Paola Maraone, Gioia 22/2/2012, 22 febbraio 2012
l giorno che ho visto il diavolo negli occhi di mio figlio Giovedì, 22 marzo 2012 13:36 C’è la palestra, la piscina e tanto verde
l giorno che ho visto il diavolo negli occhi di mio figlio Giovedì, 22 marzo 2012 13:36 C’è la palestra, la piscina e tanto verde. Ma loro arrivano in questo posto “come marmellata caduta per terra, da raccogliere a cucchiaiate”. Sono madri assassine. Vivono all’Ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, dove siamo entrati per ascoltare. Ma non è stato facile guardare tanto dolore in faccia di Paola Maraone - foto Stefano Schirato In fondo per distinguere personale e pazienti basta guardare se hanno un mazzo di chiavi. «Qui non ci sono agenti di polizia penitenziaria ma tante porte da aprire e chiudere, questo sì», mi spiega Antonino Calogero, direttore dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, unica in Italia con una sezione femminile: uno staff di 200 persone tra cui 13 psichiatri (compreso il direttore) e uno psicologo per un totale di 220 ospiti. In questo momento 88 sono donne. Una decina delle quali, figlicide. MAREA Una metà delle madri assassine - in Italia, circa 20 casi all’anno - finisce in carcere, l’altra metà in questa struttura modello con spazi all’aperto, palestra, piscina, campi da tennis, laboratori di informatica, falegnameria, grafica, sartoria, un atelier di pittura e un giornale interno, Surge et ambula (Alzati e cammina). La linea di confine che separa sommerse e salvate è l’essere giudicate – oltre che socialmente pericolose – incapaci di intendere e di volere al momento dell’atto. «Quando arrivano qui sono come avvolte nella nebbia. Ma qualcosa ricordano», dice Calogero. «La donna che ha ucciso suo figlio un’idea, seppur vaga, di quel che è successo ce l’ha. Il nostro compito è lavorare sulle parti consapevoli della sua personalità, che resistono sempre, e riportarla lentamente in se stessa». La sfida è trasformare il trattamento detentivo, obbligatorio, in una vera alleanza terapeutica. «Queste donne sono come la marmellata caduta a terra, da raccogliere a cucchiaiate. Dopo il più odioso dei crimini tutto è sofferenza, tutto fa male. La ricostruzione è possibile, ma ha l’andamento ciclico della marea. Onde che avanzano e si ritraggono, di continuo». Quando una donna capisce davvero quel che ha fatto si dispera, vorrebbe annientare se stessa. Squarcio di verità terribile ma necessario: «Da quel guado ci devono passare. Senza consapevolezza non si dà terapia, e nemmeno recupero». TABÙ Anita, operatrice sociosanitaria che lavora qui da sette anni, mi dà la risposta prima che le faccia la domanda. «Può succedere a tutte. Anche a lei. Anche a me. Il figlicidio è il peggiore dei tabù. Ma io, tra queste donne, non ho mai visto un mostro». Ancora una volta, a quanto pare, è una questione di chiavi. Che aprono o chiudono percorsi. «Una madre arriva a uccidere suo figlio per una formidabile convergenza di eventi sfavorevoli», riflette Enrico Vernizzi, primario facente funzione e direttore dell’area femminile dell’Opg. «Un marito che ha perso il lavoro, magari violento, o indifferente. La mancanza di sostegno, parziale o totale, dalla famiglia d’origine». L’80 per cento dei figlicidi si concentrano al Nord e nelle grandi città. «Il dato va letto con attenzione: il Nord è terra di migrazioni. E la donna che commette questo tipo di reato, quasi sempre, è “sradicata”. Una straniera, che arrivata qui non ha più la sua rete. Ma anche un’italiana che ha i genitori lontani». Dal punto di vista geografico, o affettivo. VOCI Mirca (il nome è di fantasia come tutti gli altri in questo reportage, ndr), 37 anni, veneta, lavora al bar interno dell’area femminile. Aspetto curato, un filo di trucco, lo psichiatra che la segue le chiede se ha voglia di parlare con me. Lei mi scruta, poi mi fa un sorrisetto e si stringe nelle spalle. «Sono arrivata qui due anni fa. Avevo una famiglia bellissima, un bambino di tre anni che adoravo, una bimba di tre mesi. Mio marito in quel periodo ha perso il lavoro. Sono andata in crisi profonda, mi facevo sempre le stesse domande: riusciremo a pagare le bollette, il mutuo? E poi ero stanchissima. Ho chiesto aiuto a mia madre ma lei era molto impegnata. Una sera mio marito è uscito a prendere una pizza. Io ho guardato mio figlio e mi è sembrato che avesse gli occhi neri, puntuti come capocchie di spillo. Ho sentito una voce che mi diceva: uccidilo, è il diavolo. Non ho pensato a quel che sarebbe successo dopo, ho agito d’impulso e l’ho accoltellato». Mirca, racconta oggi, viveva per i suoi bambini. «Dopo il fatto ho visto mia figlia qualche altra volta, poi mio marito mi ha detto: non voglio che la tocchi con le stesse mani con cui hai ucciso il nostro bambino. Mi hanno sospeso la patria potestà. Mia sorella mi racconta che la piccola sta bene ed è solare, ogni tanto mi porta una sua foto. A tutte le donne che dopo una maternità si sentono stanche e depresse dico: non vergognatevi, cercate aiuto». PROTEGGERE «La maternità, con la depressione post partum, può rendere manifesta una forma psicotica