Leonardo Iannacci, Libero 2/3/2012, 2 marzo 2012
LE ULTIME PAROLE «SOGNO LA BARCA»
Bugiardo e incosciente, geniale e svitato, poetico e dissacrante, simpatico ma, quando voleva, sfuggente e spiazzante. Un po’ isterico, vero, ma capace di slanci di generosità impagabili, a tal punto da inventare, qualche anno fa, il Natale dei senzatetto.
Ogni 25 dicembre i clochard di Bologna si riunivano al ristorante Napoleone per consumare un pranzo luculliano offerto dall’omino che aveva reinventato la canzone italiana negli anni Settanta. Pagava Dalla, ai clochard suoi amici, e stava lì con loro a sbranare tortellini in brodo e cappone. Vincendo fame e solitudini. Lucio Dalla è scomparso ieri mattina in un anonimo hotel di Montreaux, in Svizzera, dopo aver consumato la colazione e aver fatto l’ultima telefonata della sua vita all’avvocato napoletano Eugenio D’Andrea. Il quale ci ha raccontato di averlo sentito al settimo cielo per il concerto della sera prima: «Si sentiva carico… Mi ha detto: “Eugenio, sta arrivando la primavera e non mi sembra neppure di essere sul punto di compiere 69 anni, li farò tra tre giorni… Mi è tornata persino la voglia di riportare la barca nel porto di Castellamare…”».
Il mare, le onde, l’acqua: il primo amore di questo piccolo grande poeta che aveva case ovunque ma preferiva quella delle isole Tremiti e che si era fatto costruire uno studio di registrazione persino sul Catarro, l’amata barca a vela con cui solcava il Mediterraneo. Venti minuti dopo la telefonata al legale (che spiega: «Non risulta alcun testamento, ma solo cose dette a voce, nessuna volontà scritta») è arrivata quella che lui chiamava «l’inizio del secondo tempo». Cioè l’incontro con Signora Morte, l’infarto che gli ha spezzato il cuore. Dopo colazione, Dalla è salito in camera per chiudere le valigie e affrontare il viaggio che lo avrebbe portato a Zurigo ma un black-out al miocardio lo ha colto mentre era in bagno. Chi si trovava nella stanza attigua ha sentito soltanto un colpo sordo, poi il silenzio. Il secondo tempo era già iniziato.
A ben vedere, questo Charlot del nuovo millennio era davvero un tipo fuori dalle righe. Uno che non avrebbe mai potuto trascorrere un Natale in famiglia perché era un clownesco clochard miliardario. Sempre iconoclasta ma geniale. Sia scrivesse capolavori come Caruso o Futura, sia incidesse dischi più cioccolatizzati come sono stati tutti quelli che hanno seguito Henna, l’ultimo cd all’altezza, datato 1993. Era uomo artisticamente scostante, mai uguale a se stesso: aveva una voce quasi da lirica, mondo che amava molto, tanto da aver firmato anche fortunate regie teatrali di opere famose. Ed era omologato cantautore senza in verità averne le effigie, essendo piuttosto un musicista completo. Veniva considerato progressista pur bacchettando, spesso e volentieri, quella sinistra nella quale non si riconosceva più. Disegnava – divinamente – l’amore senza averlo mai provato per un figlio. E credeva in Dio, lui che aveva cantato con sfrontatezza, prima di altri colleghi, «e si farà all’amore ognuno come vorrà…». Dopo aver scritto Disperato erotico stomp, dissacrante inno alla masturbazione che si chiudeva così, nel tripudio degli show dal vivo: «Prima di salir le scale mi son fermato a guardare una stella sono molto preoccupato, il silenzio m’ingrossava la cappella. Ho fatto le mie scale tre alla volta, mi son steso sul divano, ho chiuso un poco gli occhi, e con dolcezza è partita la mia mano…».
Era, per questo, una personalità complessa. E di un’intelligenza clamorosa anche nelle scelte artistiche: ricordiamo i grandi tour con De Gregori e Morandi, le collaborazioni con Ron, Battiato, Mina, Curreri, gli incontri con grandi musicisti jazz, con eccelsi registi e, amante dell’arte, con pittori di fama. L’ultimo suo disco dal titolo Questo è amore era una raccolta di “lati B”, cioè delle canzoni che negli anni non avevano avuto successo. «Sono come figli considerati meno fortunati, per questo le amo di più», ci raccontò prima di Natale, durante l’ultima intervista nell’ufficio che aveva in pieno centro a Bologna. La città nel cui centro «non si perde neanche un bambino». Snocciolando ricordi, fingendo di non avere voglia di andare a Sanremo, ci parlò seduto dietro una scrivania da professore di liceo. Alle spalle, un bellissimo quadro di Mimmo Palladino raffigurante un uomo morente. Gli chiedemmo, prima di tuffarci in una tagliatella: «Perché un uomo morente?», e lui: «E perché no?».
Già. Quale allegria.
Leonardo Iannacci