Antonio Quaglio, Il Sole 24 Ore 2/3/2012, 2 marzo 2012
LA BATTAGLIA VENTENNALE TRA CREDITO E GOVERNI
In principio fu il 6 per mille: era l’estate del 1992 e la maxi-manovra d’emergenza varata dal governo Amato impose un "taglio di capelli" non trascurabile a correntisti e depositanti, ma colpendo inevitabilmente di riflesso anche le loro banche. E il presidente dell’Abi di allora, Tancredi Bianchi, si fece sentire con il suo predecessore Piero Barucci, trasferitosi al ministero del Tesoro dai piani nobili del sistema bancario (Montepaschi e Credit). Ma il quadro stava rapidamente cambiando, e il sistema banche-politiche, che aveva retto per decenni, era agli sgoccioli. Fu, quella, una "para-patrimoniale" meno sofisticata e più pesante di quella congegnata l’estate scorsa dal decreto sviluppo - e poi confermata dall’esecutivo tecnico - attraverso l’inasprimento dei tributi sui titoli in amministrazione. Pochi mesi fa come quasi vent’anni fa, comunque, il "format" vedeva un fisco a caccia di prelievi straordinari sulla linea dello sportello "retail": fra banca e cliente, con il risparmiatore colpito in termini immediati.
Una botta al sistema bancario arrivò nella manovra sulla ritenuta sui certificati di deposito - primo governo Prodi, ministro Vincenzo Visco - quando fu alzata la ritenuta fiscale dal 12,5% (per le scadenze superiori ai 18 mesi) al 20%. Per questa ragione i cd hanno perso progressivamente quote di mercato a vantaggio delle obbligazioni che sono percepite dal cliente, che le sottoscrive, sostanzialmente come prodotti equivalenti.
Diverso il caso delle banche direttamente inseguite dal Fisco nei panni di Robin Hood: dal decreto sviluppo del luglio 2011 con un aumento ad hoc dell’Irap dello 0,75 per cento, ma come nuovo step di una stretta fiscale ai bilanci bancari avviata quando la crisi finanziaria globale aveva mostrato i suoi primi sintomi. Nell 2008, reduce dalla terza vittoria elettorale, il governo Berlusconi impose a banche, assicurazioni e compagnie petrolifere, una "Robin tax" che per il sistema creditizio si traduceva in una parziale indeducibilità fiscale degli interessi passivi. La misura suscitò la reazione diretta del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che per farlo scelse proprio l’assemblea dell’Abi, allora presieduta da Corrado Faissola. «Può aumentare il costo della raccolta bancaria», avvertì Draghi, presente il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quest’ultimo interpretava peraltro l’onda di un’opinione pubblica che aveva visto il settore creditizio – anche in Italia – produrre profitti elevati per molti anni, distribuendone molti ad azionisti e manager.
Lungo la stessa linea di tendenza si collocò, pur nei mesi drammatici a cavallo tra 2008 e 2009, l’abolizione della commissione di massimo scoperto sull’utilizzo degli affidamenti: il provvedimento che più si avvicina al blitz di ieri in termini di intervento sui prezzi del credito alle imprese. Ma l’Abi non ne fece allora una guerra di religione, anche perché i problemi del settore erano improvvisamente diventati altri.
Le banche italiane non dovettero utilizzare quel budget di una ventina di miliardi approntato per casi di salvataggio pubblico che si fossero presentati come avvenne in mezzo mondo: dagli Usa alla Gran Bretagna alla Germania. Vennero, solo dopo, alcuni miliardi di "Tremonti-bond".
L’onere evitato ai contribuenti italiani resta un "memo" che l’Abi ha sempre discretamente rivendicato a tutti i tavoli. Nel frattempo la mancata riforma degli abbattimenti sulle perdite su crediti è da almeno un decennio la costante delle tensione fra Assobancaria e Governo.
In Italia una sofferenza bancaria definitivamente irrecuperabile può essere ammortizzata fiscalmente in bilancio in 18 anni: in altri paesi in assai meno (mediamente la metà). Le due moratorie concesse dall’Abi durante il governo Berlusconi (mutui e piccole imprese) prevedevano già di fatto - in contropartita - l’impegno dell’Erario a riformare il regime delle perdite creditizie aumentando la deducibilità: a maggior ragione allorchè la recessione in arrivo prometteva di gonfiare incagli e sofferenze e di irrigidire i criteri di concessione dei prestiti. Per di più la partita fiscale interseca lo sviluppo di Basilea 3.
Le cosiddette "imposte differite", legate agli ammortamenti delle perdite nei bilanci delle banche italiane, tendono a penalizzare queste ultime nel calcolo dei coefficienti patrimoniali. Draghi (prima firma di Basilea 3) impegnò la Banca d’Italia per un’adozione attenta. È poi vero che sul fronte specifico di Basilea 2 e 3, l’Abi ha avuto nel governo (soprattutto in Tremonti) un sostanziale alleato. Solo nell’autunno scorso, dall’Abi e dal nuovo governo un leggero nervosismo si è creato dopo lo stress-test dell’Eba e la richiesta di ricapitalizzazioni particolarmente pesanti per le grandi banche italiane: i gruppi nazionali si attendevano (e in fondo si attendono ancora) una lobbying più incisiva per una reale "par condicio" presso le stanze dei bottoni Ue.