Malcom Pagani e Andrea Scanzi, il Fatto Quotidiano 2/3/2012, 2 marzo 2012
ARRIVEDERCI LUCIO TELEFONACI TRA VENT’ANNI
La puttana “ottimista e di sinistra” era una sua amica. Il cacciatore “di quaglie e di fagiani” suo padre. Il destino che “ti fa morire ridendo di notte all’ombra di un desiderio” la fine del viaggio. Lucio Dalla se ne è andato ieri in Svizzera, come il Pablo del suo amico De Gregori, spegnendo “cuore elettrico” e note a 69 anni, nel mezzo del cammino di uno dei suoi “viaggi organizzati”. Prima Montreux, dopo Samarcanda o Atlantide, perché agli attori come lui, capaci di esplorare leggeri profondità marine, miracoli e parabole in naftalina, nessuno osava chiedere “il documento d’identità”. Il suo recitava 4 marzo 1943 e sotto il basco, nello scatto, tra le collane, si nascondeva un apolide. Da piccolo, diceva agli amici nelle sere d’estate in cui generoso apriva barche e abitazioni (Dalla prestava a chi amava, perché del bene materiale nutriva una concezione tutta sua) avrebbe voluto essere un cane. E abbaiò subito, in faccia al conformismo, già a 7 anni. L’impatto con il primo grande dolore. L’addio a suo padre. “Si è spenta una luce” gli disse la madre e lui pronto, in un esorcismo involontario sibilò prosaico: “Mamma, dove andremo allora in vacanza?”. Era l’inganno poetico di un nomade. L’abito. La condizione. Il vantaggio. Ribaltare il quadro per poterci stare dentro.
Assunta la lezione, Dalla dribblò come nessuno gli angoli “senza allegria” e stampò clandestinamente il manifesto della propria curiosità: “I veri poeti sono come i bastardi. Tutti li accarezzano , ma nessuno li vuole in casa”. L’olfatto lo aveva portato ovunque. Sulla nave, tra le onde, in mezzo a giardini, città, orchestrine jazz e set cinematografici. Spostando i sacchi davanti alla finestra o le bottiglie in faccia alle chiome degli altri per osservare meglio. Interpretando ruoli che rivisti oggi, sembrano al tempo stesso un anticipo di esistenza e un epitaffio. È Ermanno ne I sovversivi dei fratelli Taviani del ‘67, fotografo alla volta di Roma per fissare in immagini i funerali di Togliatti. Durante il viaggio propone a Pier Paolo Capponi di fare una deviazione. L’altro è scettico: “È fuori itinerario” e Dalla risponde. “Proprio per questo”.
Era così, l’autore di almeno venti canzoni sbocciate come piante selvatiche e diventate alberi utili a indicare futuro e prospettive. Testi e musica. Improvvisazione. Talento e diversità conclamata. Il primo a far partire con “dolcezza la sua mano” affrancando la sessualità dalla gabbia di un cattolicesimo che avrebbe volentieri fatto coincidere il desiderio con la cecità. O riempiendo i pomeriggi bolognesi nella grande magione medievale divisa con Ron di suoni, bevute, sigarette e invenzioni. Prima con Roversi, limando versi di attualità così lungimirante da impressionare (“Mattoni su mattoni/ sono condannati i terroni/ a costruire per gli altri/ appartamenti da cinquanta milioni”) e poi con i sodali, i complici (da De Gregori in giù) sempre giovani ed entusiasti in un tramonto degli anni 70 in stridente antinomia con stragi, spari e bandiere in guerra. Dalla disegnava la Repubblica delle banane e riempiva gli stadi, poi si spostava di un metro seminando verità e dubbi, fedele a un’irriducibile pulsione: “Ho sempre avuto voglia di cambiare e non sono riproducibile”. Oggi, in effetti, nonostante sul piatto girino ancora e siano rimaste le perle di una collana ricca e mutevole, “cercare di fermare le lacrime ridendo” è inutile. Un altro Dalla all’orizzonte non c’è. Un uomo profondamente libero. Culturalmente, politicamente e sessualmente libero. Anche di anelare spiritualità, mistero, fede e devozione verso Padre Pio. I regali in tema (un anello con un rosario dorato) rappresentavano più della confezione. Più vangelo che Vaticano comunque, più preti di periferia che cardinali. Dalla sfugge alle definizioni. Le precede o le scardina. E mancherà anche a chi già ne sentiva la mancanza. A chi vedeva nella collaborazione di metà anni Settanta con Roberto Roversi il suo apice artistico (Anidride solforosa, soprattutto). “A tratti è stato un genio”, ha sussurrato con discrezione Giulio Casale, cantautore scomodo e coltissimo: “I primi album di Lucio hanno acceso in me il sogno di poter fare lo stesso lavoro d’artigiano”. Nella ridda spesso sguaiata di chi sgomita per ricordare il caro e illustre estinto, ora singhiozzando e ora cinguettando, l’unico silenzio scolpito ha riguardato Francesco De Gregori. Tra i pochi ad avere realmente diritto di parola.
