Cristina Sivieri Tagliabue, Sette, 6/1/2012, 6 gennaio 2012
Dottore, ho sognato Umberto Bossi: è una cosa grave? Cosa confessano gli italiani sul lettino in tempo di crisi?– Anno 2012: si afferma la “primazia dell’io” (come dice l’Istat)
Dottore, ho sognato Umberto Bossi: è una cosa grave? Cosa confessano gli italiani sul lettino in tempo di crisi?– Anno 2012: si afferma la “primazia dell’io” (come dice l’Istat). Il che significa che, in generale, quando va bene e c’è poco di cui temere, spingiamo l’acceleratore sui nostri ombelicali desideri. Quando invece arrivano le ansie, e con la crisi ne arrivano molte, abbassiamo lo sguardo fino a non incrociarne più altri. Per rivolgerci spesso a chi ci può dare un aiuto per mestiere. C’è chi si affida a personal coach e counselling filosofico. E chi agli psicoanalisti. Proprio a otto dei più noti di questi ultimi (di rito sia freudiano sia junghiano) abbiamo chiesto aiuto. E rivolto alcune domande. Come stanno gli italiani nell’epoca del sacrificio fiscale? Quali sono le problematiche più ricorrenti? Insomma, di che cosa si parla nelle segrete stanze di chi analizza le altrui menti nell’era post-Berlusconi e dello spread? «I pazienti sono effettivamente cambiati», spiega subito Ferruccio Vigna, torinese, 54 anni, psicoanalista junghiano e presidente di Arpa (Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica). «Una volta chi apparteneva alla classe media entrava in analisi anche solo perché questo rappresentava uno status symbol. Andare in terapia era spesso più importante dei risultati, ai quali si pensava di rado. Oggi invece le richieste sono più complesse, profonde. Anche più stimolanti, comunque. E spesso le più motivate sono proprio le persone meno abbienti. Anche perché la crisi ha riportato a galla il significato simbolico dei “riti di passaggio” che la nostra società narcisistica aveva cancellato». Cioè? «Il mettersi in gioco. L’uscire da se stessi e riposizionarsi nel mondo, magari cambiando lavoro. Sembra semplice: in realtà, nella nostra società il fallimento non è contemplato. Siamo passati da una cultura della colpa – il senso del dovere, il padre severo, Edipo – a una cultura della vergogna, in cui il novello Narciso soffre patologicamente non di questioni morali, ma di inadeguatezza rispetto ai modelli vincenti. Si entra in crisi quando la nostra immagine è in crisi. Ma l’inadeguatezza narcisistica si combatte solo cercando di dare un diverso significato alla propria vita: ponendosi insomma di fronte al futuro come a un rito di passaggio. Uno strumento – come ci insegna l’antropologia – con il quale i modelli comportamentali inadeguati alle mutate circostanze vengono sostituiti con altri più adatti». Il pubblico nell’inconscio. Già, i modelli di vita. Un dilemma tra due poli opposti. Da una parte il downshifting, ovvero la possibilità accarezzata di vivere con meno, ed essere felici. Dall’altra gli stereotipi top: i famosi, i ricchi, i politici. Ferruccio Vigna, come altri psicoanalisti italiani, racconta quanto spesso i personaggi pubblici siano presenti nel nostro inconscio, mettano radici nel nostro immaginario e stentino ad abbandonarlo. «Umberto Bossi, e non solo per gli ultimi fatti di cronaca, è stato spesso presente nei sogni di miei pazienti. Per non parlare di Berlusconi: l’uomo più “sognato” dagli italiani. E non perché amato o odiato. Perché risponde, in qualche triste modo, all’immagine di modello vincente». O forse «perché Silvio è il simbolo “dell’infantilizzazione dell’italiano medio”». Questo, per sommi capi, il pensiero di un altro illustre junghiano, Luigi Zoja, milanese, classe ’43. «Alcuni miei pazienti», afferma, «sognano invece Obama: è stato un simbolo di forte cambiamento, quindi è normale che rimanga impresso. Mi hanno invece colpito diverse signore, peraltro laiche, che certe notti sognavano incontri con Giovanni Paolo II. Pensando a lui non come pontefice ma come uomo: forse cercando in lui un riferimento maschile affidabile. A ogni modo», aggiunge, «il culto del