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 2012  marzo 03 Sabato calendario

Detatuaggio; una vera controtendenza negli Stati Uniti, con gli stessi numeri in crescita che hanno caratterizzato la moda dei segni indelebili sul corpo, con dozzine di centri dedicati a questa delicata operazione, da New York a Houston, da Washington a Chicago

Detatuaggio; una vera controtendenza negli Stati Uniti, con gli stessi numeri in crescita che hanno caratterizzato la moda dei segni indelebili sul corpo, con dozzine di centri dedicati a questa delicata operazione, da New York a Houston, da Washington a Chicago. Stando ai dati forniti dal Washington Post, il 40 per cento degli americani fra i ventisei e i quarant’anni esibisce almeno un tatuaggio. Fatti due conti, si creerà un giro d’affari interessante (per chi li toglie, ovviamente): il «ripensamento» oltre ad essere abbastanza doloroso, costa dai 500 euro per i tatuaggi in bianco e nero ai 1.000 e oltre per quelli a colori. «E i colori sintetici molto utilizzati oggi sono anche i più difficili da eliminare» informa Carlo Gelmetti, professore di Dermatologia all’Università di Milano. Per ora il contagio del tattoff (così viene chiamato da tutti Will Kirby, il dermatologo americano di origini fiorentine che della rimozione dei tatuaggi ha fatto un business importante, con più di cinquantamila interventi) non si è propagato di qua dall’Atlantico, ma se è vero che l’America anticipa le tendenze, arriverà. E anche qui muoverà cifre importanti (dati italiani precisi non ci sono, ma stando alle stime europee, sotto i trent’anni è tatuato un giovane su quattro). Ma che cosa ha rappresentato a partire dagli anni Settanta l’esplosione nel mondo occidentale di una pratica confinata fino ad allora ai carcerati e ai marinai, e stranamente, in Italia, ai fedeli del Santuario di Loreto che fino agli anni Cinquanta si facevano incidere sui polsi addirittura la Madonna? Un fenomeno complesso visto che ha avuto anche un’evoluzione stilistica nel corso degli ultimi vent’anni, a partire dal «tribale», disegni astratti in bianco e nero, dei primi anni Novanta al lettering (parole o frasi) di moda oggi, passando per il giapponese, il biomeccanico e altro ancora. «Certamente a partire dagli anni Ottanta, il tatuaggio ha rappresentato un segnale abbastanza fedele del cambiamento in atto nella società — dice Nicla Vassallo, docente di Filosofia teoretica dell’Università di Genova, attenta osservatrice dei fenomeni di costume —. Il tatuaggio da marchio di un gruppo, nell’arco di vent’anni si è trasformato in un messaggio individuale; la traccia manifesta e indelebile dei propri ricordi e dei propri sentimenti. Un fenomeno legato al bisogno di spettacolarizzazione che si è andato affermando nell’ultimo decennio: conta di noi solo quello che esibiamo e la partita col mondo è individuale». Processo favorito dai personaggi del mondo dello spettacolo, gente di successo che si è fatta incidere sul corpo il nome dell’amato (Angelina Jolie nel 2001 aveva un bel dragone sul braccio sinistro con il nome del marito, Billy Bob, cancellato e sostituito poi, visto il divorzio, con i luoghi di nascita dei figli) o dei propri rampolli (plurifotografati i tre angeli, alias i tre figli, che sostengono il Cristo sul pettorale del bellissimo David Beckham e la Carlotta incisa sul braccio di Eros Ramazzotti). Vanno alla grande anche le immagini che suggeriscono la sfida del proprio corpo in lizza per i record, come l’araba fenice sul collo di Federica Pellegrini o il gladiatore sul braccio del capitano della Roma, Francesco Totti. Fenomeno di moda il tatuaggio, ma con una storia antichissima: «Ne sono stati scoperti cinquantasette sulla mummia Oetzi, che risale a 5.000 anni fa, ritrovata nel ghiacciaio di Similaun in Alto Adige nel 1992 — racconta Paolo Mazzarello, storico della medicina dell’Università di Pavia —; tra questi, uno sul ginocchio sinistro che probabilmente aveva una finalità terapeutica. Ma il tatuaggio nel mondo occidentale viene messo al bando prestissimo: lo proibisce per primo Costantino nel 325 d.C., facendo riferimento al divieto espresso in un passo del Levitico. Ricomparirà soltanto nel Settecento dopo l’incontro di James Cook con i tahitiani che analogamente ad altre popolazioni oceaniche, i Maori ad esempio, avevano il corpo segnato da bellissimi tatuaggi. Da allora, la pratica divenne una moda tra i marinai e si diffuse anche tra i carcerati. È un fenomeno maschile, legato alla povertà, all’esclusione sociale e, anche, una forma di ribellione». Ed è proprio come segno di ribellione che la cultura Hippy alla fine degli anni Sessanta riscopre il tatuaggio a sostegno della propria identità spirituale (una storia che ricorda alla lontana la tradizione dei cristiani copti di tatuarsi una piccola croce sulla fronte). Sdoganamento che da allora non ha più avuto soste, anzi, è diventato un amore di massa. «Il boom del tatuaggio come esteriorizzazione dei propri affetti è andato di pari passo con quello della chirurgia estetica — sottolinea Elena Pulcini, che insegna Filosofia sociale all’Università di Firenze —. Non a caso. Questo bisogno di modificare il corpo per esprimersi, rivela un’identità fragile, il riconoscersi soltanto nella propria immagine. Il rifiuto del tatuaggio che sta comparendo negli Stati Uniti è forse il segnale di un mutamento».