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 2012  marzo 03 Sabato calendario

Se il divorzio arriva a cinquant’anni - I baby boomers, ancora loro. Quando erano giovani avevano inventato la rivoluzione sessuale, e tutti i cambiamenti sociali che aveva portato con sé; ora che stanno invecchiando, quelli che avevano scelto la vita matrimoniale la stanno abbandonando

Se il divorzio arriva a cinquant’anni - I baby boomers, ancora loro. Quando erano giovani avevano inventato la rivoluzione sessuale, e tutti i cambiamenti sociali che aveva portato con sé; ora che stanno invecchiando, quelli che avevano scelto la vita matrimoniale la stanno abbandonando. E così, secondo una ricerca della Bowling Green State University dell’Ohio ripresa dal «New York Times», il numero dei divorzi tra gli americani che hanno più di 46 anni è cresciuto del 50 per cento negli ultimi venti anni. Le conseguenze del fenomeno non sono solo sociali, ma anche economiche, perché aumentano la possibilità che queste persone anziane e sole abbiano bisogno dell’assistenza statale. Nel 1970, le persone divorziate tra i 46 e i 64 anni d’età erano il 13% negli Stati Uniti. Allora c’erano più matrimoni e chi si sposava cercava di restare insieme fino alla fine, anche perché invecchiare senza un marito o una moglie significava spesso ritrovarsi più poveri e bisognosi di aiuto, tanto sul piano economico, quanto su quello sanitario, per non parlare di quello emotivo. Ora la situazione è cambiata, per varie ragioni. La vita media si è allungata, e quindi chi si ritrova in un matrimonio infelice a cinquant’anni è più portato a considerare il divorzio, davanti alla prospettiva di restare infelice per i prossimi vent’anni. Meglio troncare e costruirsi un’esistenza nuova, per non sprecare tanto tempo da passare potenzialmente insieme. Anche i mutamenti economici hanno avuto un impatto, soprattutto sulle donne. Molte lavorano, sono indipendenti, e quindi sono meno disposte a restare legate al matrimonio solo perché hanno bisogno della sicurezza finanziaria del marito. Il risultato è che i cinquantenni e i sessantenni americani sono molto più inclini al divorzio dei loro genitori. Può trattarsi di un’esperienza liberatrice, perché così molte persone possono godersi come preferiscono la parte finale della loro vita, senza ancorarsi a una relazione che le rende infelici. Il problema è la gestione pratica della quotidianità, soprattutto per chi dopo il divorzio non crea un nuovo legame. Diversi studi dimostrano che i baby boomers non sposati hanno cinque probabilità in più di scivolare nella povertà, rispetto ai coetanei che hanno scelto e conservato il matrimonio. Poi c’è il problema della salute. A cinquant’anni non serve la badante, ma quando si comincia a superare i sessanta o i settanta, andare avanti da soli può diventare complicato. Se a questo si aggiunge che le nuove generazioni si sposano molto meno, e proprio in queste settimane il numero degli adulti americani che vivono da soli ha superato la soglia del 50%, il problema sociale si fa potenzialmente serio. Lo stato, o qualche altra forma di assistenza, finirà per doversi fare carico di questi single invecchiati in solitudine. PAOLO MASTROLILLI *** Italia, la coppia che resiste per i figli e per la crisi - In Italia le tabelle statistiche elaborate dall’Istat sulla base delle rilevazioni relative alle separazioni e ai divorzi riferiscono una tendenza chiara: la durata media dei matrimoni che finiscono con la separazione è in costante crescita. Un dato per tutti è significativo: nel 2000 solo il 36,1% delle separazioni riguardava coniugi sposati da più di 14 anni; nel 2009 la percentuale è salita al 41,8%. Se guardiamo invece il dato relativo ai coniugi che si separano dopo un tempo compreso fra i 5 e i 14 anni dal matrimonio, constatiamo che la percentuale è scesa dal 2000 al 2009 del 3,7%. I numeri sono aridi e non parlano del dolore che spesso si trova in un matrimonio spezzato o in una vita comune sopportata nell’indifferenza reciproca. Ma non è difficile capire che cosa sta succedendo dietro i grafici elaborati dall’Istat. I coniugi che si separano in un intervallo di tempo compreso fra i 5 e i 14 anni hanno generalmente bambini ancora piccoli. È evidente allora che negli ultimi anni cresca la loro propensione a tenere duro, a sopportare un matrimonio che non funziona per evitare di separare i bambini da uno dei genitori, per evitare la tristezza dei fine settimana alternati. La separazione viene rinviata a un momento successivo: evidentemente la fine della convivenza appare più sopportabilequando i figli sono ormai maggiorenni o comunque adolescenti. Così si spiega la crescita della percentuale dei separati che hanno oltre 14 anni di matrimonio alle spalle. Questa tendenza si è manifestata con particolare vigore a partire dal 2007. E non è difficile comprenderne la ragione. Le difficoltà economiche rendono molto più difficile riorganizzare la vita dei genitori e dei loro figli: la vita di una famiglia separata è certamente più costosa di quella di una famiglia unita. La separazione viene quindi spesso rimandata semplicemente perché molte famiglie non se la possono permettere. Le statistiche confermano che molti giovani continuano a vivere assieme pur non sopportandosi più, pur litigando quotidianamente sulle mille difficoltà della vita contemporanea: i soldi che non bastano, la casa da pulire alla fine di una giornata di lavoro, i bambini che vanno portati a scuola e seguiti nei compiti, i nonni che devono per forza dare una mano. Aumenta anche la percentuale dei coniugi che si separano dopo oltre 25 anni di matrimonio. Un tempo erano casi rari, dovuti il più delle volte ad un’improvvisa passione (generalmente del marito) per una persona più giovane. Oggi il contesto è cambiato. I casi sono più frequenti e anche le motivazioni sono diverse. Si tratta, generalmente, di persone che hanno una buona sicurezza economica, figli ormai grandi, una buona pensione (a differenza dei loro figli che forse non l’avranno mai) e spesso un po’ di risparmi. Hanno molto tempo libero, ma non sono capaci di passarlo assieme. Vanno dunque ognuno per la propria strada non appena il venir meno della responsabilità verso i figli lo consente. CARLO RIMINI* *Ordinario di diritto privato nell’Università di Milano