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 2012  marzo 02 Venerdì calendario

DR HOUSE E L’ADDIO ALLA TV: COSI’ SALVO IL MIO FASCINO MISTICO

Ad appena 52 anni e con solo 177 pazienti curati, appende il bisturi al chiodo il medico più celebre degli ultimi dieci anni televisivi: Dr. House lascia l’attività dopo otto stagioni e 177 episodi in cui ha curato a suo modo, dunque infallibilmente, pazienti affetti dalle più misteriose malattie. I suoi casi clinici sono diventati casi televisivi, la sua partita a scacchi con la malattia — un tetris in cui far combaciare perfettamente tutti i pezzi — ha avvinto milioni di telespettatori globali. Un’infezione da cui non è rimasto immune il nostro Paese, notoriamente popolo di santi, poeti e ipocondriaci.
Anticonvenzionale e dal comportamento antisociale, ma anche privo di tatto, scontroso, misantropo, antipatico ai suoi stessi pazienti, cinico. Antitesi dell’eroe empatico e positivo, House ha ribaltato i canoni tradizionali dei serial ambientati in corsia. Il creatore, David Shore, ha ammesso il suo debito con Sherlock Holmes: «A Holmes importava molto poco della gente. La sola cosa che poteva scuoterlo dalla sua apatia era il rompicapo». Come conferma il motto di House: «Sono diventato medico per curare le malattie, non le persone».
Il suo epitaffio Hugh Laurie (Oxford, 11 giugno 1959), l’attore che lo interpreta, l’ha lasciato al Daily Telegraph qualche giorno fa: «Ci sono poche cose che ad una persona piace fare per 16 ore al giorno tutti i giorni, incluso il sesso e una cena raffinata. Siamo come su un nastro trasportatore e la cosa può diventare opprimente: non è recitare un personaggio giorno dopo giorno, è il venire al lavoro ogni giorno che diventa troppo. Abbiamo fatto 170 episodi di House, l’equivalente di 50-60 film, a volte hai veramente bisogno di una pausa». Ironia (inglese) non colta, se in America hanno dato una lettura diversa, riprendendo l’intervista e rititolandola: «Hugh Laurie: ero stufo di andare a lavorare». Così l’attore ha preso carta e penna per rispiegare le ragioni della fine di un’era: «Alcuni giornali hanno fatto capire che "la verità" — una moderna scorciatoia giornalistica per "neanche lontanamente la verità, ma farà abbastanza clamore, quindi scriviamola" — dietro la nostra decisione è quella che io ero stufo di andare a lavorare. Lasciatemi dire che io amo il mio lavoro e lo faccio molto più professionalmente di quanto molti giornalisti non facciano il loro. Abbiamo deciso di chiudere lo show per preservare un po’ del fascino mistico del personaggio: probabilmente avremmo potuto continuare con una formula diversa — mandare House a lavorare in un negozio di scarpe e fare baldoria — ma nessuno voleva questa cosa, volevamo continuare a lavorare con lo stesso gruppo e andarcene con dignità per quanto abbiamo potuto mettere insieme».
Gli ultimi 22 episodi di «Dr. House» arrivano su Canale 5 in prima serata da domenica 15 aprile. Stagione conclusiva e senza due dei volti più presenti della serie. Non c’è Lisa Edelstein che interpreta «la Cuddy», direttrice sanitaria dell’ospedale, con cui il medico anaffettivo ha avuto una relazione fatta di molti bassi, tante allusioni e qualche bacio, troncata al concludersi della settima stagione. C’è per soli tre episodi Olivia Wilde, per tutti «Tredici», il numero assegnatole da House nella gara indetta per la ricerca della sua seconda squadra di lavoro.
Chiude una serie che è arrivata a toccare i 6.760.000 spettatori (24.1% di share) nel novembre 2007 e ha fatto salire il serial al secondo posto della top ten dei telefilm più visti di tutti i tempi in Italia (fonte: Accademia dei Telefilm), dopo «E.R. — Medici in prima linea» (7.179.000).
«Quando ho letto il copione per la prima volta — ha raccontato Laurie — mi è piaciuta moltissimo l’indipendenza di House, è liberatorio vedere qualcuno che se ne frega di quello che pensa il mondo. Ero convinto che dopo pochi episodi ci avrebbero chiesto di addolcirlo un po’. E invece il suo caratteraccio perfino crudele è proprio quello che piace di più al pubblico». Un tratto ispido rimasto intatto fino alla fine.
Fenomeno anche culturale (ha ispirato saggi e libri), è ormai entrato nell’immaginario collettivo quest’Ippocrate televisivo del XXI secolo che per ogni intervento (leggi episodio) è arrivato a guadagnare 400.000 dollari. Se la gioca con il dottor Douglas «Doug» Ross — George Clooney ai tempi di «E.R.» — e il «Dottor Kildare», invenzione letteraria tradotta in tv dal volto di Richard Chamberlain, entrato nel lessico familiare anche di chi non l’ha mai visto.
Renato Franco