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 2012  marzo 02 Venerdì calendario

Mario Draghi non è più un tedesco – Chi pensava che Mario Draghi e Mario Monti fossero due ligi esecutori della dottrina tedesca composta di rigore monetario e austerità fiscale a tutti i costi si dovrà presto ricredere

Mario Draghi non è più un tedesco – Chi pensava che Mario Draghi e Mario Monti fossero due ligi esecutori della dottrina tedesca composta di rigore monetario e austerità fiscale a tutti i costi si dovrà presto ricredere. Certo, il presidente della Banca centrale europea (Bce) è arrivato a Francoforte al posto di Jean-Claude Trichet anche per il via libera della cancelliere Angela Merkel. Bild, il tabloid popolare tedesco, titolò: «Il nuovo capo della Bce è tanto tedesco», e per questo «ora anche la cancelliera Merkel è per Draghi». Ma, dopo un dimezzamento del costo del denaro e oltre mille miliardi di liquidità in più immessi nel sistema bancario, a Berlino s’inizia a dubitare seriamente che Draghi sia ancora «il più tedesco dei candidati» per guidare l’Eurotower. Sicuramente non la pensa così Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, che, per sua recente ammissione, ha votato contro il presidente della Bce quando Draghi ha deciso l’ampliamento dei titoli collaterali che l’Istituto di Francoforte può accettare dalle banche a caccia di liquidità. Weidmann ieri ha scritto una lettera al presidente della Bce con la quale si mostra preoccupato dei crescenti rischi dell’eurozona. Secondo il quotidiano tedesco Faz, Weidmann ha proposto «un ritorno alle regole di sicurezza, che valevano prima dell’inizio della crisi finanziaria». Il presidente della Bundesbank, inoltre, ha messo «in guardia da una perdita di reputazione e sollecita un dibattito sui rischi». Gli umori tedeschi si rintracciano anche leggendo il quotidiano bavarese Sueddeutsche Zeitung: Mario Draghi «si comporta da politico più che da custode della moneta unica», ha scritto ieri. E con i suoi «mille miliardi a buon mercato» il presidente della Bce potrebbe «causare la prossima bolla finanziaria». Il quotidiano bavarese ha poi paragonato la strada «rischiosa» scelta dal presidente dell’Istituto di Francoforte, con la seconda iniezione di liquidità con i prestiti alle banche al tasso dell’1 per cento, a quanto fece negli Stati Uniti l’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan. Un Draghi, quindi, troppo americano e poco teutonico. D’altronde a stimmatizzare lo «smarcamento» di Draghi dalla dottrina monetaria della Bundesbank è stato di recente anche Josef Ackermann, numero uno in uscita di Deutsche Bank, che polemicamente ha detto al Financial Times di poter fare a meno delle «politiche non convenzionali» decise dalla Bce. Ma anche il premier Mario Monti ha in corso una lenta trasformazione. Da essere «il più tedesco degli economisti italiani», come si è autodefinito di recente il presidente del Consiglio, le ultime mosse di Monti hanno marcato chiare differenze di visione rispetto alle ricette sostenute da Berlino. L’ex rettore della Bocconi insiste, ad esempio, sulla necessità di varare gli Eurobond, nel solco di quanto sostiene da anni l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. La Germania è invece contraria all’ipotesi di condividere con altri paesi Ue i rischi che sarebbero connessi all’emissione di titoli di debito comune. Inoltre, pur avendo siglato il Patto fiscale per incardinare il consolidamento fiscale degli stati come voluto da Merkel e al vaglio del Consiglio europeo tenuto ieri, il premier italiano si è fatto promotore con altri undici primi ministri, tra cui l’inglese David Cameron e lo spagnolo Mariano Rajoy, di una sorta di manifesto a favore di liberalizzazioni e crescita per integrare la politica intrisa di austerità fiscale dettata dalla Germania. Non solo. Il ministro degli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, in una recente intervista al quotidiano il Foglio, ha rivelato che anche sul bilancio dell’Ue l’Italia potrebbe aprire un altro fronte dialettico con Berlino. Il governo Monti, infatti, chiederà presto di rivedere il meccanismo che concede ad alcuni paesi, come l’Inghilterra, la Germania e la Svezia i cosiddetti sconti sui contributi versati all’Unione europea. Un blocco di stati guidato da Germania e Francia chiede un contenimento delle risorse finanziarie previste dalla Commissione europea per il 2014-2020, mentre un altro blocco (Spagna, Grecia e Irlanda) difende il piano di Bruxelles. L’Italia punta a collocarsi in una posizione intermedia, chiedendo di analizzare meglio alcuni capitoli come l’agricoltura, la politica della coesione e della ricerca.