Marco Albino Ferrari, la Stampa 18/8/2012, 18 agosto 2012
LA NOTTE SOLITARIA DI EZECHIELE FUGGITO DAL BRANCO
A rispondere alle chiamate di pronto intervento del canile municipale non può andare il primo venuto. Anche il più acceso spirito di collaborazione, l’entusiasmo più vivo, a volte non bastano: il compito si può rivelare complicato e va affrontato nelle debite forme. Al momento della cattura bisogna guardare l’animale con freddezza, avvicinarsi con circospezione. Di fronte all’uomo intenzionato ad acciuffarli i cani randagi reagiscono in due modi: o scappano, e allora l’operazione si complica; o assalgono, e in quel caso il lavoro si fa pericoloso. No, non tutti possono rispondere alle chiamate di pronto intervento. Per questo il 24 febbraio 2004, a soddisfare la richiesta di soccorso arrivata al canile di via del Taglio a Parma andò Patrizia Pizzorni.
Patti, così la chiamano gli amici, è la più esperta e affidabile in questo tipo di operazioni. È una donna paziente e decisa, lavora come impiegata negli uffici della Polizia e nel tempo libero si dedica anima e corpo agli animali. Ha 45 anni, un viso rassicurante incorniciato dai capelli neri tagliati a caschetto.
È lei, dunque, a rispondere quel pomeriggio d’inverno intorno alle due e trenta. Al telefono hanno detto che sulla tangenziale un cane, un grosso cane grigio, è stato investito. Dopo l’urto con l’automobile è scappato zoppicando nel prato di fianco alla strada, dove si è accucciato. Bisogna intervenire, povera bestia.
Patti parte dal canile con il furgoncino attrezzato per i recuperi. Il cielo è nuvoloso e un freddo umido si addensa sulla campagna. Quando arriva sul posto, l’uomo che ha chiamato indica una macchia grigia in mezzo al prato. «A quel punto faccio segno con la mano di attendere lì», mi racconterà anni dopo Patrizia.
«In questi casi, lo so, meglio avvicinarsi da soli. Parto. Sono a dieci metri. Vedo che l’animale respira. Mi avvicino lentamente e infine gli sono sopra. È grande, malconcio, trema. Alle spalle sento le macchine passare a grande velocità sulla tangenziale. Mi accovaccio. Lui non scappa, e neppure tenta di mordere. Si finge morto. Stranissimo: i cani non reagiscono così. A quel punto allungo una mano e gli tocco il pelo. E sai lui cosa fa? Alza la testa, mi guarda dritto negli occhi. Ci scrutiamo per qualche istante e in quel momento lui mi dice: “No, non sono un cane. Sono un lupo, non farmi male”».
Patrizia Pizzorni è convinta che tra uomini e animali si possa comunicare attraverso la telepatia. «Davvero, basta lasciar cadere le barriere mentali che ci separano e affinare l’intuito», dice. In uno sguardo di animale ci può essere un messaggio esplicito che va saputo cogliere. Patti, vera animalista, è anche convita che gli animali siano di gran lunga «migliori» degli uomini. «Mi fido più di loro che di noi», mi dice.
Quel freddo giorno d’inverno, l’idealista Patti non poteva sapere che con lei aveva appena avuto inizio una delle vicende più significative della storia della lupologia in Europa. Di lì a poco quel lupo ferito sarebbe divenuto il protagonista di una vicenda chiave per capire il comportamento dei soggetti in dispersione e verificare le potenzialità dell’animale fuori dal branco. Una vicenda che avrebbe avuto eco oltreoceano trovando spazio persino sulle colonne di «Newsweek».
Il veterinario, quella sera al canile municipale, espresse la sua diagnosi: l’animale era in condizioni gravi, era ipotermico, aveva la zampa anteriore sinistra dolorante. Ma la cosa sorprendente è che si trattava di un lupo. Cosa ci faceva un lupo solitario sulla tangenziale di Parma?
Il mattino dopo, l’animale venne trasportato alla clinica veterinaria per ricevere le prime cure. Gli venne prelevato un campione ematico per le analisi del Dna. E la risposta arrivò già il giorno seguente. Sì, era veramente un Canis lupus italicus.
Il Dna, poi, non svelava solo la specie, ma anche altre informazioni: grazie a una ricerca negli archivi si trovò che l’esemplare proveniva da un branco ben conosciuto nel Parco del Frignano. E si poteva scrivere così la sua storia anagrafica.
Aveva dieci mesi, ed era entrato in stato di dispersione per andare in cerca di una femmina solitaria al fine di costituire la coppia alfa di un nuovo branco. Questo era dunque il responso del Dna. Si dovevano avvertire subito le autorità. La stampa iniziò a occuparsi del caso. E dopo un frenetico intrecciarsi di riunioni si decise di rivolgersi ai massimi esperti italiani: i ricercatori della Sapienza Luigi Boitani e Paolo Ciucci.
Era un’occasione d’oro: i professori, dopo un periodo di cure, avrebbero applicato all’animale un radiocollare per poterlo seguire nei suoi spostamenti e capire il comportamento dei lupi in dispersione su quella parte dell’Appennino. Avrebbe proseguito verso Nord, anche lui lungo la via del lupo? Avrebbe svelato alcune questioni ancora aperte sull’etologia della specie?
«Dopo il recupero, la notte che lo vegliai al canile gli avevo dato il nome Ezechiele», racconta Patti con voce rotta dalla commozione. «Non so perché, mi era sembrato così indifeso, malconcio, sfortunato. Poi gli hanno dato il nome M15, cioè il quindicesimo maschio identificato, e fin qui mi sta bene. Ma qualcuno gli ha affibbiato il nome Ligabue, che per me non ha senso. Non siamo mica a Reggio Emilia, dove era vissuto il famoso pittore. Né quel lupo ha mai emesso un suono, non mi ha mai fatto neppure un ringhio, quindi neanche c’entra con il cantante. Però, che ci vuoi fare, il mio lupo è diventato famoso con quel nome… Se l’ho rivisto? Macché, non l’ho più visto. Sono contenta che sia diventato così importante per quello che ha fatto per la scienza. Pensa che dopo qualche mese dal quel famoso giorno di febbraio, su al Parco dei Cento Laghi si era tenuto un convegno sui lupi. E si vedeva dai messaggi satellitari lanciati dal radiocollare che proprio in quei giorni Ezechiele si stava aggirando dalle parti del convegno: magari aveva sentito che si stava parlando di lui e aveva voluto stare lì vicino. Ma un po’ di rammarico c’è. Forse se non lo avessi salvato non avrebbe fatto quella tristissima fine».