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 2012  maggio 23 Mercoledì calendario

INNOCENTI, IRRIPETIBILI SESSANTA - «D

opo molti anni ho capito che in quella luce era morta l’innocenza italiana. L’innocenza che aveva attraversato tutti gli anni Sessanta come una scarica elettrica o un crampo allo stomaco. Morì da giovane soubrette a Viareggio, buttandosi alle spalle le commedie, le tonnellate di spaghetti alle vongole, le illusioni di ricchezza. Sparì nel luogo che già possedeva la luce dei morti nel giorno in cui ritrovarono cadavere Ermanno Lavorini».
L’ultimo romanzo di Aurelio Picca ha come protagonista l’innocenza. Non che sia mai esistita una mitica età dell’innocenza, non che l’unica innocenza possibile sia quella di sentirci tutti colpevoli (l’innocente è l’altra parte del male, etimologicamente colui che non fa del male), non che l’innocenza sia solo quella delle vittime (e qui si parla di vittime, illustri e sconosciute); il fatto è che, come suggerisce il poeta Novalis, innocenza e ignoranza sono sorelle. E negli anni Sessanta, i mitici Sessanta, eravamo tutti ignoranti: tutte le canzoni ci parevano bellissime, tutti i programmi televisivi suscitavano stupore, tutti gli elettrodomestici ci trasportavano in mondi migliori, tutti i libri parevano capolavori. Forse è solo colpa di quegli anni, un accumulo di sensazioni, di filmati, di spot pubblicitari, di telegiornali e soprattutto di canzoni finalmente in grado di scardinare pregiudizi, abbattere barriere, lanciare miti, mode, tendenze e personaggi.
Negli anni del boom, Alfredo il Tenebroso è, come tutti, un ragazzo innocente e, come molti, destinato («un perfetto intreccio del destino») a perdere questa innocenza. Alle volte basta un niente, una partita di biliardo andata storta, il carburatore di una moto ingolfato, un eccesso di Oro Pilla, per sbagliare strada e finire da un bar di periferia a un riformatorio, da una rotonda sul mare («quando Peppino di Capri intonava Roberta si notava che le coppie si stringevano di cosce…») a un letto di obitorio.
Ancora una volta è la morte che regola i conti con l’innocenza e «Tenebro» è il capro espiatorio di una storia che affonda nella cronaca nera tra Roma, Los Angeles e Viareggio, ma è come fosse vista e raccontata da un Bar Sport laziale, raffreddata da una sorta di cinismo epocale intriso di locali pieni di fumo, di scommesse, di palestre di pugilato, di prostitute, di canzoni, tante canzoni: «Era tempo nel quale si moriva sulla strada e basta, in cui ai funerali non si battevano le mani. Era il tempo che in chiesa c’erano quelli che si segnavano e quelli che non lo facevano e quindi se ne stavano a fumare pallidi sul sagrato, fino a quando la bara non usciva fuori che sembrava partorita dalle fauci del buio odorante d’incenso».
Per creare l’atmosfera dell’epoca, Picca ricorre a uno strumento efficace, quello delle canzoni, il pop più pop che ci sia: Celentano, l’Equipe 84, Lucio Battisti, Fabrizio De André, Caterina Caselli, Gianni Morandi, Peppino di Capri… Colonna sonora della grande provincia italiana, non perché la cosiddetta musica leggera parli a nome di tutti, ma perché nella sostanziale timidezza di quegli anni le canzoni prestavano a molti le parole per dirlo, per esprimersi, per illudersi, con Don Backy, di avvicinarsi alla poesia.
Tuttavia, per non banalizzare troppo questo espediente, Picca sfrutta puntualmente un doppio registro, a favore di un lettore più avvertito: alle canzoni affianca la pittura, quella curiosa arte di massa che rivolge la propria attenzione a oggetti, miti e linguaggi della nascente società dei consumi: «Nulla offuscava la luminosità dei giorni, dunque scorrevano come tanti dipinti di Richard Estes, Ed Kienholz, Tom Wesselmann, David Hockney, mentre le ragazze che si incontravano erano identiche alla trasparenza di Perfect Match di Allen Jones, o argentate come quelle di Giosetta Fioroni».
Grazie alla tv e ai giornali popolari, anche nella provincia più remota si intrecciano le storie delittuose di Leonardo Cimino che in una rapina freddò i fratelli Menegazzo e di Charles Manson che a Los Angeles fece massacrare Sharon Tate e i coniugi La Bianca; ma si intrecciano anche i miti pop di JF Kennedy e di Papa Giovanni. Solo una scrittura per nulla innocente come quella di Picca (quanto mai sorvegliata, in pagine di rara vivacità e di alto coinvolgimento emotivo) poteva tessere questo epicedio alla fine di una stagione in cui gli unici complessi conosciuti erano quelli musicali.
Aldo Grasso