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 2012  febbraio 13 Lunedì calendario

Anno IX – Quattrocentoundicesima settimana Dal 6 al 13 febbraio 2012Grecia La sequenza è questa: il prossimo 20 marzo la Grecia deve rimborsare 14,5 miliardi e mezzo di un bond

Anno IX – Quattrocentoundicesima settimana
Dal 6 al 13 febbraio 2012

Grecia La sequenza è questa: il prossimo 20 marzo la Grecia deve rimborsare 14,5 miliardi e mezzo di un bond. Non ha questi soldi. Chiede dunque all’Unione europea, alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario Internazionale (la troika) un nuovo prestito da 130 miliardi o, se possibile, da 145 miliardi. Questi soldi arriverebbero dopo un primo prestito da 110 miliardi, che la troika sta erogando a rate, e dopo un taglio del 70 per cento, già concordato, dell’esposizione greca verso le banche private. La troika manda per l’ennesima volta ad Atene suoi rappresentanti, i quali chiedono sacrifici durissimi per concedere questi altri 130-145 miliardi. Il presidente del consiglio greco, Lucas Papademos (un economista come Mario Monti, già al servizio di Goldman Sachs), ha una maggioranza teorica in parlamento strabordante, dato che lo sostengono sia il partito di estrema destra che quello di destra moderata che i socialisti. Ma il partito di estrema destra, lette le richieste della troika, si ritira, due ministri e tre fra sottosegretari e viceministri si dimettono, i sindacati proclamano per venerdì e sabato due giorni di sciopero generale (che riesce in pieno), poi domenica, quando il Parlamento si riunisce per approvare i sacrifici durissimi, una folla di centomila persone, urlante ma pacifica, invade la piazza Syntagma, cioè piazza della Costituzione, il luogo dove ha sede la Camera, e a partire dalle sei del pomeriggio lascia, applaudendo, che a fare il lavoro principale siano i black blocs, molto ben organizzati, c’è anche una squadra di accecatori che dai tetti mira con i raggi laser agli occhi dei celerini (i quali sono ridotti a tirare i lacrimogeni con le mani). Oltre alle solite decine di vetrine incendiate, automobili distrutte, cassonetti rovesciati, banche assaltate, ci sono ora anche diciassette palazzi dati alle fiamme. E gli scontri durano fin quasi a mattina. La Camera approva nel cuor della notte – dopo una discussione di molte ore – i sacrifici durissimi, ma non è detto che il Paese li accetti. È possibile che la rabbia sociale faccia giustizia dei partiti, dei governi, delle intese, delle banche, dei giochi e giochetti europei, precipitando magari la Grecia in una guerra civile nella quale però non si fronteggerebbero, come di solito, un sud contro un nord o un movimento fascista contro un movimento comunista, ma piuttosto dipendenti statali contro dipendenti privati, evasori contro cittadini che pagano le tasse, cittadini corrotti contro cittadini che non hanno avuto l’occasione o l’animo di farsi comprare. Scenari inimmaginabili, eppure più prossimi di quanto non si creda.

Sacrifici La lista dei sacrifici chiesti dalla troika (e che si aggiungono a tagli e risparmi già pretesi in precedenza) è la seguente: il salario minimo garantito, che qui fa le veci della cassa integrazione, passa da 751 euro lordi a 580, un taglio cioè del 22%; le misure per licenziare sono state rese molto più facili; 15 mila statali dovranno essere mandati a casa entro dicembre, all’interno di un piano che riduca gli attuali 750 mila dipendenti pubblici di 150 mila unità entro il 2015; 1,1 miliardi di risparmi sui medicinali, abolizione delle regole restrittive per le guide turistiche, apertura agli stranieri del mercato energetico, tagli alla difesa per 300 milioni, ai rimborsi elettorali per 270, agli investimenti pubblici per 400, ricapitalizzazione delle banche, per mettersi in regola con le norme di Basilea, entro settembre (le banche greche perdono adesso 17 miliardi), vendita immediata delle aziende pubbliche Depa (gas), Desfa (trasporto), Hellenic Petroleum, Opep (scommesse), Attika e Tessaloniki (acqua), l’azienda delle fognature e la radio pubblica. Queste vendite dovrebbero permettere alle casse pubbliche di incassare 4,5 miliardi all’interno di un piano di dismissioni che dovrebbe valere 15 miliardi entro il 2015. Finora Atene è riuscita a vendere asset per appena un miliardo e mezzo. Ma anche la troika, fino a pochi mesi fa, pretendeva che si incassassero 50 miliardi in poco più di tre anni.

