ALESSANDRA IADICICCO, Tuttolibri-La Stampa 3/3/2012, 3 marzo 2012
Che suspense, c’è Moby Dick in ogni volto - Incominciò, ragazzino, leggendo facce. Con l’attenzione sospettosa di un adolescente che smaniava di crescere ma conservava sul volto imberbe la freschezza pulita di un bambino, scrutava i volti degli altri preoccupato di cogliere nei loro sguardi una derisione
Che suspense, c’è Moby Dick in ogni volto - Incominciò, ragazzino, leggendo facce. Con l’attenzione sospettosa di un adolescente che smaniava di crescere ma conservava sul volto imberbe la freschezza pulita di un bambino, scrutava i volti degli altri preoccupato di cogliere nei loro sguardi una derisione. È a quegli anni che Tullio Pericoli fa risalire la prima educazione dei suoi occhi, «specializzati nella lettura di facce che pensavo concentrate nella soluzione dell’enigma della mia età», avrebbe ammesso nel suo scritto su L’anima del volto (Bompiani 2005). Di anni ne sono passati da allora. Pericoli non fa mistero di averne 76 né indugia troppo a scrutare la sorpresa negli occhi di chi, guardandolo, vede il viso fresco e la figura scattante di un cinquantenne. E, oggi che dell’arte del ritratto, dell’intuitiva e poeticissima facoltà di cogliere un’anima nell’espressione di un volto, o nella fisionomia di un paesaggio, è affermato e finissimo maestro può riconoscere che ben diversi esercizi di lettura hanno contribuito a formare e perfezionare il suo stile. Pittura fa più che mai rima con lettura e con letteratura nel caso dell’autore del favoloso librone Adelphi (pubblicato nel 2002, arricchito nel 2009) in cui oltre seicento sono I ritratti di poeti, pensatori e scrittori, in cui non compare una sola parola scritta ma alla cui elaborazione hanno concorso migliaia di parole lette. Il segno della matita e del pennello di Pericoli insegue sempre - segretamente, fantasticamente - il disegno di una scrittura. A ben vedere, a ripercorrere la sua storia - raccontata con soave levità da Silvia Ballestra in Le colline di fronte (Rizzoli) è sempre stato così. Dal primo dipinto di un volto realizzato a dodici anni, quello dello zio Alceste ritratto mentre era intento a scrivere, «attività per lui consueta e così misteriosa». Alle figurazioni ispirate ai racconti di Bassani, Soldati, Gadda, Arpino, pubblicati con i disegni di Tullio sulle pagine domenicali de Il Giorno. O, viceversa, ai Racconti con figure suggeriti a Tabucchi dai quadri del «caro Tullio, narratore fratello!» cui sono dedicati. Si può continuare evocando il rapporto privilegiato con Mastronardi. Con Calvino, che definì le Cosmicomiche «il più pericoliano dei miei libri». Con Stevenson, dalla cui lettura nacquero le tavole di Robinson , gli arredi di La casa ideale (Adelphi 2004), le esplorazioni dell’ ombra di Hyde dietro la maschera del dottor Jekyll… È intitolata come un rogionano le fiamme. Per il pittore è questione di millimetri. È tutto un gioco di distanza tra le palpebre, ombre tra le ciglia, luce riflessa dalla pupilla… Prendiamo invece Dostoevskij, per me una passione antica e molto forte. È attentissimo alle geometrie, muove i suoi personaggi con precisione da sceneggiatore. Di Liza Nikolàevna, per esempio, descrive nei Demoni l’irregolarità dei lineamenti, gli “occhi un po’ alla calmucca, obliqui… gli zigomi sporgenti… il viso bruno, magro, in cui c’era qualcosa di attraente e vittorioso”». Il personaggio più emblematico, quello che avrebbe la tentazione di ritrarre? «È il protagonista di un racconto di Kafka, Un artista del digiuno , contenuto in una delle sue ultime opere che raccoglie di quattro apologhi sulla disperazione dell’arte. Narra di un digiunatore che viene presentato nelle piazze da un impresario, dice Kafka, oggi diremmo un gallerista. Con il tempo però il suo mestiere passa di moda, l’artista viene ceduto a un circo, chiuso in una gabbia ed esposto in un corridoio di passaggio vicino alle stalle degli animali, nella distrazione generale del pubblico. Prima di morire d’inedia, chiede scusa alla società per aver dedicato la sua vita a un’arte inutile, che non ha saputo arricchirla. Al suo posto, tolto dalla gabbia il suo corpo e la paglia che lo ricopriva, verrà messa una giovane pantera». Una potenza figurativa fortissima… «Già, ma Kafka è irrappresentabile. Non c’è cinema, teatro o dipinto che riesca a eguagliarlo. Questo racconto, trovo, è il suo autoritratto perfetto». E il messaggio che vi leggi è il più scoraggiante per un artista. Per lei un antico cruccio. Marco Scatasta, che con lei scelse i testi per i «Ritratti arbitrari» (Einaudi), nel 1960 presentò la sua prima mostra ad Ascoli dicendo: «Alla domanda che sempre la società pone “Tu che ci dai?” l’artista non deve arrossire». «È proprio così. Il cruccio di Kafka che sento mio - potrei dire “il digiunatore sono io” è più che mai vivo nell’artista di oggi. Lo trovo molto ben attualizzato in un libro di Salvatore Settis sugli artisti del Rinascimento e i loro committenti. L’autore interroga il quadro attraverso le sei funzioni linguistiche di Jakobson. Si chiede quali siano: 1) il suo contenuto, 2) il destinatore da cui parte il messaggio, 3) il destinatario cui è rivolto, 4) il contesto di realtà, 5) il codice condiviso, 6) il contatto che tiene viva la comunicazione. Soprattutto alla terza e alla sesta domanda, oggi che a dettare tutte le regole è il mercato, non saprei più che cosa rispondere».