che prima era latente», spiega Vernizzi. «Un disturbo di personalità, una schizofrenia. Così il bambino diventa l’incarnazione del Maligno: magari chiede coccole, ma alla madre suonano come molestie, come avance». Un’altra possibilità è l’uccisione “per amore”: un gesto vissuto dalla donna come altruistico, per risparmiare al bambino i mali del mondo. «Volevo proteggerli dalla sofferenza», racconta in effetti Eagle, signora filippina di 46 anni, da 20 in Italia. «Nel mio Paese ero ostetrica, qui ho lavorato da McDonald’s e come badante. Abitavamo in una zona industriale, vicino a Milano. Non conoscevamo nessuno. La vita era molto pesante, mi sembrava tutto nero. Negli ultimi tempi non mi alzavo neanche dal letto». In un’unica sessione Eagle ha ucciso a coltellate il primogenito e il marito, ferito la secondogenita e se stessa. Oggi indossa stivali e minigonna, è truccata e ben pettinata, ma il suo sguardo liquido cerca di continuo un punto di fuga. Mi guarda e mi dice: «Alla fine, sono riuscita a perdonare me stessa». Vorrei tanto crederle. AMORE-ODIO «La cosa importante sarebbe che le persone, dallo psicologo o dallo psichiatra, ci andassero prima. Non dopo, cioè quando arrivano da noi», mi spiega Gianfranco Rivellini, direttore del Servizio di continuità riabilitativa (i laboratori) dell’Opg. «E sarebbe utile che lo psichiatra verificasse la situazione familiare. Il che purtroppo non avviene, o avviene molto di rado». Si può uccidere per un figlio. E si può uccidere un figlio, raccontano le storie di queste pagine. «Non nascondiamoci l’ambivalenza di amore e odio che sempre accompagna la maternità», ricorda Calogero. Ogni bambino, in fondo, vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del corpo, del tempo, dello spazio, del sonno, del lavoro, delle relazioni, di un amore diverso da quello per lui. Daniela, albanese, 44 anni, in Italia da quando ne aveva 20, è una donna morbida dallo sguardo buono, che arrota le “erre” e per raccontare la sua storia sceglie un’espressione terribile: «A un certo punto ho scoperto che mio marito faceva l’amore con la nostra figlia maggiore, Mariana, di 14 anni. Con me è sempre stato violento, ma non sopportavo che abusasse di lei. Ho detto: “Lo denuncio” e siamo precipitati all’inferno: “Io amo papà, se va in prigione mi ammazzo”. Dopo un po’ lui ha molestato le due figlie piccole, è finito in carcere. Mariana ha cominciato a minacciarci, ci picchiava: noi ci barricavamo in camera o scappavamo dai vicini per proteggerci. Siamo andate avanti così per cinque anni, finché un mattino di marzo Mariana ha preso il coltello e ha tentato di uccidere la sorellina. Non ci ho visto più: quel coltello gliel’ho strappato di mano, ho cercato di ammazzarla. Per fortuna non ci sono riuscita. Ora io sono qui, la mia figlia più piccola è stata affidata a una famiglia e non posso avere contatti con lei; la secondogenita, diventata maggiorenne, viene a trovarmi ogni mese. Di Mariana so che sta bene. Si è sposata. Ha pure avuto un bambino». In testa mi resta una domanda: dov’erano i servizi sociali, nei cinque anni prima di quel mattino di marzo? FAMIGLIA L’ultimo appello di Anita è una preghiera laica: «Lavorando qui mi sono convinta che tutte queste donne, e le loro famiglie, potevano essere salvate. Se vedete un’amica, una sorella in difficoltà non abbiate paura di essere invadenti, non risparmiate l’aiuto». Mi resta la curiosità di sapere cosa succede al termine del percorso riabilitativo. «In genere la misura detentiva per le figlicide è di dieci anni», conclude il direttore Calogero. «Tecnicamente non è una pena: in quanto incapaci di intendere e di volere, queste donne non sono colpevoli. Quando recuperano le abilità psichiche e la fiducia in se stesse, spesso prima del previsto, vengono rimesse in libertà». Terapia farmacologica e sostegno psicologico sono obbligatori e durano, possibilmente, per sempre. Ma una volta fuori, che ne è di queste madri senza più figli? «Nel 70 per cento dei casi il marito le abbandona. Ricordo il caso di un signore che a giugno dichiarò a sua moglie e ai giornali: “Non ti lascerò mai”. A dicembre è arrivato senza fede al dito». E il restante 30 per cento? «In qualche modo - non necessariamente sano - decide di restare accanto alla compagna, di reintegrarla in seno alla famiglia. Quasi nessuna donna, dopo, ha un altro figlio». Ricordo almeno un caso in cui è successo. «Si riferisce a Cogne? Ne abbiamo parlato molto, ha fatto scuola. Annamaria Franzoni, però, ha insistito per farsi dichiarare sana di mente». Preferendo il carcere allo stigma sociale della follia, ma questa è un’altra storia. NON CHIUDETE CASTIGLIONE L’ultimo decreto «svuota carceri» prevede anche la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, fissata per il 31 marzo 2013: gli ospiti passeranno a strutture gestite dalle Asl. L’inchiesta della Commissione Marino ha evidenziato negli Opg una sistematica violazione dei diritti umani che ha radici lontane nel tempo, con l’eccezione della struttura modello di Castiglione delle Stiviere. «Lotteremo per salvarla», spiega il direttore Antonino Calogero.