successo a ogni costo è – speriamo – un’era passata, come anche quella del consumismo. Così quello che io vedo è che ci riavviciniamo al tema dell’essere, alle sue problematiche reali. Anche se io non ho mai avuto in analisi persone che inseguono l’edonismo fine a se stesso, ma piuttosto vecchi industriali con un senso di responsabilità che oggi faccio fatica a ritrovare o giornalisti, scrittori, intellettuali che, nell’ultimo ventennio, hanno sofferto per l’impossibilità di passare messaggi importanti. E magari di dover ripiegare alla superficie». Più in generale, quali sono le loro paure, oggi? Secondo Zoja la grande preoccupazione, comune a molti, è «per il lavoro dei propri figli: la precarietà professionale è un grande tema. E poi a me fa paura la loro dipendenza dalla tecnologia. Ho pazienti che aprono il BlackBerry o il cellulare durante i nostri incontri, magari per leggermi messaggi, parole e discuterne». Proprio così. Sarà l’effetto di un’altra paura, quella della solitudine, ma le relazioni via sms e social media ci hanno invaso la vita. Le conseguenze sono innumerevoli. Ma dal punto di vista psicologico, la più eclatante è la fine dei cosiddetti “tempi morti”. Il dolce far nulla. «Per questo motivo, stare in aereo è diventato un momento di parziale relax». Secondo David Meghnagi, professore di psicologia clinica all’Università Roma Tre e psicoanalista di formazione freudiana, «una delle fonti principali dell’attuale disagio è la frammentazione dell’esistenza quotidiana. La corsa contro il tempo, se non è contemperata da azioni volte a proteggere i nuclei più preziosi della nostra esistenza, rischia di avere conseguenze devastanti per la salute psichica. Tanto per cominciare, lo sviluppo dei processi creativi ha bisogno di tempi apparentemente “morti” in cui non si fanno cose “importanti” – si sa, si pensa anche quando si dorme – e le scoperte più interessanti si possono fare proprio dopo i sogni. Ma il grande pericolo – in questo quadro – è di non avere più tempo per sé e per gli affetti fondamentali», spiega Meghnagi. «La vita digitale, quindi, se non è adeguatamente controllata e governata, rischia di produrre distacco dai legami più veri. Il che può significare perdita di contatto e fisicità tra le persone, e logiche sempre più improntate al potere e alle gerarchie. La ricerca di rapporti puramente strumentali ha come conseguenza lo svuotamento dell’esistenza dei suoi significati. Una vita senza senso è una vita vuota votata all’infelicità. Ci sono cose nella vita che non si possono acquistare. L’idea che gli esseri umani siano unicamente egoisti è una falsa costruzione. Gli essere umani hanno bisogno di provare il sentimento di appartenere a qualcosa che oltrepassa la loro esistenza individuale, a una realtà più ampia in cui sia possibile provare fiducia e reciprocità». La lezione della crisi politica. Secondo il professore, allora, «si indossa una maschera, e nell’inutile rincorsa per aspetti banali e secondari dell’esistenza, ne bruciamo una parte significativa che nessuno ci restituirà mai più». La crisi della politica, qui, è quasi esemplare. «Costretti a rincorrere la Doxa, i politici si ritrovano incapaci di pensare e di elaborare progetti che vadano oltre la giornata. Il ruolo pubblico diventa una maschera esposta a una rapida erosione. Bisogna apparire a tutti i costi ma a forza di apparire si perde sostanza. La maschera non funziona più e la depressione è dietro l’angolo. Perso lo scettro del comando si rischia di precipitare nella depressione più acuta». Per questo, spiega Meghnagi, «la conservazione del proprio sentimento di integrità diventa la sfida più importante». «Lo spread tra le storie individuali e la narrazione collettiva dei cosiddetti vincenti provoca solo infelicità», argomenta Lella Ravasi Bellocchio, analista junghiana e autrice del recentissimo L’amore è un’ombra (Mondadori). «Le persone, a fronte di modelli mediatici irraggiungibili, si sentono “sfigate”, inadeguate, e il ventennio berlusconiano non ha fatto che