Naria Pia Fusco, la Repubblica 3/3/2012, 3 marzo 2012
«IL mio dialogo con lei non si è mai interrotto: mia madre è sempre una presenza forte nella mia vita, è il metro dell´umanità a cui ho sempre fatto riferimento
«IL mio dialogo con lei non si è mai interrotto: mia madre è sempre una presenza forte nella mia vita, è il metro dell´umanità a cui ho sempre fatto riferimento. Anche nelle versioni oscure della sensibilità femminile», diceva Pedro Almodovar presentando Volver, il film in cui, nell´intreccio delle memorie personali, la realtà vissuta è prevalente. Accadeva nel 2005, sua madre, Francisca Caballero, era morta nel settembre del 1999, qualche giorno prima dell´uscita di Tutto su mia madre, ma «aveva visto il film, avevamo avuto la possibilità di festeggiare insieme, a Cannes, la Palma alla regia. Purtroppo non ha aspettato l´Oscar», ricorda. «Quando è morto mio padre ero molto giovane, stavo girando Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, non ne ho ricordi. Con mia madre è diverso, da quando è morta mi consolo al pensiero che sia ancora qui, una presenza intima, psicologica». Francisca Caballero è morta a 82 anni, una vita vissuta intensamente, dalla durezza della prima parte alla meraviglia del cinema, in cui il figlio l´aveva introdotta inserendola nel cast di vari film, da Che ho fatto io per meritare questo? a Kika. «Era un´attrice nata, aveva imparato nei momenti peggiori a creare un mondo di fantasia e di bellezza in cui rifugiarsi al riparo del dolore. Per se stessa e per gli altri. Vivevamo in un quartiere molto povero, c´erano molti analfabeti. Da ragazzo, mia madre ed io scrivevamo e leggevamo le lettere per tutti loro. Ma spesso mia madre raccontava cose diverse da quelle che c´erano scritte, ricamava, arricchiva e il destinatario era felice. È stata la lezione più importante che ho ricevuto sul rapporto tra realtà e finzione». La realtà era la stessa di tutte le donne del mondo contadino degli anni Cinquanta, sottomesse, spesso rassegnate all´autorità del maschio. «Nel paese della Mancha in cui ho vissuto, imperava un maschilismo insensato. Io sono cresciuto con mia madre, con mia nonna e il mondo femminile che le circondava. Dalle loro chiacchiere ho assorbito la tolleranza, la comprensione, che non c´era mai nei discorsi degli uomini. È naturale che nelle mie storie le donne siano l´elemento dominante». E, tra i ricordi, affiora «l´immagine di mia madre che, quando mio padre tornava stanco dopo una giornata in giro per la campagna a trasportare il vino, gli lavava i piedi. Lo faceva con naturalezza, come un gesto dovuto, ma era comunque un gesto da schiava. Mio padre era il re della casa, rappresentava l´autorità e l´autorità significa anche repressione». Non a caso i personaggi maschili del suo cinema sono spesso assenti, poco simpatici, mascalzoni, talvolta allegramente ammazzati. Se diventano protagonisti sono tutt´altro che rassicuranti, da La mala educaciòn a La pelle che abito, pericolosamente psicopatici. Proprio ne La pelle che abito Almodovar esplora un altro aspetto della maternità: «Potrei fare altri cento film sulle madri. Una madre raccoglie tutto le componenti di ciò che chiamiamo universo femminile, Marisa Paredes è il simbolo dell´abnegazione totale, primitiva, amorale, che la porta alla complicità con i crimini di un figlio, addirittura ad uccidere. È l´estremo negativo dell´abnegazione, l´altra faccia». Se nella sua vita Almodovar è molto riservato, quando scrive si abbandona e con spudorata libertà espone esperienze, ricordi, pezzi di vita. Per questo, nell´analisi del suo cinema, è facile identificarlo con i personaggi. «Non sono mai veramente io, ci sono frammenti di me in tanti dei caratteri. E nelle mamme che racconto nei miei film, non c´è mai davvero la mia vera madre. Sono donne di finzione, costruite mettendo insieme i caratteri, i vezzi, i vizi, le manie, le ossessioni delle donne che sono entrate nella mia vita». In fondo, a sua madre deve la decisione di lasciare la famiglia a 16 anni per andare a Madrid. «Da bambina era stata a Madrid e me la raccontava come una favola. Erano gli anni Venti, parlava dell´eleganza delle donne, le grandi piazze, le carrozze. All´epoca per una bambina della Mancha un viaggio a Madrid era come un viaggio sulla Luna. Mi comunicò l´idea che vivere a Madrid fosse come andare alla corte di Sissi». Non furono proprio così fantastici i suoi primi anni a Madrid, impiegato della Telefònica, ma furono gli anni ruggenti della libertà dalla dittatura, in cui, dal gioco di colorare la realtà con la fantasia ereditato dalla madre, è nato il sogno del cinema. «Ad un certo punto della mia vita, ho avuto voglia non di fare un film su mia madre ma di mettermi davanti a lei con una telecamera e lasciarla parlare liberamente di quello che voleva. Perché era una donna che amava molto parlare e negli anni della vecchiaia era la sola cosa che potesse ancora fare. Purtroppo non ci sono mai riuscito».