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 2012  marzo 03 Sabato calendario

GOLPE GENERALI, MEDIOBANCA NON FA PRIGIONIERI

Milano
Fuori Giovanni Perissinotto, dentro Mario Greco. Vincono Mediobanca e i suoi alleati. Dopo i fuochi d’artificio della vigilia, gli amministratori di Generali ieri hanno silurato il numero uno della compagnia nel giro di poche decine di minuti. Al timone del più grande gruppo assicurativo italiano, cassaforte miliardaria e snodo fondamentale del capitalismo nazionale, arriva un manager di lungo corso come Greco, già numero uno della Ras (fino al 2005) e da fine 2007 al vertice del colosso svizzero Zurich.
Perissinotto, tenendo fede a quanto annunciato venerdì, non ha rassegnato le dimissioni. E così si è andati alla conta. Scontato l’esito: dieci consiglieri favorevoli alla destituzione dell’amministratore delegato, cinque contrari e uno astenuto. Il fronte anti Perissinotto era guidato dal costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, da Lorenzo Pellicioli del gruppo De Agostini e dai consiglieri targati Mediobanca, come Claudio De Conto e Clemente Rebecchini. Su questa stessa linea si è espresso anche Paolo Scaroni, il capo dell’Eni che da cinque anni siede nel board della compagnia triestina. Contro il licenziamento ha invece votato, tra gli altri, l’avvocato Alessandro Pedersoli, molto vicino a Giovanni Bazoli di Intesa. La contestazione più rumorosa è però arrivata (come spesso accade) da Diego Della Valle, da tempo molto legato a Perissinotto. Non a caso le Generali sono entrate con una quota del 16 per cento nella Ntv, la compagnia ferroviaria (i treni Italo) di cui Della Valle è uno dei promotori assieme a Montezemolo. Il patron delle Tod’s ha poi annunciato il suo prossimo addio al consiglio delle Generali.
A parte l’amicizia con il manager silurato, a della Valle non può certo far piacere la vittoria schiacciante del numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel. Solo poche settimane fa l’imprenditore marchigiano era partito lancia in resta contro lo stesso Nagel, definendolo “inadeguato al ruolo che ricopre”. Mentre Mediobanca, Della Valle dixit, sarebbe un freno allo sviluppo di Generali. Ed ecco che la banca che fu di Enrico Cuccia, prima azionista della compagnia di Trieste con il 13,2 per cento, adesso si prende tutta la posta in palio silurando un manager come Perissinotto, messo sotto accusa per il calo in Borsa del titolo e per i risultati non proprio brillanti di quest’ultima fase della sua gestione. Soci pesanti come Del Vecchio e De Agostini stanno infatti perdendo centinaia di milioni sul loro investimento nella compagnia del Leone.
LA SOSTANZA delle accuse a Perissinotto pare del tutto opinabile. Rispetto ai maggiori concorrenti internazionali (Allianz, Axa, Zurich) le Generali sono state penalizzate dal loro portafoglio pieno zeppo di titoli di stato italiani, un po’ come è successo alle banche nostrane. E negli anni scorsi le scelte d’investimento della compagnia nel settore immobiliare e altrove sono state approvate in consiglio dagli stessi soggetti che adesso le contestano rumorosamente.
La questione vera, quella che ha portato a questa clamorosa resa dei conti, sembra un’altra. Di questi tempi Mediobanca non può permettersi di avere alleati tiepidi. Figurarsi se può tollerare un tipo come Perissinotto che dava (timidi) segni di volersi emancipare dalla tutela del suo maggiore azionista. In una fase di pesante crisi economica, una fase in cui perdite e debiti finiscono per accentuare i contrasti tra i grandi nomi del capitalismo, Mediobanca, pure lei in difficoltà, si difende attaccando. E richiama tutti all’ordine. Non c’è spazio per chi esprime dubbi.
GLI ASSETTI di potere del capitalismo nazionale si stanno giocando su partite come quella del salvataggio della Fonsai di Ligresti, su cui la banca di Nagel è esposta per oltre un miliardo. Perissinotto secondo alcuni è colpevole di non aver mai preso pubblicamente le distanze dal suo amico Roberto Meneguzzo, il finanziere che insieme con Matteo Arpe sta cercando di mettere i bastoni tra le ruote ai progetti di Mediobanca su Fonsai.
Grandi manovre in corso anche sulla Rcs-Corriere della Sera, dove la linea di Bazoli appare sempre più distante da quella della Fiat di John Elkann e di Nagel. E l’ex capo di Generali, che hanno quasi il 4 per cento del gruppo editoriale, in più di un’occasione aveva lasciato intendere che quelle azioni, prima o poi, avrebbero potuto anche essere vendute. Proprio Della Valle, molto interessato ai destini del quotidiano milanese, aveva sollecitato Perissinotto a cedere quei titoli che, secondo mister Tod’s, "non hanno senso per lo sviluppo della compagnia".
Alla fine le ragioni di Mediobanca sono andate a saldarsi con quelle di grandi soci come Caltagirone, la De Agostini di Pellicioli e anche Leonardo Del Vecchio, tutti molto preoccupati per il calo del titolo. A quel punto la sorte di Perissinotto era segnata. Adesso tocca a Greco, un manager che ha fatto un gran bene alla Zurich e di cui tutti tessono le lodi. Di origini napoletane, 53 anni tra due settimane, il nuovo capo delle Generali nasce bene (è nipote di Franzo Grande Stevens, storico avvocato degli Agnelli) e cresce ancora meglio nel vivaio dei consulenti della McKinsey. La sua carriera conta due uscite traumatiche. Nel 2005 alla Allianz-Ras finì in rotta di collisione con Enrico Cucchiani. Nel 2007 all’Eurizon del gruppo Intesa, si scontrò con Corrado Passera. Cucchiani è diventato banchiere a Intesa prendendo il posto di Passera. Il quale adesso è addirittura ministro. Alle Generali invece Greco si prepara a ritrovare il suo ex braccio destro in Ras, Paolo Vagnone (country manager per l’Italia), che è anche grande amico di Nagel. Un caso, ovviamente.