MARIO DEAGLIO, La Stampa 3/3/2012, 3 marzo 2012
MILLE GIORNI PER DIMENTICARE IL BARATRO
Con il «patto di bilancio», siglato ieri, ha inizio un esperimento indispensabile e pericoloso al tempo stesso: entro tempi brevi i Paesi della zona euro dovranno mettere in sicurezza i propri conti pubblici.
Una scelta che obbedirà a direttive generali, che dovranno essere incluse nelle rispettive costituzioni. La loro applicazione sarà controllata nientemeno che dalla Corte di Giustizia europea e non saranno più possibili bilanci strutturalmente in deficit, anche se qualche piccolo valore negativo del saldo corrente sarà consentito nelle fasi sfavorevoli dei cicli economici. Perché il trattato entri in vigore è necessaria l’approvazione di dodici Paesi soltanto; il vecchio principio dell’unanimità è stato spazzato via.
Si tratta di cambiamenti radicali che un’Italia (e un’Europa) distratta ha seguito con insufficiente attenzione: è la fine della finanza allegra da parte dei governi che non potranno più, come spesso hanno fatto i loro predecessori, lasciare debiti eccessivi a chi viene dopo di loro. Insieme alla finanza allegra, se ne va un altro pezzo di sovranità nazionale, rappresentato dalla libertà di decidere senza limiti sui proprio bilanci pubblici, una libertà di cui molti Paesi hanno fatto un uso irresponsabile.
Non dobbiamo quindi essere scontenti, anzi, ma rimane un interrogativo fondamentale: come sarà possibile, in un continente sull’orlo della recessione, conciliare una simile «camicia di forza» sulla spesa pubblica con l’imperativo di sostenere l’economia evitando un tuffo nella disoccupazione di massa, e tagli socialmente insostenibili allo Stato assistenziale? Non si rischia di scatenare un rigetto viscerale da parte di Paesi finanziariamente stremati, come l’Italia e la Spagna e forse anche la Francia? A questo interrogativo ha cercato di rispondere anticipatamente la Bce, la Banca Centrale Europea: con le due aste del 21 dicembre 2011 e del 29 febbraio 2012 ha immesso nel circuito finanziario europeo circa mille miliardi di euro, prestati, a bassissimi tassi di interesse, a quasi altrettante banche europee. Gli obiettivi di questa gigantesca operazione sono tre: rinforzare le banche in difficoltà (fuori d’Italia ce ne sono parecchie), sostenere, ove necessario, i debiti pubblici sotto attacco speculativo sui mercati finanziari, e fornire le basi per rilanciare il credito alle imprese.
L’intervento della Bce era assolutamente necessario, come l’ossigeno per un malato grave in crisi respiratoria. Sarà però anche sufficiente? Riuscirà il malato a riprendere la respirazione normale quando la bomboletta sarà finita, ossia quando, tra tre anni, questi prestiti scadranno? Non c’è alcun parametro certo per rispondere con sicurezza a questa domanda ed è proprio per questo che il nuovo esperimento europeo racchiude una buona dose di inevitabile pericolo. L’unica cosa che sappiamo con certezza e che tre anni fanno poco più di mille giorni: tra poco più di mille giorni, quindi, i mille miliardi dovranno esser restituiti. Per conseguenza, l’Europa ha mille giorni per coordinare i bilanci dei Paesi membri, per reimpostare, per ripensare, per rilanciare le sue ventisette economie.
Negare l’ossigeno a un malato che ha gravi difficoltà di respirazione sarebbe stato assurdo. Pensare che il malato possa restare per sempre attaccato alla bombola dell’ossigeno sarebbe un’assurdità ancora più grande. Per questo non si può dar torto al cancelliere tedesco, Angela Merkel che, pur riconoscendo nel nuovo trattato una pietra miliare per l’Europa, invita a non abbassare la guardia, ammonisce che non siamo affatto fuori dal tunnel e considera la situazione essenzialmente fragile.
Per l’Italia uno degli interrogativi cruciali per i prossimi mesi è quanti dei miliardi presi a prestito dalle banche italiane arriveranno veramente là dove sono assolutamente vitali, ossia al tessuto primario delle piccole e medie imprese che non dispongono di forza sufficiente per andare da sole sui mercati finanziari e hanno un bisogno vitale del credito bancario. «E’ cruciale», ha detto il governatore della Banca d’Italia il 18 gennaio nel suo importante discorso al Forex, «che l’economia non entri in asfissia creditizia».
Per evitare l’asfissia creditizia sono essenziali le banche, chiamate a dosare e indirizzare l’ossigeno della Bce. Hanno ottenuto un consistente finanziamento a basso prezzo dalla stessa Bce e si chiede loro di erogare, con una parte di queste risorse a clienti la cui credibilità bancaria risulta, a seguito della difficile situazione economica, inferiore a quella di un anno o anche solo sei mesi fa. Il mondo bancario è in allarme perché nel decreto sulle liberalizzazioni è stata inserita (e approvata dal Senato) una norma che delle liberalizzazioni è l’opposto in quanto impone l’assenza di commissioni bancarie, una normale e importante fonte di reddito per gli istituti di credito. Si è trattato probabilmente di un incidente di percorso, che proprio non ci voleva e che ci si augura sia rapidamente corretto: perché, anche se finalmente ci stiamo avviando di buon passo e non siamo più sull’orlo del baratro, il sentiero è lungo, difficile e in salita.