Per questo, ben conoscendo l’impossibile espressione del lutto, è stato zitto. Lucio Dalla è stato un musicista che, soltanto a un certo punto ha indossato gli abiti scarsamente curiali del cantautore. Mai profeta e mai guru, casomai pigmalione – di Ron, Bersani, Angela Baraldi, di Carone – e soprattutto guitto. Così poco attratto dalla serietà ostentata, da aumentare il cazzeggio nel medesimo istante in cui decide di desacralizzare la canzone d’autore. Chi rimpiangeva il primo (ma pure il secondo e il terzo) Dalla, di fronte alla svolta iper-pop e agli Attenti al lupo scrollava la testa. Sperando, proprio come ha scritto lui nel post dannatamente testamentario e nella mail inviata a Travaglio per il Fattoquotidiano.it , in “un futuro da baciare in bocca”. Il cuore si è fermato prima. La colazione, l’infarto, la morte (annunciata in anteprima dai frati della Basilica di San Francesco d’Assisi su Twitter: una stranezza che lo avrebbe divertito). Roberto Serra, amico storico bolognese e fotoreporter, l’aveva sentito la sera precedente: “Diceva che era emozionante ritrovare i luoghi di un analogo tour di trent’anni fa e di trovare, pur nella diversità delle situazioni, la stessa positiva risposta di pubblico di allora”. Dalla, tra le persone più intatte e semplici del contorto mondo musicale italiano, aveva vissuto molte vite. Sempre in contropiede, persino quando cantava I Watussi con i Flippers e Gino Paoli per fortuna lo “rapì”, obbligandolo alla carriera solista. Duettò a Sanremo con gli Yardbirds cantando d’amore. Portò nella musica leggera azzardi jazzistici – il suo habitat – come lo “scat” o il cantato disarmonico, variazioni estreme che aveva un po’ desunto da James Brown e molto da una sensibilità pienamente musicale. Clarinettista, sassofonista, pianista, attore e soltanto dopo paroliere.
Tutti conoscono Caruso, le lettere all’amico a cui scrivere (per distrarsi un po’) o le tette di Meri Luis. Meno nota, forse, è la curva melodica che ridisegnava i circuiti su cui Nuvolari visse fino a morire. L’autoironia contagiosa. L’intuito (anche commerciale). Le notti insonni dopo la morte di Luigi Tenco in quella maledetta camera dell’Hotel Savoy (Dalla dormiva nella stanza accanto). I labrador come compagni di viaggio. L’immaginarsi “anello che porterai” e “spiaggia dove camminerai” per quando l’eros non basta mai. In Sicilia, in provincia, tra le strade bianche dell’Emilia. O nelle balere di “Anna e Marco”, sulle pendici dell’Etna, alle Tremiti con la barca catarro (provocava anche, Dalla) perché il pensiero è come l’Oceano e non lo puoi fermare. E la libertà, anche di abbrutirsi, a cui non hai mai voluto rinunciare coincideva con il volo. “Fratello dobbiamo imparare a volare per essere liberi/ dobbiamo imparare a sognare per essere liberi”.