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 2012  marzo 03 Sabato calendario

NELLA CITTA’ MADRE DEI KALASHNIKOV LA RUSSIA PROFONDA CONFIDA IN PUTIN —

Gli echi delle grandi manifestazioni moscovite rimbalzano senza quasi far rumore nella coltre nevosa che avvolge la provincia russa. Mi racconta Ludmilla Saburova, sociologa attiva nel movimento Za ciestnye vybory, (per elezioni oneste), che erano in poche centinaia domenica scorsa a fare il verso al popolo di Alexeij Navalny, capo riconosciuto dell’opposizione al Cremlino e convitato di pietra nella sfida presidenziale: «Ma per noi è stato già un successo, a dicembre eravamo meno di cento. Abbiamo fatto salire al cielo un drago di carta, bianco a tre teste, con le facce di Putin e dei suoi due manutengoli locali».
Così va nel cuore dell’impero, a conferma del vecchio adagio che Mosca non è la Russia e la Russia non è Mosca. Tanto più se quel cuore si chiama Izhevsk, nella Repubblica dell’Udmurtia, 600 mila anime in uno degli ultimi lembi d’Europa, prima che la cesura degli Urali annunci le lontananze asiatiche. Città speciale nel mito zarista, sovietico e russo. Fucina d’armi sin dalle guerre napoleoniche. Area proibita nell’Urss della Guerra Fredda, schermata dagli stranieri e dagli stessi cittadini sovietici, a protezione di uno dei gioielli più preziosi del complesso militar-industriale dell’Armata Rossa.
Hanno fabbricato di tutto a Izhevsk, mitra, pistole, carabine, missili di ogni tipo, sistemi antiaerei, radar. Ma da sette decenni a questa parte, la sua mistica è legata indissolubilmente al nome leggendario di Mikhail Kalashnikov, l’ingegnere oggi ultranovantenne che creò l’AK-47, il fucile da guerra più celebre e mortifero del mondo, icona di terroristi e rivoluzionari, imitato da tutti nei meccanismi essenziali e fin qui prodotto nei successivi aggiornamenti in oltre 100 milioni di esemplari. Ma di quello che fu un conglomerato da 60 mila addetti, con una diversificazione produttiva che oltre alle armi comprendeva anche automobili e motociclette, rimane ben poco. Solo 7 mila dipendenti oggi lavorano a Izhmash, il brandello d’azienda che sopravvive grazie al fucile dal caricatore ricurvo. Mentre sperano di salvare il posto grazie a un accordo in fieri con Nissan-Renault i poco più di 5 mila operai rimasti a Izh Avto.
Come in altre realtà industriali russe, anche a Izhevsk le increspature del naufragio sovietico non sono ancora del tutto dissolte. Non solo nella toponomastica, dove la Ulitza Marxa incrocia sempre con la Lenina, formando la «Piazza dei 50 Anni dell’Ottobre». Ma anche in quell’auto del Fsb, erede del Kgb, che ci ha seguiti a vista a ogni passo del nostro vagare e dalla quale sono infine scesi due signori, che ci hanno bloccati in albergo e cortesemente interrogati per un’ora, per «verificare se stessimo svolgendo attività non autorizzate sul territorio della Federazione russa». Per fortuna era tutto in regola.
E al pari di altre zone industriali, è qui che Vladimir Putin trova il terreno amico, promesse di lavoro e orgoglio patriottico, dove costruisce la sua vittoria annunciata. È a queste maestranze che parla il faraonico (e fantomatico, dicono gli avversari) piano di riarmo da 500 miliardi di euro. Di tutto, di più: 500 missili intercontinentali, 8 nuovi sommergibili nucleari, 600 caccia, 2.300 tank, 100 satelliti, non ultima la mega commessa di AK-12, la nuova generazione del kalashnikov, non ancora in produzione.
Eppure è un consenso velato d’ansia, quasi inerziale. Incontriamo Nadezhda ai cancelli d’ingresso della fabbrica, sui quali campeggia la scritta «Gloria ai produttori d’armi di Izhmash». Ha 33 anni e da 10 lavora nell’azienda. Fa due turni da 12 ore in due giorni consecutivi, rimane due giorni a casa e poi ricomincia la routine. Domeniche e festivi non contano. Non è contenta. Non può esserlo con uno stipendio da 12 mila rubli, 300 euro al mese. Non c’è di meglio, con gli ordini che arrivano a singhiozzo e i magazzini pieni di scorte invendute. Ma voterà Putin: «Per disperazione. Li ha visti gli altri candidati?». E come lei farà anche la signora Elena, laurea in ingegneria, anziana responsabile della sicurezza sul lavoro: «Non c’è nessun altro». È lei che si fa scappare la frase: «Se continua così, andiamo in bancarotta». Risposte identiche danno frettolosamente Vladimir, Gennady e Oleg, prima di dileguarsi nella bruma nevosa.
Ma a Vladimir Vladimirovich nella sonnolenta Udmurtia guardano senza troppo entusiasmo anche molti giovani. «Ho timore per quello che potrebbe succedere con un altro, voterò per Putin», dice Olga Makovskaya, giovane caporedattrice di Susanin.Pro, un sito di notizie con 12 mila visitatori al giorno. Faranno lo stesso Andrei e Natalia, 22 e 25 anni, studenti di giornalismo alla locale università. Loro vedono le cose con più ottimismo, dicono entrambi che «Putin ha un programma per le trasformazioni sociali in corso, gli altri no». Natalia aggiunge che con Putin «il livello di vita è migliorato» e che «la disoccupazione in Udmurtia è molto bassa». Ma sembrano quasi in difesa quando si augurano che «queste elezioni siano aperte e corrette», come a scongiurare le frodi di massa sperimentate a dicembre.
Alla guida della sua auto, Ludmilla Saburova scuote la testa: «La disoccupazione è nascosta, il 2% ufficiale è una bugia, siamo quasi al 16%. Si lavora meno ore o saltuariamente. Al posto delle fabbriche ci sono i centri commerciali, dove non si vende e non si compra nulla. Il tenore di vita è sceso, le famiglie non ce la fanno. Chi ha un lavoro riceve salari minimi, le aziende sopravvivono da una commessa all’altra, il futuro è incerto». È lei a condurci dal Navalny locale. Andrei Konoval codirige Den, giornale e sito web molto battagliero. Ma soprattutto è il terminale di ogni recriminazione contro il potere: a lui si rivolge chiunque subisca un torto. Debordante nel fisico e nell’eloquio, Konoval definisce «fatalismo rassegnato» quello dei tanti che sceglieranno Putin. E ricorda che in realtà la maggioranza delle persone «si sente offesa da lui, dalle troppe promesse che non ha mai mantenuto in 12 anni, dalla corruzione senza pudore che tollera e questa è l’ultima occasione che gli sta offrendo». Qualcosa sta cambiando anche qui, avverte: «Il gioco di Putin è pericoloso, spaccia la protesta per rivoluzione, che da noi è sinonimo di guerra civile, per impaurire il popolo. Forse funzionerà, ma avrà vita breve».
Il punto è la durata di quella brevità. Vista da Mosca, capitale di una nuova modernità cosmopolita, non sembra poter andare lontano. Ma nella Russia profonda, anelante stabilità e ancora affascinata dal muzhik, l’uomo forte, fisico e volitivo, potrebbe rivelarsi molto lunga.
Paolo Valentino