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 2012  maggio 23 Mercoledì calendario

LA LEGA FA PAGARE LA SBERLA A BOSSI


Sostiene, senz’ombra di imbarazzo, il Flavio Tosi: «Un uso illegittimo dei fondi del partito inibirebbe a ruoli importanti nel Movimento chiunque -sottoscritto compreso- e lo esporrebbe a provvedimenti disciplinari. Se la storia delle paghette ai figli (5000 euro a Riccardo e al Trota, ndr) fosse confermata mi vergognerei come leghista. Ed è difficile pensare che Umberto Bossi possa fare il presidente della Lega o qualsiasi ruolo all’in - terno del movimento...».
È un cielo senza stelle, quello sotto il quale si rotola, estenuata dalla mazzata elettorale, la Lega non più di lotta né – oramai – di governo. Soltanto il 7%, 12 punti in meno delle Regionali; i sindaci che passano da 12 a 2. Un’ecatombe. A parte Tosi, forse l’unico a permettersi di brandire quel che pensa dalle frequenze della Zanzara su Radio 24, il Carroccio del lavacro etico e della transizione oggi abbisogna d’un bersaglio. E il bersaglio diventa, giocoforza, Umberto Bossi, la cui figura imbarazza sempre più il candidato segretario unico Bobo Maroni per non dire degli altri. Hai voglia, per i “vecchi” Roberto Castelli o Giuseppe Leoni a far note ufficiali contro il sindaco di Verona («Pensi ad amministrare. Non è ammissibile che un qualunque esponente della Lega si permetta di fare processi sommari al padre fondatore»). Hai voglia a dare – flebile – voce alla Rosy Mauro che «vorrei che Bossi riprendesse velocemente il comando», che sa più di sfiga che d’augurio. Hai voglia a scansare il pratone di Pondida, kermesse rimandata a data da destinarsi, giustificando meterologicamente la rottura d’un antico rito con un «a Pontida o piove sempre o fa un caldo infernale...». La verità è l’urgenza della palingenesi, il bruciare tutto affinché la peste manzoniana non si diffonda. Con l’aria che tira perfino la funzione decorativa, da presidente/fondatore dell’Umberto può ora essere messa in discussione; e la sconfitta al primo turno proprio a Cassano Magnago, la terra del padre, sembra un segnale dall’oltretomba.
Non è un caso che il governatore veneto Luca Zaia, di solito saggiamente silente, consigli alla Lega di fare il mea culpa e di non denigrare i grillini, che sono espressione del popolo ed è il popolo che fa la rivoluzione. Maroni sta reggendo la baracca su flussi elettorali inarrestabili, ma la fatica è di Sisifo. Dovrà tornare a parlare alle imprese del nord, adattarsi al ridisegno degli assetti territoriali magari sul modello dialogico della Svp, buttarsi sul ricambio generazionale; e senza contare troppo, oramai, su quel “partito dei sindaci” che è stato ingoiato dal fenomeno Grillo, a parte Tosi, of course.
Maroni dovrà accelerare il ricambio generazionale sfruttando l’esperienza dei fedelissimi alla Pini, alla Fontana, alla Stucchi; dovrà anche rilanciare il federalismo cancellando la secessione rendono un’idea di nord più rassicurante possibile. Dovrà patteggiare col Veneto che non ne può più, trasformare la Lega in una specie di Csu. E dovrà gettare i semi di tutto questo sin dai prossimi congressi di giugno. Con o senza Bossi. Forse senza.

Francesco Specchia