Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 02/03/2012, 2 marzo 2012
«SO DI ESSERE UN OMINO BUFFO»
Lo fermavano tutti, e lui si fermava con tutti. Non rifiutava mai una foto o un autografo. Quando la ressa si faceva troppo intensa, scappava via con la sua andatura da folletto, facendo ciao con le mani.
Una sera, a Bologna, sotto i portici di piazza Santo Stefano, disse all’amico che lo accompagnava: «Vedi, tutte queste persone non sanno niente di me. In me vedono solo un piccolo omino buffo che canta. Ma a me non importa, perché sento che mi vogliono bene. Come io ne voglio a loro».
Certo, Lucio Dalla sapeva di essere anche un piccolo omino buffo, e ci si divertiva. Si era pure fatto mettere il parrucchino da Cesare Ragazzi, di cui era diventato amico; e aveva voluto un parrucchino biondo, esplicito, dichiarato. Tra i suoi tanti, geniali video, il preferito era quello in cui diventava un fumetto; perché lui si sentiva anche un fumetto.
In realtà, Lucio Dalla era molto più di ciò che tanti fan vedevano in lui. Era l’artista di dischi corrosivi fin dal titolo, come «Anidride solforosa». Era la voce dei testi di Roberto Roversi. Era a sua volta il poeta di «Com’è profondo il mare», in cui i clochard romantici di Piazza Grande — «Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è…» — diventavano ombre disperate: «Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte… siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri; e non abbiamo da mangiare».
Ci sono poi cose che lui stesso non voleva si sapessero. Della sua vita sentimentale non parlava mai. In gioventù aveva amato molto. In età matura, più che amante era diventato padre. Non avendo una famiglia sua — «una famiglia vera e propria non ce l’ho» —, se n’era costruita una, in cui ognuno aveva un ruolo. Il fratello maggiore era Tobia, cui era affidata la logistica, e la macchina. La madre, cui era affidata la casa, era la Tina, donna lombarda finita alle Tremiti per amore di Giacomo, cui era affidata la barca. Quando Giacomo divenne anziano, nella famiglia entrarono altri due marinai, che lui chiamava per soprannome (Lucio dava soprannomi a tutti): Furetto, per l’agilità, e Cumpé, «compare» in dialetto di Manfredonia (Lucio parlava il bolognese, il napoletano e il pugliese). Nella famiglia c’erano le sorella, Vittoria, cui erano affidati i cani; Piera Degli Esposti, l’attrice. E c’erano i figli. Prima Stefano, bravo artista, detto Brillo. Poi, quando Stefano si era fatto una famiglia sua, con una ragazza chiamata ovviamente Brilla, era arrivato Marco, bravo attore, detto Trìcchete per la rapidità di movimenti.
Dalla era un rabdomante del talento. Lo riconosceva al volo. Lanciò Ron, Samuele Bersani, Luca Carboni, gli Stadio. Ora produceva Pierdavide Carone e un gruppo Indie, «Marta sui tubi», che ospitava nello studio di registrazione, in una cantina medievale nel cuore di Bologna. La sua casa era poco distante: cinque appartamenti comunicanti, pieni di crocefissi lignei e porte che davano sui tetti, dove fin da ragazzo usciva a sentire «le parole della gente, l’odore dei mangiari». Sui tetti gli capitava anche di addormentarsi. Era abituato a dormire dappertutto, fin da quando, arrivato a Roma, passava la notte sulle sedie dei bar di via Veneto, in tasca i soldi solo per il cappuccino che ordinava ai camerieri venuti a svegliarlo.
Il padre non era «un bell’uomo venuto dal mare», come nella biografia immaginaria della canzone che di vero ha solo la data di nascita, «4 marzo ’43», composta con un’amica in un villaggio turistico alle Tremiti, una canzone bellissima che lui si divertiva a sminuire: «Ma dai, pare uno stornello romanesco…». Il padre, quello vero, era il direttore del tiro a volo di Bologna, quindi assomiglia più al «grande cacciatore di quaglie e di fagiani» di «Com’è profondo il mare». Lucio lo conobbe appena. Quando la madre gli disse che papà era morto, lui pianse. Poi le rispose: «Quest’anno dove andiamo al mare?». Come a dirle che la vita doveva continuare.
