Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 02/03/2012, 2 marzo 2012
DA SAN PIETRO A FEZ, LE FOLLE DELLE RELIGIONI
Si chiama Pacanowski, Andrea Pacanoswki. Ma è nato a Roma. E a Roma ha lo studio, sulla Cassia dalle parti di Tomba di Nerone. Qui dipinge le sue tele. Ma non le espone. Le usa come uno specchio, un pannello sul quale far riflettere i soggetti da fotografare, secondo una tecnica che lui stesso ha sperimentato e messo a punto quattro anni fa. Quelle che vediamo nella mostra «All’ infuori di me», curata da Diego Mormorio e aperta fino al 22 aprile presso il Museo di Roma in Trastevere (piazza S. Egidio 1B) sono fotografie, ma sembrano dipinti. Perché Pacanowski è prima di tutto fotografo, anche se nasce in una famiglia di artisti: il padre polacco architetto, la zia pittrice all’ Ecole de Paris, la nonna scultrice. Lui si diploma al liceo artistico, poi lavora per vent’ anni nel mondo della moda, viaggiando tra Europa, Canada e Stati Uniti. Finché una mattina si sveglia con la sensazione che è una storia chiusa. «Tre mesi di depressione - racconta - senza uscire di casa. Un giorno, mentre bighellonavo da una stanza all’ altra, intravidi la mia faccia riflessa sullo smalto lucido di una parete. Presi la macchina e scattai. Ne venne fuori un’ immagine strana, evanescente, che sembrava più dipinta che fotografata. Così cominciai a sperimentare. Pensai di creare degli schermi riflettenti mobili». Acquistò delle grandi tele, le imbrattò con pennellate di colore o di gesso in varie stesure, le graffiò per far apparire qua e là lo strato sottostante, le ricoprì infine con una patina lucida, di vernice, gelatina o resina. Con questi pannelli sotto il braccio andava in giro a cercare soggetti da fotografare. «Il segreto - rivela - è posizionarli all’ ombra, in modo da creare un gioco di luce che provochi il riflesso delle immagini al loro interno». Poi scattava. Puntando l’ obiettivo sulla tela, non sul paesaggio. Ne veniva fuori una foto che sembrava un quadro impressionista: da vicino un caleidoscopio di colori e di forme indistinte; da lontano il delinearsi di volti, case e oggetti, con i colori della tela che si mescolavano a quelli reali. Con questa tecnica Pacanowski ha fotografato le folle religiose che appaiono in mostra: quaranta scatti di cristiani, ebrei e musulmani in preghiera, da piazza San Pietro a Gerusalemme, da Fez a Marrakech. Per ogni foto ha preparato una tela apposita, con colori e pennellate stese pensando al soggetto da riprendere. Come il rosso scarlatto usato per accentuare la porpora di un assembramento di cardinali. Il titolo, «All’ infuori di me», nasce da un’ altra esperienza. «Premetto che ho paura della folla. Un anno fa a Fez, mi ritrovo in un vicolo trascinato da una moltitudine di persone, come un fiume che sfociava in una piazza, e lì mi appare la visione stupenda di una folla in preghiera. Colori e ordine. Come una rappresentazione teatrale. Mi sentivo al di fuori, ma al tempo stesso attratto. Per un anno intero ho cercato queste folle».
Lauretta Colonnelli