Aiuti Non è però ancora detto che, nonostante tutto, i 130-145 miliardi – da erogare comunque a rate - arriveranno veramente. Mercoledì si riunisce a Bruxelles l’Eurogruppo, cioè l’insieme dei ministri delle Finanze dell’area euro. Partecipa alla discussione anche Christine Lagarde, direttore operativo del Fondo Monetario. I dubbi sono parecchi: in Grecia si vota ad aprile, e nonostante i partiti abbiano messo per iscritto che, dopo le elezioni, non metteranno in discussione i sacrifici approvati dalla Camera, non c’è troppo da fidarsi. Atene ha prima truccato i conti per ingannare Bruxelles (ben felice di farsi ingannare) e ha poi passato il tempo a far promesse che non ha mantenuto. Il paese è profondamente corrotto e la battaglia di domenica conferma che esiste un movimento estraneo ai partiti pronto a mettere a ferro e a fuoco il Paese e destinato, a quanto si capisce, ad ingrossarsi. In queste condizioni, coloro che si accingono a prestare altri 130-145 miliardi possono fidarsi? D’altra parte, quasi tutti gli esperti giudicano la situazione senza vie d’uscita: la Grecia pagherà magari il 20 marzo i 14,5 miliardi, ma si troverà di nuovo a mal partito in autunno. E bisognerà farla fallire allora. Non varrebbe allora la pena di farla finita già adesso, senza esborsi ulteriori (una trentina di quei miliardi dovranno essere messi a disposizione dall’Italia)? In ogni caso, prima di erogare, almeno tre parlamenti dell’Eurozona dovranno dare la loro approvazione: quello tedesco, quello olandese, quello finlandese. Basterà che uno solo di questi tre dica di no, perché Atene resti a secco.

Cds C’è un ultimo aspetto da tenere in considerazione: una parte della finanza mondiale lavora per il fallimento, cioè perché al 20 marzo i greci non paghino. L’“Independent” ha fatto i nomi di cinque hedge fund (York Capital Management, Marathon Asset Management, Och Ziff, GreyLock, Vega Asset Management) che nei mesi scorsi avrebbero acquistato bond greci – a costo prossimo allo zero – solo per accendere sui loro acquisti una polizza assicurativa contro il fallimento (cds). Se al 20 marzo Atene non pagasse, questi cinque hedge funds incasserebbero un mucchio di soldi dalle banche che gli hanno venduto i bonds. Tra queste banche ci sono Aig e soprattutto Goldman Sachs, che ha però nei governi dell’Unione Europea sette suoi ex dipendenti…

Monti In questo quadro, è piuttosto importante il viaggio che Mario Monti ha compiuto negli Stati Uniti giovedì e venerdì scorsi: il nostro presidente del Consiglio, dopo aver incontrato Obama, ha visto a porte chiuse i 16 maggiori finanzieri del pianeta, tra cui Soros, Henry Kravis, Lloyd Blankfein. L’umore dei suoi interlocutori non doveva essere troppo negativo: qualche giorno prima proprio Soros, a Davos, aveva detto che con tassi al 5 o magari al 4 per cento l’Italia sarebbe tornata ad essere un ottimo investimento di lungo periodo (quello che più ci interessa). E lo spread è intanto sceso fino a quota 340. Ufficialmente non si sa che cosa Monti abbia detto o promesso a quei ricconi. Indiscrezioni garantiscono che si sia impegnato personalmente sul decreto legge liberalizzazioni (2299 emendamenti che il governo farà cadere mettendo la fiducia) e soprattutto sul depotenziamento dell’articolo 18, intorno al quale la discussione è in corso anche per vie segrete. Il premier all’uscita ha detto ai giornalisti: «Penso di aver convinto i miei interlocutori. Ma in genere non lo dicono seduta stante».