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 2012  marzo 02 Venerdì calendario

SAPEVA TOCCARE L’ANIMA DEL PAESE


Che pena, che nostalgia. Quando l’anno scorso è morto Andrea Zanzotto, che pure leggevo da una vita e consideravo poeta supremo, non sono mica stato così male. È inutile nasconderlo, è inutile atteggiarsi a intellettuali razionali, nella storia di ognuno di noi le canzoni sono più importanti delle poesie, più importanti dei romanzi, dei film, dei quadri. Perché le canzoni, quelle belle, entrano nel cuore e non escono più. Lucio Dalla era uomo alquanto anomalo, a cominciare dall’aspetto fisico che non faceva scattare meccanismi di identificazione o fascinazione. Ma la sua arte, per imporsi, non aveva bisogno di quei mezzucci extra-musicali a cui ricorrono i cantanti di minor talento: capelli lunghi e fisico slanciato, oppure simpatia cabarettistica e battute dialettali, oppure militanza politica e testi indignati. Tanto per essere chiari: non era mica Roberto Vecchioni, Lucio Dalla, e se la sua morte ha commosso l’Italia il motivo risiede solo ed esclusivamente in alcune decine di canzoni stupende.

INIZIO DIFFICILE

Il primo 45 giri (c’erano i 45 giri) risale addirittura al 1964 e chi non l’ha mai sentito sappia che non si è perso niente, si intitola Lei (non è per me) e risulta francamente inascoltabile, solo una goffa scopiazzatura da Ray Charles. Gli anni Sessanta non sono stati favolosi per Dalla: tanti dischi ma quasi altrettanti fischi, non tutti immeritati. Una lunga dolorosa gavetta che si conclude nel 1971 con 4/3/1943, la prima delle sue grandi strane canzoni, bizzarra fin dal miscuglio di autobiografia (la data di nascita del titolo) e fantasia sfrenata (le parole del testo). L’anno dopo torna a Sanremo con Piazza Grande (la bolognese Piazza Maggiore) dove Dio viene pronunciato con la D molto maiuscola, e lo dico per confermare che la sua non è stata la solita conversione senile: nei testi dalliani, a leggerli senza pregiudizi, la fede cristiana c’è sempre stata. Manca invece la presunzione: diversamente da altri cantautori non si considerava un genio autosufficiente e perciò chiese al poeta Roberto Roversi di dargli una mano.
Ne scaturirono tre dischi bellissimi il cui ripetuto ascolto andrebbe imposto ai parrucconi che teorizzano l’incompatibilità fra canzone e poesia. Nuvolari è il capolavoro del periodo, fra musica inaudita e versi epici: «Ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro / batte Varzi, Campari, / Borzacchini e Fagioli /Brilliperi e Ascari...». Dalla ha continuato a cantare gli eroi dello sport anche dopo la fase-Roversi: Ayrton (ovviamente Senna) nel ’96, Baggio Baggio (ovviamente Roberto) nel 2001 e infine Due dita sotto il cielo (per Valentino Rossi) nel 2007. Non si tirava indietro quando bisognava dar voce ai sentimenti collettivi, sapeva come trattare sia il privatissimo amore di due ragazzi (Anna e Marco) sia la commozione planetaria per la morte tragica di un grande pilota. Per almeno due decenni è rimasto sintonizzato sui moti dell’anima di questa nazione, precedendo, accompagnando, raccontando l’evoluzione dei cuori.

BRANI SCANDALOSI

Poco prima del cosiddetto riflusso (il ritorno al privato successivo agli anni di piombo), in un 1977 ancora terrorizzato da brigatisti e cortei ebbe il coraggio di scrivere Disperato erotico stomp, testo clamoroso che qualcuno considerò un inno alla masturbazione ma era soprattutto un magnifico invito a farsi i fatti propri: «Te ne sei andata via con la tua amica, quella alta, grande fica / tutte e due a far qualcosa di importante, di unico e di grande / io sto sempre in casa, esco poco, penso solo e sto in mutande». All’inizio del nuovo decennio l’amore tornò nei pensieri di tutti e Dalla si mise a scrivere canzoni tenerissime che lo fissarono nella memoria sentimentale di molte generazioni. Una mia amica, che quando uscì Cara non era ancora nata, mi ha appena detto che si addormenta ogni notte ascoltando «quanti capelli che hai, non si riesce a contare?/ sposta la bottiglia e lasciami guardare / se di tanti capelli ci si può fidare».
Negli anni ruggenti del Made in Italy e quindi nel 1986 se ne uscì con Caruso, dedicata a colui che un po’ prima di Giorgio Armani aveva portato lo stile italiano in America. Poi furono gli anni dell’intimismo, anni di belle canzoni meno vendute ma forse ancora più eleganti e sognanti, gli anni della neolirica (Tosca), gli anni del generoso sostegno ai giovani. All’ultimo Sanremo ha dato ancora una volta l’esempio: in un’Italia in cui i vecchi si cibano del futuro dei giovani, con entusiasmo di ragazzo ha prodotto e diretto un Pierdavide Carone che avrebbe potuto essere suo nipote. Che pena, che nostalgia.

Camillo Langone