Serena Danna, Corriere della Sera 18/8/2012, 18 agosto 2012
UN LEADER NELL’ANGOLO E POCHI FEDELISSIMI QUELLO CHE RESTA DI WIKILEAKS
In queste ore decisive per la sorte di Julian Assange, quello che resta di WikiLeaks, l’organizzazione che ha fatto tremare il mondo nel 2010 rivelando informazioni riservate sui governi, si stringe intorno al suo leader. Kristinn Hrafnsson, il cinquantenne giornalista islandese portavoce del movimento e braccio destro del rifugiato, mostra grande calma al telefono e si definisce «orgoglioso della scelta coraggiosa dell’Ecuador di respingere le pressioni di Stati Uniti e Gran Bretagna». Eppure la vicenda personale di Julian Assange, che rischia l’estradizione negli Stati Uniti e l’accusa di spionaggio, sta influenzando in maniera diretta lo staff di WikiLeaks. Il sito è ridotto oggi a dieci persone che lavorano full time al progetto. Il blocco delle donazioni tramite i più comuni sistemi di pagamento (via carte di credito Visa o Mastercard) — che di fatto impedisce il finanziamento — ha rappresentato l’ennesimo colpo per l’organizzazione. Ma i problemi non sono solo economici: la piattaforma non ha ancora ripreso a funzionare da quando, nel 2010, l’inventore del software, conosciuto come «l’architetto», ha lasciato l’organizzazione portando con sé il sistema informatico che raccoglieva e proteggeva le informazioni. «Al momento non abbiamo una tecnologia capace di garantire la sicurezza e l’anonimato di chi denuncia — spiega Hrafnsson — e non siamo in grado di gestire il flusso di dati che comporterebbe la riattivazione».
La guerra ad Assange si è trasformata in una guerra contro WikiLeaks. D’altronde era inevitabile. Daniel Domscheit-Berg, ex collaboratore di fiducia del fondatore, puntualizza: «Il movimento è la sua creatura di cui si sente il padrone assoluto». Fu lo stesso Assange a dichiarare in un’intervista al New York Times di essere «il cuore e l’anima di questa organizzazione, il suo fondatore, filosofo, portavoce, sviluppatore, animatore e finanziatore».
Ma i fedelissimi dell’attivista — insieme ad Hrafnsson, si contano il giornalista britannico Joseph Farrel e l’ex studentessa Sarah Harrison — non mollano Assange. Nulla mette in dubbio la sua onestà intellettuale: non lo fa la richiesta d’aiuto a un Paese tiepido sui diritti civili come l’Ecuador, né il rapporto di lavoro che l’attivista intrattiene con Russia Today, canale tv finanziato dal governo russo di Putin. «La trasmissione di Julian è indipendente — puntualizza Hrafnsson — non c’è alcun controllo editoriale: allora bisognerebbe condannare chiunque lavora per Murdoch o per Berlusconi». La colpa è dei media tradizionali che «invece di concentrarsi sul progetto, sono ossessionati da Julian». Qualcuno lo accusa di fare di tutto pur di attirare l’attenzione: «Cosa dovrebbe fare? — chiarisce il portavoce —. È l’unico modo che ha per difendersi». La solidarietà dello staff scalda i supporter del movimento, uniti dalla rabbia contro la giustizia americana e dalla difesa assoluta della libertà online. Dall’attivista digitale Jacob Appelbaum, anima del Tor Project (il software che permette la navigazione anonima online) alla star della tv australiana Phillip Adams, fino ai giovani hacker, la linea è una: Assange paga la colpa di aver svelato l’opacità del potere. I problemi però ci sono. Hrafnsson minimizza ma in parecchi — dal 2007 a oggi — hanno lasciato l’organizzazione in contrasto col fondatore. Daniel Domscheit-Berg, autore del libro Inside WikiLeaks (Marsilio), spiega: «WikiLeaks all’inizio non era un’organizzazione ma un progetto: valutavamo insieme, ognuno dal proprio pc, cosa pubblicare e perché. È stato Julian a creare una gerarchia e a porsi in cima».
Quando il sito è esploso nel novembre 2010 con la pubblicazione di 251 mila documenti diplomatici statunitensi sono cominciati i dissidi. In molti, come la parlamentare islandese Birgitta Jónsdóttir, ex supporter, hanno criticato l’attenzione eccessiva riservata agli Stati Uniti. Domscheit-Berg racconta che all’inizio: «WikiLeaks sceglieva i documenti da mettere online seguendo l’interesse dei cittadini di tutto il mondo, il progetto era "wiki" aperto, e allo stesso tempo molto selettivo». Nel 2010 tutto è cambiato: «La pubblicazione ha iniziato a seguire un’agenda politica e a farsi sempre più segreta: dichiaravamo di lottare per la trasparenza quando eravamo i primi a non promuoverla».
Atra causa di defezioni — tra cui lo scienziato del Massachusetts Institute of Technology David House e il giornalista James Ball — è stata la scarsa protezione delle fonti (la maggior parte dei documenti pubblicati riportava il nome della persona che li aveva trasmessi), che ha messo in pericolo tante vite, tra cui quella di Bradley Manning, il militare responsabile del rilascio di documenti sulla guerra in Iraq.
Domscheit-Berg spiega di aver provato ad avviare insieme ad altri membri una discussione interna su metodi e obiettivi ma la posizione di Assange è stata netta: WikiLeaks non sarebbe cambiata. «Avremmo dovuto espellere lui, o quanto meno mandarlo in vacanza per un mese — ammette l’informatico — ma abbiamo preferito lasciare: i rischi erano troppo elevati».
L’attivista ha provato a ricreare l’anima di WikiLeaks altrove, fondando la piattaforma «aperta e trasparente» OpenLeaks. È stato allora, lontano dal movimento e dal suo fondatore, che il giovane ha ricominciato ad apprezzare WikiLeaks: «Ha dimostrato che si può garantire sicurezza ai "whistleblower" (informatori anonimi) per diffondere informazioni di interesse pubblico». Questo spirito è confermato dai centinaia di attivisti digitali a lavoro in questi anni — dai Balcani con BalkanLeaks fino all’italiano GlobaLeaks — su piattaforme e software per la tutela dell’anonimato e dell’informazione.
Andy Greenberg, giornalista di Forbes, per il libro sul «whistleblowing» This Machine Kills Secrets, in uscita negli Usa, ha analizzato 50 casi di siti e organizzazioni che stanno provando a replicare il metodo WikiLeaks, compresi Al Jazeera e Wall Street Journal, arrivando a una cauta conclusione: «Occorre una policy per la privacy molto rigida, un software che garantisca l’anonimato, essere pronti a finire nei guai da un momento all’altro e un leader di grande personalità». Ancora una volta, lui: Julian Assange.