Franco Cordelli, Corriere della Sera 17/03/2012, 17 marzo 2012
ADDIO A COBELLI. FU UN INNOVATORE DEL PALCOSCENICO - È
morto ieri a 82 anni Giancarlo Cobelli, uno dei più importanti registi di teatro italiani. Era nato a Milano il 12 dicembre del 1929. Dopo aver studiato alla scuola Piccolo Teatro di Milano, ha iniziato come mimo e cabarettista. Poi la carriera di regista nel teatro di prosa e parallelamente in quello d’ opera. Tra i suoi numerosi successi, La figlia di Iorio , La locandiera , Antonio e Cleopatra , Tosca , Rigoletto , Un ballo in maschera . L’ ultima immagine di Giancarlo Cobelli, un’ immagine dolorosa, è dell’ unica volta che abbia con lui avuto un colloquio. Sorrideva, Cobelli. Rivelava un animo mite, quasi sottomesso alla crudeltà della sorte, o degli uomini. Mi parlava del suo presente, della sua ventura di regista quasi senza lavoro. Non era più di moda, nessun produttore credeva più in lui. Aveva bussato a porte prestigiose, non avevano aperto. Pure, non alla moda era stata la sua ricerca: non di questo s’ era trattato. Cobelli, Aldo Trionfo e Mario Missiroli furono gli alfieri di un rinnovamento della scena registica. Erano ironici e disincantati; ma anche appassionati e attratti dalle figure di rovina, se non di tragedia. Non più ideologie, non più atti di fiducia consegnata a occhi chiusi, a non si sa chi. Declinava la stella di Strehler; Cobelli, Trionfo e Missiroli ne rovesciavano l’ eredità: tra i registi della stessa generazione, quello di Ronconi si configurava come un discorso a parte. Ma l’ irrisione, il farsi beffe dei sacri idoli, erano le stelle polari di quegli anni, i Settanta e gli Ottanta. Il più lieve era Trionfo, il più intellettuale Missiroli. Cobelli aveva la fama d’ essere un regista «nero». Ma che colore avrebbe potuto avere, a prenderlo alla lettera, un dramma come La figlia di Jorio di D’ Annunzio? Sfarzoso e indimenticabile, messo in scena nel 1973, quel D’ Annunzio esibiva tutta l’ anima italiana, vanitosa, indulgente, peccatrice, ripiegata su di sé, pronta al pentimento, o alla genuflessione. Una figura simile ritrovai nella sua Locandiera del 2007. Il regista caustico non c’ era più. C’ era rimasto solo il lato in ombra - e quest’ ombra veniva gettata su personaggi sempre apparsi un po’ ridicoli, ma non di più. Per Cobelli essi erano, Mirandolina compresa, figuri detestabili, equivoci, non degni di leggerezza o di indulgenza, men che meno di compassione. Adesso quella Locandiera la rammento così. Allora mi parve esagerata, come se il suo interprete avesse perso la misura critica. Un’ altra immagine che voglio ricordare viene dal suo spettacolo più bello, uno dei capolavori del teatro italiano del dopoguerra. In Antonio e Cleopatra di Shakespeare, in quella tragedia, che cosa lo attraeva? Lo si vede nel drappo (un lenzuolo, come quello di un letto di nozze e come quello che ricopre il corpo dei morti) che tiene avvinti a distanza i due protagonisti. L’ uomo e la donna si amano, sono lontani e sono vicini, vogliono sciogliersi dal reciproco abbraccio e non possono. La passione che li tiene prigionieri è una passione funebre. Ma, come sempre, e ancora una volta, l’ amore è «forte
come la morte».
Franco Cordelli