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 2012  marzo 03 Sabato calendario

«La cura per l’Alzheimer? È più vicina» - Sì, l’Alzheimer si potrà curare. Si è fatta finalmente un po’ di luce nel bu­i­o di questa tragica malattia che colpi­sce ventisette milioni di persone nel mondo e ottocentomila in Italia

«La cura per l’Alzheimer? È più vicina» - Sì, l’Alzheimer si potrà curare. Si è fatta finalmente un po’ di luce nel bu­i­o di questa tragica malattia che colpi­sce ventisette milioni di persone nel mondo e ottocentomila in Italia. Il suo inarrestabile dilagare, le poche e inefficaci terapie, l’impressionante peso delle risorse per gestirla (sociali, emotive, organizzative ed economi­che), di cui troppo spesso se ne fanno carico i familiari, rendono l’Alzhei­mer una delle patologie a più grave im­patto sociale nel mondo. Per questo bisogna rendere onore al professor Daniel Alkon che alla più dura fra le battaglie per un ricercatore ha dedica­t­o la sua vita studiando gli imperscru­tabili meccanismi della memoria, le malattie neurodegenerative, l’invec­chiamento cerebrale, per arrivare a sconfiggere l’Alzheimer. Ci incontriamo vicino Washington, nel suo studio al Blanchette Rockefel­ler neurosciences institute di cui è di­rettore scientifico, per parlare di que­sta sua scoperta annunciata con un certo clamore e che darà speranza a tanti malati e alle loro famiglie. Allora è vero professor Alkon, lei ha messo al tappeto l’Alzhmei­mer? «Penso che abbiamo imboccato la strada giusta e se anche siamo alle pri­me tappe, la meta non è lontana. Con la mia equipe stiamo lavorando alla messa a punto di un metodo per la dia­gnosi precoce e di una cura “fatta su misura” proprio per questa patolo­gia. La diagnosi avviene attraverso un test della pelle prelevata dal polso. Mi­surando il livello di un enzima (PKC Epsilon), che noi sosteniamo avere un ruolo chiave nell’Alzheimer, sia­mo in grado di identificare se il tipo di demenza è o non è legato a questa pa­tologia. E soprattutto con questo me­todo i medici saranno in grado di fare un’accurata diagnosi entro i primi cin­que anni, cosa che oggi è ancora diffi­cile. Siamo già in una fase avanzata de­gli studi clinici e pensiamo che in un paio di anni questo metodo potrà esse­re disponibile sul mercato ed essere utilizzato ovunque». E adesso mi dica della cura. «Stiamo lavorando sulla Briostati­na, un farmaco che è stato usato per le patologie del tumore ma senza suc­cesso. Lo abbiamo testato in laborato­rio per l’Alzheimer e abbiamo scoper­to che dà risultati sorprendenti. Allo­ra abbi­amo sviluppato dei nuovi com­posti sul modello della Briostatina an­cora più facili da sintetizzare, adattan­doli all’Alzheimer. Insomma abbia­mo realizzato un “ vestito su misura”». Ci spieghi meglio. «Il farmaco e questi nuovi composti hanno dato ottimi risultati, per esem­pio la crescita di nuove sinapsi, il salva­taggio di neuroni morenti e la preven­zione delle proteine tossiche che so­no presenti nei cervelli affetti da Al­zheimer. Ora che i test sugli animali so­no andati bene, possiamo passare al­la fase successiva sull’uomo. Devo confessare che sono ottimista, biso­gna solo avere pazienza. La soluzione sembra essere molto vicina». Mi chiedevo, professore, se non ba­stano i segnali ormai riconoscibi­lissimi della perdita di memoria e della coscienza di sé, quella specie di demenza,a dire che è in atto l’Al­zheimer? «No. Ci deve essere una diagnosi precisa e approfondita, perché quei segnali sono spesso gli stessi della de­menza senile, che è un’altra cosa, del Parkinson, dei traumi cranici, di certe forme di depressione... È quindi ne­cessaria una diagnosi di laboratorio, come può essere il nostro test». È vero che sono le donne a soffrire di più di Alzheimer? «Diciamo che le donne, avendo un tragitto di vita più lungo di quello de­gli uomini, hanno più possibilità di ammalarsi». C’è un problema di ereditarietà? «Solo nel 5% dei casi la questione è genetica». L’Alzheimer è la malattia dei vec­chi o può colpire anche i giovani? «È rarissimo che lo faccia. In genere non se ne sente parlare prima dei 65 anni. Dopo c’è una escalation che va di pari passo con l’età al punto che do­po gli 85 anni, la percentuale è quasi del 50%, ovvero una persona su due ha l’Alzheimer». Lei che ha dedicato tanti anni allo studio dei meccanismi della me­moria, che cosa consiglia per non perderla, per tenerla in esercizio? «L’ha già detto lei, tenerla in eserci­zio. Leggere, chiacchierare con la gen­te, interessarsi di tutto, camminare, giocare a scacchi, a bridge, fare le paro­le incrociate, insomma non lasciarsi andare, non cadere nel tranello della poltrona davanti ala televisione». In quale parte del cervello ha sede la memoria? «Non ha una sola sede, ma più “di­more”, per questo in caso di ictus o di trauma cranico, la riabilitazione può dare buoni risultati. Proprio perché la memoria vive in più parti del cervello, quando un accesso è negato perché dei neuroni o delle sinapsi sono stati danneggiati, nuove sinapsi possono crescere e creare altri “contatti” con quella parte del cervello che era stata disconnessa». Mi dice professore cosa la spinge a perseverare nelle sue ricerche, l’odio per l’Alzheimer, o il pensie­ro dei malati e delle loro famiglie? «Questa contro l’Alzheimer non è solo una battaglia contro una malat­tia. La memoria è ciò che ci rende uma­ni. È come noi definiamo noi stessi. Perdere la memoria priva un essere umano del senso di sé. E noi scienziati abbiamo il dovere di vincere questa battaglia il prima possibile».