Marco Imarisio, Corriere della Sera 03/03/2012, 3 marzo 2012
«ASKA» E ANARCHICI, CHI SONO I DURI —
La bandiera bianca dei No Tav doveva essere rossa. Nel 1999 i valligiani avevano scelto un colore, e un simbolo, con un forte segno politico. Furono i militanti di Askatasuna, proprio quelli che oggi mantengono un tratto ideologico più marcato all’interno del movimento, a convincere gli altri della necessità di una scelta più neutra.
Niente è come sembra, in questa storia dove ormai le distinzioni si fanno sempre più sottili. Lunedì scorso trenta persone si sono sedute sull’autostrada per impedire lo sgombero dell’autostrada. Accanto ad Alberto Perino, figura di riferimento della Val di Susa più intransigente, c’era Massimo Passamani, capo degli anarchici di Rovereto, diventato famoso nel 2006 per aver sottratto la fiamma olimpica al tedoforo che la portava per le strade di Trento, e non solo per quello. Nel dicembre 2009 alcuni membri del suo gruppo furono arrestati in Grecia dopo gli scontri avvenuti in seguito all’uccisione di uno studente da parte della polizia.
Questa commistione, magari involontaria, rende ancora più delicato l’equilibrio di un movimento che ha cambiato pelle, diventando un magma incontrollato. La divisione per categorie della sua parte più bellicosa va presa con beneficio di inventario, perché troppe sono ormai le incognite e i collegamenti interni di una protesta che rivendica l’unità di intenti in ogni sua scelta.
I valligiani
La prima manifestazione contro l’Alta velocità porta la data del 2 marzo 1995. Da allora è cambiato molto. Volti, proposte, e purtroppo anche le pratiche. Il nucleo originario è incarnato da Alberto Perino, bancario in pensione, incautamente definito come lo Josè Bove della Val di Susa, protagonista di una involuzione radicale che in qualche modo simboleggia la parabola di una parte di questo gruppo di militanti ben consapevole di essere minoranza a casa sua.
Gli abitanti che partecipano alle manifestazioni pacifiche sono circa 8.000 su un totale di 60.000 residenti in Alta e Bassa valle. Il numero si abbassa drasticamente quando si parla di scontri con le forze dell’ordine: 400-500 persone. Sempre determinati, decisi. La loro conoscenza del territorio li porta ad agire da sherpa per gli ospiti giunti da fuori. Nel 2005 furono decisivi per le sorti della cosiddetta battaglia di Venaus, quando riconquistarono il cantiere aperto nella notte dalle forze dell’ordine.
Forse fu quello l’ultimo episodio di lotta condotto quasi interamente in proprio. Ma non si pensi a un gruppo di maturi signori. Il sentimento valligiano di ribellione all’opera ha prodotto una generazione che ha elaborato una nuova forma di antagonismo radicale. Più aperta alla contaminazione con altre realtà, aggregata intorno a gruppi come il centro sociale Takùma di Avigliana, l’associazione Spinta dal bass, il presidio permanente Pikapera di Vaie. Capita spesso che i giovani della valle si rivelino come l’ala più radicale del movimento.
Gli autonomi
Da questo titolo manca il suffisso «ex» a ragion veduta. Askatasuna è una scheggia degli anni Settanta arrivata intatta fino ai giorni nostri. Il centro sociale torinese si ispira alla vecchia autonomia. Non alla versione intellettuale di Toni Negri, ma a quella romana di via dei Volsci, più portata all’azione diretta, alla contrapposizione violenta con lo Stato. «Per troppo tempo — raccontava qualche mese fa uno dei suoi capi — la sinistra è stata identificata con l’operatore sociale o il volontariato delle organizzazioni non governative. Noi siamo la sinistra dura, quella che un tempo spaccava il c... ai fascisti».
La storia di Askatasuna è ormai inscindibile da quella del movimento No Tav. Il primo comitato di lotta popolare a Bussoleno venne fondato da Giorgio Rossetto, pioniere del centro sociale nato nel 1996 con l’occupazione di un palazzo del Comune di Torino, arrestato per gli scontri del 3 luglio, che ha finito per prendere la residenza proprio in Val di Susa. Il legame è forte, figure come Francesco Richetto, nato a Bussoleno e militante del centro sociale, funzionano da cerniera.
«Aska» e i suoi militanti, 6-700 contando anche i collettivi studenteschi, è stata la porta del movimento No Tav. L’ha fatto uscire dall’ambito locale, inserendolo nel proprio network fatto di centri sociali di ispirazione simile — romani, bolognesi, trentini, genovesi — ben distanti dalla vocazione politica degli ormai ex Disobbedienti di Luca Casarini. Fa entrare i militanti della sua area ogni qual volta ce ne sia bisogno, gli scontri del 3 luglio furono preceduti da una lunga serie di inviti alla mobilitazione pubblicati sui propri siti di riferimento. In questi giorni si propongono come mediatori con i militanti più duri, consapevoli dell’impossibilità di reggere questa situazione di scontro permanente. A ben pensarci, un paradosso.
Gli anarchici
Da sempre l’area più misteriosa e insondabile, non solo in Val di Susa. Anni fa venivano allontanati come fossero monatti, oggi sono graditi ospiti, parenti strani che spesso danno in escandescenze. La componente più dura e incontrollabile, che spesso pesca nel bacino del disagio sociale. Il legame con questa protesta risale al 1998, al suicidio in carcere di Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas, arrestati insieme all’anarchico valligiano Silvio Pelissero per la loro presunta partecipazione a una serie di attentati contro l’Alta velocità. Una vicenda terribile e ancora oggi oscura.
I torinesi gravitano intorno ai centri sociali El Paso e Barocchio, hanno organi propri di informazione come radio Black out, e mantengono collegamenti con i black bloc europei. Dall’Italia arrivano soprattutto da Milano e Roma, gli stranieri più presenti sono i francesi, tendenza anarco-ambientalista, ben connessi in valle con una rete di relazioni personali. Luca Abbà, il militante rimasto folgorato sul traliccio accanto alla baita Clarea, è sempre stato considerato anche dai suoi compagni come una sorta di ufficiale di collegamento con questo mondo.
Nel luglio scorso occupavano il settore più isolato del campeggio No Tav, ben distanti dagli altri. Non si fermano mai, non partecipano alle assemblee. Vanno e vengono solo quando c’è da menare le mani, arte che in questi mesi hanno esercitato spesso su giornalisti e operatori, oltre che sui poliziotti. Durante gli scontri sull’autostrada sono stati fermati anche due squatter di nazionalità turca, a conferma del grande richiamo che ormai esercita la Val di Susa. Le informative della polizia li inseriscono nella galassia riferibile alla Federazione anarchica informale. Ma spesso le galassie contengono al loro interno alcune nebulose.
Marco Imarisio