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 2012  marzo 02 Venerdì calendario

Anche nell’arte sapeva toccare le note giuste - La prima parola con cui iniziava a dire o a ri­spondere era «fratello»

Anche nell’arte sapeva toccare le note giuste - La prima parola con cui iniziava a dire o a ri­spondere era «fratello». Una formula non con­venzionale, ma profondamente amicale, cri­stiana. Teneva molto a invitarti a qualche spe­ciale occasione, l’inizio di una tournée, la pre­sentazione di un libro. Ma non mancavano le ipotesi di incontri per lavori comuni. A mia vol­ta volli fargli fare un concerto a Piazza Armeri­na con grande entusiasmo di popolo. E, in alme­no due occasioni, lo ricevetti a Salemi. La prima volta fu anche burrascosa, perché i cittadini lo aspettavano ed egli, partito da Milo vicino a Catania, dove aveva casa, poco distan­­te da Battiato, si trovò in panne all’altezza di Cal­tanissetta. Lo accompagnava il giovane Marco Alemanno, artista e poeta. Forse aveva sottova­lutato la distanza, fatto sta che mi sembravano troppo rassegnati. Allora persi le staffe, e gli ur­lai con tutta la veemenza possibile che non era pensabile che lui tornasse indietro. Dovetti es­sere così violento e convincente che Lucio alla fine arrivò. A Salemi si divertì, accennò una can­zone, vide in piazza Alicia la proiezione di una partita di calcio e poi, così come era venuto, ap­parendo all’improvviso, se ne andò. Era lieve, leggero come un folletto, appeso al vento con i capelli posticci. Non conosceva di­stanze, e tutti quelli che lo accostavano diventa­vano suoi amici. Insieme in Sicilia fummo an­che a Modica, girando per gallerie e viaggiando su una Rolls Royce d’oro fino ad Acate,per visi­tare il castello. Era curioso, colto, sempre pron­to a chiedere per capire. Mai distratto dalle co­se e dagli uomini. Era bello viaggiare con lui. Ma era ancor meglio trovarlo nelle sue tane, nei suoi rifugi. A Milo in una casa aperta, luminosa, dentro la natura, assai diversa dalla dimora claustrale di Franco Battiato. Ma Lucio era anche spesso alle isole Tre­miti. Altro luogo, al­tro mare, altra casa. Sempre luminosa, aperta, con un grande giardino. L’ultima volta che andai a trovarlo lì il tempo volse al brutto e ci ri­fugiammo nella sua bianca casa, in perfetta armonia, protetti e felici. Si parlava di tutto,ma soprattutto d’arte per­ché nell’altra abitazione, la casa madre a Bologna, vicino alla chie­sa di San Domenico (quante volte in quella casa eravamo stati con un altro,perduto,compianto amico: Pi­no Gavina!) Lucio teneva una molto sofisticata e precisa collezione d’arte.E spesso mi chiama­va per mostrarmi gli ultimi acquisti. Nella Bologna di quegli anni grande stimola­­tore e grande raccoglitore era, e ancora è, Anto­nio Storelli, professore all’Accademia di belle arti, che indirizzò e assecondò il gusto di Lucio, per un segmento coincidente col mio. Io sono stato onnivoro. Lucio era innamorato degli arti­sti decadenti, tra scapigliatura, simbolismo, no­vecento inquieto, dall’altra parte delle avan­guardie. Amava i pittori ferraresi tra fine ’800 e primi del ’900, da Gaetano Previati a Giovanni Battista Crema a Ugo Martelli. Gli piacevano le atmosfere sognanti e il realismo ma­gico. Il suo tempo interiore, nella pittura come nella musica, era quello di Enrico Caruso, che gli diede l’estro per una delle sue più belle canzoni. Ma, come nella musica lo stimolo era ar­rang­iato in una chiave origi­nalissima, così anche nel­l’arte le opere di pittori e scultori erano scelte per ciò che contenevano di lui, mostrandosi a sua immagine e somiglian­za. La sua casa era lo specchio della sua anima, le sue scelte erano prolungamenti delle sue emozioni. Con Lucio Dalla se n’è andato non solo un grande musicista, intimamente liri­co, ma anche un uomo di gusto in un mondo musicale fatto di personaggi spesso gratuita­mente provocatori. Lucio era un uomo pieno di grazia ma non se n’è andato. Resterà sempre fra noi, con le sue musiche e le sue parole, la sua fraternità.