Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  marzo 02 Venerdì calendario

SE LA GIUSTIZIA INCIAMPA SULLA PRIVACY —

Chi ha violato la privacy dei dipendenti del ministero della Giustizia? Proprio il loro datore di lavoro, il ministero della Giustizia. Che sul suo sito internet istituzionale, alla mercé di qualunque motore di ricerca, anziché sulla rete intranet accessibile in via ristretta solo ai lavoratori da postazioni con username e password, nell’estate 2010 rese visibile a chiunque il nome e cognome, la data e il luogo di nascita, la qualifica lavorativa e il codice fiscale di tutti i dipendenti.
Non solo un trattamento illecito dei dati personali, ma anche una pubblicità di cui peraltro avrebbe volentieri fatto a meno chi magari faceva (e fa) il cancelliere in una Procura antimafia o in un ufficio gip, dove per definizione si maneggiano intercettazioni, richieste di arresto e registro degli indagati. In definitiva, riassume ora la Procura milanese, una «sconfortante sciatteria organizzativa».
Persino una riunione ai massimi livelli dirigenziali tra il capo dipartimento dell’Organizzazione giudiziaria (ancora in carica) e l’allora responsabile dei Sistemi informativi partorì il 16 settembre 2010 soltanto l’eliminazione dei codici fiscali: nonostante le lamentele, il sito ministeriale continuò per mesi a non rimuovere i dati personali dei lavoratori, cannibalizzati dai motori di ricerca. Anzi, persino in una nota di risposta al Garante della privacy il 29 novembre 2010, ancora «non venne incredibilmente compreso il dato di palese evidenza (al pari della macroscopica differenza concettuale tra rete intranet e rete internet) del fatto che continuasse a sussistere una pubblicazione lesiva della riservatezza dei dipendenti».
Soltanto il sequestro di queste pagine web del ministero, ordinato dalla magistratura milanese il 13 gennaio 2011, «è finalmente riuscito a porre fine al trattamento illecito dei dati, con buona pace del provedimento del Garante della privacy intervenuto solo il 27 aprile 2011» a vietare al ministero di continuare nel trattamento illecito dei dati e poi a sanzionarne con 20.000 euro la violazione amministrativa.
Ora la Procura di Milano, nel chiedere l’archiviazione del fascicolo penale perché l’assenza del fine di «arrecare danno» o «trarre lucro» fa venir meno lo schema del reato, rimarca però come «la vicenda restituisca all’occhio dell’osservatore un’inquietante e poco confortante scenario delle scarse attenzione e sensibilità, ai limiti di una sciatteria organizzativa in materia, riposte dal ministero della Giustizia nel trattamento dei dati personali dei propri dipendenti».
A portare a galla il caso fu un esposto il 16 settembre 2010 del sindacato lombardo Cgil-Funzione pubblica, che lamentava come i provvedimenti di inquadramento del personale dell’organizzazione giudiziaria adottati il 3 agosto dal direttore generale, giustamente da pubblicare per legge ma nella sezione intranet, dal 6 agosto facessero invece bella mostra di sé sul sito istituzionale internet del ministero, ovviamente già indicizzati dai motori di ricerca come Google o Yahoo. Oltre alla violazione della privacy, il pm milanese Francesco Cajani considerò «evidente» che soprattutto la qualifica lavorativa in seno all’amministrazione, «se conosciuta da terzi, potesse anche costituire un pericolo per la stessa indipendenza/imparzialità della magistratura: si pensi solo alla possibilità per le organizzazioni criminali di avere immediata e facile conoscenza dei nominativi di persone depositarie di notizie riservate a motivo dei loro incarichi amministrativi di cancelleria nei singoli uffici giudiziari».
Anche per questo il pm si affrettò all’epoca a chiedere il sequestro delle pagine web del sito del ministero: blocco che prima non venne concesso da un gip orientatosi su un differente tipo di violazione del Codice della privacy, e che venne invece accordato il 7 dicembre 2010 dal Tribunale del riesame che bocciò la tesi del gip e sposò quelle del pm ricorrente e (intanto) del Garante.
Ma a quel punto si inserì una gag fantozziana: 13 falliti tentativi della Procura milanese di trovare al ministero un dirigente o un funzionario o anche solo una segretaria che accettasse di ricevere per fax il provvedimento di sequestro delle pagine del sito e di darvi esecuzione, infine realizzata solo il 13 gennaio 2011.
Luigi Ferrarella