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 2012  marzo 02 Venerdì calendario

Quegli eroi in divisa picchiati e insultati «È come una guerra» - Anche lui ha visto quel video

Quegli eroi in divisa picchiati e insultati «È come una guerra» - Anche lui ha visto quel video. Stefano, il carabiniere del batta­glione Liguria, che resiste stoica­mente alle provocazioni. «Ho fat­to lo stesso in tante situazioni: ti gridano addosso di tutto, chiama­no in causa, diciamo così, tua mamma,tua moglie,i tuoi figli.So­no addestrato per non cadere nel tranello. Penso ad altro, o almeno ci provo, pure quando le parole che ti scorticano sono scortate da gesti inequivocabili». Sorride, Marco (lo chiamere­mo così). Poliziotto, funzionario, laureato, tecnicamente responsa­bile di contingente di uno dei re­parti mobili della polizia più im­portanti d’Italia, quarant’anni cir­ca, lo stipendio che galleggia sulla linea dei duemila euro netti al me­se. «La nostra è una vita difficile, un po’ zingaresca: andiamo dove c’è l’ordine pubblico da mantene­re. Per intenderci, ero a Roma il 15 ottobre, il giorno della follia in cui un carabiniere ha rischiato di mo­rire bruciato nel blindato in fiam­me. E ho trascorso gli ultimi tempi in Val di Susa. Sa, fa una certa im­pressione vedere sempre le stesse facce: sono i professionisti della ri­voluzione, si spostano dove soffia il fuoco, fra di loro ci sono anche molti ragazzi stranieri, che non parlano italiano. Un 1.500-2.000 persone che si sono formate- per­ché pure loro si addestrano - in Grecia. Ad Atene hanno imparato molte tecniche utili per chi vuole praticare la guerriglia. Per esem­pio, sanno che se butti una molo­tov sotto i nostri mezzi e trovi il punto in cui c’è la centralina,man­di quella camionetta in tilt. Io e i miei uomini ci spostiamo da una città all’altra,da un’emergenza al­­l’altra, e a volte, confesso, può es­sere davvero desolante scoprire che gli insulti e tutto il resto ti ac­compagnano come un corredo anche la sera. Mi è capitato pochi giorni fa,in Piemonte. Ovviamen­t­e cambiamo l’albergo in cui ripo­sare notte per notte, in un raggio molto ampio. Però, quella sera qualcuno deve aver notato un no­s­tro furgone che era parcheggiato davanti all’albergo e il tiro al bersa­glio, che era appena finito, è rico­minciato ». Marco ha ormai un bagaglio di esperienze lungo più di dieci an­ni. Ma il tempo non toglie la pau­ra. «Si può avere paura in molti modi. L’importante è gestirla». Ma tenere al guinzaglio le sensazioni e le emozioni che ti scappano da tutte le parti non è così sem­plice. «L’impor­ta­nte non è can­cellarle, ma pa­droneggiarle. In certe circo­stanze ce l’ho fatta senza diffi­coltà, altre vol­t­e è stato più dif­ficile ». Primo flash : Roma, 15 ottobre. «Che paura. Avevo davanti una folla stermina­ta: piazza San Giovanni stracol­ma. Guardavo e cercavo di capire come comportarmi. Gli antagoni­sti erano riusciti a coagulare molti altri giovani. Uno scenario già dif­ficile; “per fortuna - mi ripetevo ­dietro di noi, alle nostre spalle, va tutto bene”.Sì,in via Emanuele Fi­­liberto, c’erano i fotografi,i giorna­­listi, fra cui avevo riconosciuto Da­vid Parenzo de La7 , facce norma­li ». E invece... «All’improvviso, da dove non me l’aspettavo, mi arri­vano addosso alcuni sassi. Mi vol­to, ci assalgono anche da quella di­rezione. Sono stati momenti diffi­cili. Quando perdi la bussola, quando ti senti accerchiato, quan­do hai davanti un nemico impre­vedibile, agguerrito, anzi incattivi­to, quando senti la pressione di una folla di cui non vedi la fine, be’,allora,la paura rischia di cam­biare nome». Vira verso il panico. E se il soldato non prevale sul­l’uomo, l’incidente si avvicina co­me un incrocio pericoloso. «Sia chiaro: la pistola d’ordinanza, la Beretta 92, per me è un orpello. Un pezzo da museo.Non l’ho mai usa­ta e non la userò mai. La pistola è una tentazione lontana che non mi passa neanche per la mente. Siamo addestrati, noi dei reparti mobili, per non usarla mai. La se­quenza in cui Mario Placanica, cir­condato a bordo della jeep, esplo­de il colpo di pistola fatale che cen­tra Carlo Giuliani, non deve ripe­tersi ». Però, nella Genova messa a ferro e fuoco dai Black bloc , è suc­cesso. E quella croce ha spaccato la storia italiana. «Purtroppo in Val di Susa cercano il morto, fan­no di tutto perché si ripeta la trage­dia ». Secondo flash : «Anche lì ho avu­to paura. Una paura diversa da quella del 15 ottobre, ma sempre paura è. Mi è arrivato addosso di tutto: biglie di acciaio, spranghe, tubi Innocenti fatti a pezzi, sassi di tutte le dimensioni. Perfino l’am­moniaca. In Val di Susa, il 27 giu­gno e il 3 luglio, ci hanno sparato i razzi usando le pistole di segnala­zione. E quando parte un razzo de­vi avere fortuna. È come stare in guerra, quando cade una bomba. Se ti piglia, prendi fuoco. E poi ho avuto paura quando ho visto una roncola, sì una roncola col prezzo ancora attaccato, che volava ver­so la mia testa. L’ho parata, d’istin­to come un portiere, con lo scudo. Lo scudo ha tenuto, ma per una frazione di secondo, ho temuto che si sbriciolasse. Sa, avremmo bisogno di scudi più resistenti, co­struiti con materiali corazzati, non con la plastica. Avremmo bi­sogno di spray al peperoncino, avremmo bisogno di mezzi ade­guati a fronteggiare una sfida che si fa ogni giorno più dura. Avrem­mo bisogno di essere all’altezza della polizia tedesca o di quella in­glese. Invece ci dobbiamo barca­menare. E loro alzano sempre di più la posta, vogliono il sangue. Perché sanno che il sangue porta consenso». I poliziotti, invece, sono paraful­mini ambulanti: «Ci sputano con­siderandoci le guardie del corpo della casta, quelli che proteggono il Palazzo, i pretoriani del potere. Sento l’odio che sale come la ma­rea. E questo mi avvilisce. Pazien­za. Fra noi dei reparti mobili c’è uno spirito di corpo particolare. Guido un contingente che può es­sere composto da 100-150 uomi­ni, dieci, quindici squadre da die­ci. E le squadre restano sempre unite. Si esce in 10, si torna in 10».