Fu Gino Paoli a convincere Dalla a cantare, e lui gli fu sempre riconoscente. Di Morandi era amico da cinquant’anni. Con Guccini invece si erano un po’ persi, come con Venditti. Con Celentano non si amavano. Di Vasco Rossi si divertiva a raccontare di quando telefonò in piena notte per chiedergli: «Ma secondo te, Lucio, io sono intelligente?». «Intelligentissimo!», fu la risposta.
L’incontro della vita, tra i colleghi, è stato con Francesco De Gregori, che lo considerava non solo un talento musicale straordinario ma anche un uomo di profonda moralità.
Dalla sapeva di aver avuto molto, ed era come ansioso di ricambiare. Era un uomo ricco: la tournée interrotta dalla morte improvvisa l’avrebbe portato in tutta Europa, Caruso è tra le canzoni più tradotte al mondo (e lui si divertiva a sminuire anche quella); ma era soprattutto un uomo generoso. Potevi passare giorni interi con lui senza riuscire a pagargli un caffè. Soprattutto, era generoso di sé. Sotto casa sua a Bologna ci sono sempre musicisti di strada, da quando con la sua dote di rabdomante aveva sentito un gruppo e l’aveva ingaggiato. Un altro giorno notò un imbianchino che gli assomigliava e lo assunse come sosia. Lo mandava ai pranzi ufficiali, tipo una domenica al Diana, il ristorante della borghesia bolognese, con Moratti e Gazzoni Frascara. Lo mandò al suo posto anche al Festivalbar, all’Arena di Verona, per non perdere una partita di basket della Virtus. In cambio, un giorno Lucio andò a lavorare al posto dell’imbianchino. Anche le altre case erano spesso piene di gente. Quella di Milo, a metà strada tra l’Etna e il mare, accanto alla villa di Franco Battiato. Più ancora, la casa alle Tremiti, dove aveva messo uno specchio sul terrazzo perché anche chi sedeva di spalle potesse vedere l’abbazia medievale di San Nicola, sull’isola di fronte. In giardino teneva l’igloo del villaggio turistico dove aveva scritto «4 marzo». In barca gli piaceva distendersi sulla prora, come una polena, indossando certi strani costumi da donna. Profondamente bolognese, si sentiva anche un uomo del Sud; al festival che quasi ogni anno offriva agli abitanti delle Tremiti, che pur essendo pugliesi parlano napoletano in quanto discendenti dei carcerieri dei Borboni, fece venire Gigi D’Alessio, lui che aveva suonato con Chat Baker. Amava frequentare in alto e in basso, cenare con l’avvocato Agnelli e Berlinguer o con persone conosciute per strada. Era di sinistra ma detestava certa spocchia intellettuale. Suonava a casa di Craxi e votava Pci, criticava Berlusconi pur essendogli amico. Un giorno, mentre era in gommone, gli passarono sulla testa gli aerei che andavano a bombardare la Jugoslavia, e scrisse «Ciao»: «È stato come un lampo/ proprio in mezzo al cielo/ era blu cobalto, liscio/ liscio senza un pelo…».
Poi la musica pop non gli bastò più. Riscrisse la Tosca di Puccini. Aprì una galleria, scoprendo giovani artisti e coltivando l’amicizia dei maestri: con Luigi Ontani erano cresciuti insieme, con Mimmo Paladino girarono un film in cui Lucio era Sancho Panza. Era attento allo stile di vita, non beveva, mangiava pochissimo, ma faticava a dire di no agli inviti, e viaggiava di continuo, forse troppo. Alla sua fine forse non è estraneo lo stress di Sanremo, e l’amarezza per il modo in cui l’orchestra e parte della critica avevano accolto una canzone in cui credeva. A Sanremo del resto non era mai andato volentieri, dall’anno della morte di Tenco, suo vicino di stanza; ma di quella notte non ricordava nulla. Quando cantò per Giovanni Paolo II, alla fine scambiò con lui qualche sussurro all’orecchio. «Le parole che mi ha detto il Papa le dirò solo a mia mamma», sorrise.
Alla madre, scomparsa da tempo, Lucio era legatissimo. Aveva la sua foto sul comodino in ogni casa, anche in barca. E amava la poesia di Ungaretti intitolata appunto «La madre». Sapeva a memoria l’inizio — «E il cuore quando d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra / per condurmi, madre, davanti al Signore / come una volta mi darai la mano» — e la fine: «Ricorderai di avermi atteso tanto / e avrai negli occhi un rapido sospiro».
Aldo Cazzullo