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 2012  marzo 03 Sabato calendario

Da Guccini a Vasco Rossi il segreto di Bologna madre di tutti i cantautori - Neanche adesso che la sua voce continua a uscire dalla finestra di via d’Azeglio, dietro Piazza Maggiore, cantando ancora come se fosse vivo, come nello sciogliersi dolce e commovente di una fiaba

Da Guccini a Vasco Rossi il segreto di Bologna madre di tutti i cantautori - Neanche adesso che la sua voce continua a uscire dalla finestra di via d’Azeglio, dietro Piazza Maggiore, cantando ancora come se fosse vivo, come nello sciogliersi dolce e commovente di una fiaba. Quando parlava, il suo accento era come lui, un po’ buffo e gentile. Non era marcato. Ma l’accento bolognese non è buffo. E’ aperto, come la sua «e», che si allunga fino a doppiarsi negli intercalari, perché è fatto per comunicare, per fermare la gente che corre sulla via Emilia tra i campi di erba medica e di barbabietole, rimandando l’odore del carburante bruciato. Uno qui ci è cresciuto con quell’odore: la velocità e lo spazio. Ma se un forestiero si fermerà davvero, troverà di tutto, dietro la Bassa dei pioppeti e delle nebbie. Gli americani che sono venuti hanno sempre detto che «questa è la regione d’Europa che sembra l’America». L’hanno pure scritto. Bologna è l’unica città italiana dove il basket è più popolare del calcio: Lucio Dalla era un grande tifoso della Virtus. A Parma e a Rimini anche i bambini giocano a baseball. E le pianure hanno qualcosa di sconfinato, anche se non lo sono più, come la via Emilia. Qui dentro il sogno è terrigno, come la gente di queste parti, come lo era quello del Drake: «Sono uno che ha sognato di essere Ferrari». C’è, nella bolognesità, la forza di essere italiani. Forse, c’è solo qui. Comprende tutto, a destra come a sinistra, e a volte non bisogna farsi ingannare dalle apparenze: si è prima bolognesi, e poi di destra e di sinistra. Non è un caso che lungo la via Emilia ci sia il futuro prossimo e il recente passato della politica, da una parte all’altra della barricata, ma mai odiati nemici, da Romano Prodi a Pierluigi Bersani, a Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Lucio Dalla era craxiano e religiosissimo, e lo rimase fino in fondo: andò anche a cantare al funerale di Bettino, se ricordo bene. Mai diventato berlusconiano, però. Probabilmente non lo sono mai stati davvero nemmeno Fini e Casini: nell’idea manichea e distruttiva del dividere qualsiasi fronte non c’è niente di Bologna. In questa città, la storia e il mondo stanno attaccati come in un paese. Forse perché la nostra America ha i campanili al posto dei ranch. In centro metri, vivevano Lucio Dalla e il poeta Roberto Roversi, e verso piazza Ravagnana c’è ancora il Roxy Bar di Vasco Rossi «dove ci troveremo come le star a bere del whiskey», e poi la libreria Feltrinelli di Romano Montroni con Stefano Benni, Umberto Eco, Filippo Andreatta. Appena più giù, a pochi metri dalla casa di Romano Prodi, c’è il Mulino, la casa editrice più americana d’Italia, con il filosofo liberale Nicola Matteucci, scomparso qualche anno fa, e Raimondi e Angelo Panebianco e tutti gli altri. Il compianto Edmondo Berselli, modenese, direttore del Mulino, ha sempre sostenuto nei suoi libri che in fondo «un’identità emiliana esiste». Però, poi, ha finito per raccontare centinaia di tipi opposti, una varietà umana che non è soltanto cuginanza. Solo che ognuno di loro pare alla fine avere meriti superiori. Pochi parlano bene come sulla via Emilia, e sarà anche per il dialetto o per chissà che cosa. E pochi riescono a capire il mondo come qui. Lucio Dalla ci disse una volta che «la vita premia chi capisce, non chi merita. Anche il caso ha le sue regole, come il profumo, bisogna beccarlo». Ai tempi in cui la canzone segnava le idee erano tutti emiliani i cantanti, e forse non era un caso. Maurizio Vandelli, Orietta Berti, i Nomadi, Guccini, Morandi, e poi Dalla, Pierangelo Bertoli, Zucchero, Vasco Rossi, Ligabue... Tutti hanno fatto qualcosa di più del loro successo: e se ad ascoltare Caterina Caselli sembra di «risentire la voce familiare di una che stende biancheria sul balcone di casa con l’ottimismo nell’anima», come scrisse Berselli, è anche vero che lei è diventata grande manager musicale e talent scout. Piervittorio Tondelli, romagnolo pure lui, ha sempre detto che Vasco Rossi - il primo emiliano post ideologico,privo di certezze politiche e sociali - in fondo non ha offerto nessun «sublime messaggio musicale, quanto piuttosto un atteggiamento, una storia vissuta, una mitologia. In anni in cui tutto stava andando verso la normalizzazione, il carrierismo, il perbenismo, è diventato l’idolo di una diversità, di farsi i fatti propri...». Con questa gente, non è mai solo musichetta. Tutti loro sono stati qualcosa di più, persino Gianni Morandi, il chansonnier per eccellenza, che è diventato con gli anni quasi un maestro di vita, per quella sua capacità, tutta emiliana, di accogliere, di capire, di darsi da fare. Alla fine, c’è davvero qualcosa che l’Italia deve a Bologna. Forse, lo capisci ogni tanto, in giorni come questi, quando va via uno di loro, e quel che resta è come una lezione che non tutti hanno saputo cogliere. E’ il destino che diceva Dalla. Lo vedi adesso, se passi da via D’Azeglio, ascoltando piano, «qui dove il mare luccica e tira forte il vento».