quello che tutte le rivoluzioni hanno conosciuto un giorno dopo la vittoria. D’altronde anche le Procure vanno per la loro strada. Aver concesso loro la delega politica del cambiamento non è stato senza conseguenze. Un potere diffuso la cui autonomia è stata elevata a dogma si comporta in modo autonomo, talvolta guidato da sinceri aneliti di giustizia, talaltra dalla tentazione di ripetere le esperienze di successo di Di Pietro e di De Magistris, trasformando in lotta politica faziosa la propria azione giudiziaria. Intorno alle Procure è poi cresciuta un’opinione pubblica nutrita ogni giorno di teorie cospirazioniste vendute a basso prezzo, intrisa di personaggi e culture provenienti piuttosto dalla destra giustizialista, il cui motto è diventato il Fiat Iustitia Et Pereat Mundus: dunque pregiudizialmente refrattaria a qualsiasi discorso politico, perché il governo è sempre potere e il potere è sempre corruzione. (Tutto questo ovviamente non ha nulla a che fare con la necessità della lotta alla mafia e con l’esigenza dell’accertamento della verità su eventuali complicità politiche che vanno perseguite senza esitazione). Purtroppo la sinistra politica ha incubato e allevato per anni e ai più alti livelli questi fenomeni nel proprio seno, ospitandoli e vezzeggiandoli nei luoghi dove essa forma la sua opinione pubblica. Ha pensato di usare l’indignazione morale come arma di lotta politica contro gli avversari di turno, convinta che sarebbe tornata sotto le comuni bandiere non appena fosse giunta l’ora dei «giusti» al governo. Ma l’indignazione è un genio che non rientra a comando nella lampada. Per questo la prossima fase politica può assumere i caratteri, non salutari per le istituzioni, di una vera e propria guerra civile interna alla sinistra.