peggiorare questa condizione. Ha sradicato le coscienze e inferto violenze ripetute alle donne, e al loro immaginario. Conseguenza diretta: il vittimismo, ma anche le malattie del corpo, anoressia, bulimia, accanimento da chirurgo plastico; negli uomini, invece, sono aumentati fenomeni di impotenza, perché le prestazioni eccelse non esistono, e infatti si ricorre sempre più al Viagra». Per questo, di fronte a modelli di riferimento “mediatici” fuori misura, di perfezione e onnipotenza, «è necessario riconoscere la propria ambivalenza, e contenere tutto in noi, ammettere che siamo ciò che siamo, coi nostri limiti». È come se il corpo si ribellasse al disagio da performance. Rimanendo impassibile alle emozioni. Non eccitandosi. Oppure, ipereccitandosi, patendo attacchi di panico, di ansia, blocchi psicosomatici che solo parzialmente si possono guarire con una terapia d’urto. «Occorre tempo», spiega Freddy Torta, milanese (con studio a Milano e a Borgosesia, in Piemonte) e psicoterapeuta con un approccio bioenergetico, «perché il corpo è un deposito di blocchi e di ricordi difficili da aprire. Di solito con me si va alla radice psicosomatica dei problemi. Per esempio, vedo imprenditori e liberi professionisti che negli ultimi anni hanno sofferto, e che invece di parlare di soldi, di tenore di vita che potrebbe cambiare in peggio, sono tormentati dall’ansia perché avvertono di aver perso il contatto con la natura umana: devono sembrare al massimo, tenersi sempre su anche quando l’azienda va sempre più giù. Il fatto è che la finzione della vita professionale rende difficile essere veri anche con le persone che amiamo. E ciò si ripercuote quando meno ce l’aspettiamo in impossibilità fisiche: insonnia, vertigini, difficoltà respiratorie, attacchi di panico…». Tasse e ingiustizia. D’altronde, la crisi è crisi. E se gli imprenditori sono pochi, e preoccupati, i giovani sono tantissimi. E più di uno su tre, oggi, disoccupati. Massimo Recalcati, 53 anni, psicoanalista milanese tra i più noti, legge questo disagio: «Le persone stanno male. La nostra è un’epoca di precarietà che accentua enormemente la precarietà di cui ciascuno di noi è fatto. Il sacrificio fiscale non è il demonio. Il demonio è l’ingiustizia sociale e l’esistenza di differenze economiche eccessive che gettano gli ultimi nello sconforto». Di conseguenza, le problematiche più ricorrenti sono «la precarietà dei legami, la difficoltà ad avere un posto proprio nella vita, e la difficoltà a desiderare. Come se l’accentuazione della precarietà reale avesse fatto retrocedere anche la possibilità del desiderio, del sogno, della visione, della fiducia nell’avvenire». Il futuro. I ragazzi hanno paura. Scrivono a Silvia Vegetti Finzi, psicoanalista che da anni non esercita ma è autrice di saggi e libri, che osserva quanto gli under 18 «soffrano anche il tema dell’ipercontrollo. Da una parte la riduzione dell’infanzia. Dall’altra un’adolescenza protratta. È come se vivessero nell’eterno dilemma tra il volere tutto e la drammatica constatazione di non ottenere nulla. Rischiando l’immobilità». Immobili per paura. Dilemma, questo del falso movimento, davvero del nostro secolo. Immobilizzarsi per troppa necessità di primeggiare. Rispondere alla paura di non farcela creando, o coltivando, una risposta paranoica. Enrico Pozzi, psicoanalista freudiano, opera a Roma ed è titolare del sito www.ilcorpo.com. Racconta come «la costruzione di un nemico esterno nel tentativo di dare un ordine al mondo, inventando ostilità e complotti segreti, è tipica di questo periodo. Ed è di chi non vuole o non riesce ad affrontare in modo responsabile l’esistenza. Immaginare un mondo governato da entità cattive e onnipotenti, proiettare sul “governo degli zombie” – il cosiddetto “rigor Monti” – il lutto della perdita del leader carismatico, è la ricerca del capro espiatorio». E invece, conclude Pozzi, «spesso le colpe non sono tutte degli altri. E assumersi la responsabilità è la vera sfida». Cristina Sivieri Tagliabue © riproduzione riservata