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 2012  marzo 03 Sabato calendario

DUE ARTICOLI DI LUCIO DALLA PER IL CORRIERE

«Lilli e il Vagabondo»
Cagnolini e fratelli acrobati Lo stupore è nelle anomalie
Tre sono i baci che da spettatore mi hanno lasciato stupefatto: il primo è il «bacio Casablanca», sul quale è perfino superfluo dilungarsi, anche perché impossibile ritrovare la stessa marca d’ aereo, lo stesso orario e le stesse situazioni meteo in Marocco; il secondo è il bacio che la signorina Lilli diede con pudica malignità al signor Vagabondo, noto dog-lover del quartiere, bacio idealizzato da molti umani di tutte le razze, compresi i cinesi; l’ altro è quello a cui assistetti da ragazzo dalla platea del Circo Attenzione ed eseguito perfettamente dai fratelli Su-e-giù, due dei migliori trapezisti nell’ ambiente circense. Debbo raccontarvi come la durata di quest’ ultimo bacio fosse di un istante, detto nell’ ambiente «bacio-al-volo». I due atleti, fratello e sorella, lasciavano contemporaneamente il trapezio a venti metri d’ altezza incontrandosi a metà dello slancio e baciandosi con voluttà ma necessariamente nel minor tempo possibile per poter riafferrare la base del trapezio l’ uno dell’ altro. Era anche evidentemente l’ unico modo per rassicurare il pubblico moralista che si trattava di abilità atletica e non d’ incesto. A proposito della signorina Lilli e del signor Vagabondo, io li ho visti davvero due animali, senza cartone, baciarsi e li ho anche scritti nella mia canzone, forse una delle più belle, «La sera dei miracoli», dopo che i cani parlavano tra di loro, sotto una luna così bianca che si dovrebbe vergognare alle Isole Tremiti. Dalla Lucio
(14 febbraio 2009) - Corriere della Sera
L’ intervento Una passione nata in scena a 7 anni con «Gianni Schicchi»
Io, melomane inguaribile da quando cantai Puccini
Sono sempre stato un ingordo. Scoprii Vivaldi e Bach «trafugando» qualche disco nei negozi di Bologna
Tutto cominciò con una risata. Del pubblico. Avevo sette anni e interpretavo il piccolo Gheraldino nel «Gianni Schicchi» di Puccini. Ricordo il Teatro Comunale di Bologna, gli spalti gremiti, l’ attesa, l’ emozione che ti prende alla gola e, infine, l’ urlo (più che una romanza) che mi uscì, impetuoso, tonante. Il pubblico rideva, intenerito. Ma io avevo scoperto un mondo. Il mondo dell’ opera: quella volta entrò in me e in me rimase. Come un fiume sotterraneo che contamina passioni, vocazioni, idee. L’ amore per la musica sinfonica e per il jazz verrà in seguito. All’ epoca ero un bambino e quell’ universo fatto di luci, costumi, gesti marcati, agì come un’ emozione primordiale. Non coglievo le sfumature, ma intuivo una strana inquietudine rumorosa, «un’ ansia da adulti», sottolineata da una musica travolgente. Volli subito il disco e non fu che l’ inizio: oggi possiedo tutto di Puccini, dalla A alla Z, compreso uno straordinario «Agnus Dei», composto per essere eseguito ai funerali di Giuseppe Verdi. Una rarità che mi procurò, diciotto anni fa, il mio amico Bongiovanni, titolare di un negozio di dischi che a Bologna è quasi un’ istituzione. Per non parlare delle innumerevoli Tosche. Se qualche anno fa io ho riscritto la Tosca pucciniana in chiave moderna è stato anche per un omaggio al compositore che, più di tutti, sento dentro. Poi ascolto Maria Callas che si strugge in «Vissi d’ arte...» e penso che poche interpreti siano state al suo livello. Come Mozart nelle sinfonie e Charlie Parker nel jazz. A sedici anni suonai con Chet Baker. Del jazz mi piaceva la complessità nascosta dietro l’ apparente leggerezza. Ed è stato un disco jazz a cambiarmi la vita: «Out There», di Eric Dolphy, il celebre sax alto. Lo ascoltai dal vivo nel 1961, ad Antibes-Juan les Pins dove, con la Rheno Dixieland Band (l’ orchestra dove, tra gli altri, ci esibivamo io e Pupi Avati), vincemmo il Festival Europeo del Jazz. Io sono un contaminatore: mescolo la passione per la sinfonica al jazz e all’ opera. E sono sempre stato un ingordo. Le prime a capirlo sono state le commesse dello storico negozio di dischi «Borsari» di Bologna: fingevano indifferenza quando, ogni tanto, «trafugavo» un disco di Bach (va bene, ogni tanto li riportavo indietro). Ma è stato grazie ad una di queste «razzie» che ho scoperto il «Concerto in La Minore» di Vivaldi. L’ emozione di eseguirlo dopo tanti anni, insieme ai Solisti Veneti, al Teatro Olimpico di Vicenza, è stata pari a quella provata nell’ ascoltarlo di nascosto, da ragazzo. Non sono un collezionista, piuttosto un fruitore. Dormo con lo stereo acceso, dedico almeno otto ore al giorno all’ ascolto della musica. E sono un curioso: poco tempo fa ho letto con attenzione una preziosa lezione che Schönberg tenne a Leningrado su Mahler, pubblicata da Miniature. Ho una predilezione per la «Seconda» di Mahler, di cui possiedo più versioni. I miei dischi sono consunti, usati. Di Bach e Mozart possiedo tutto, ho raccolto le opere con metodo, cominciando dai fondamentali. Il «Requiem» mozartiano riaffiora nelle mie composizioni come fosse un tratto genetico. In «Tu non mi basti mai» ci sono echi di Mascagni. Una volta la eseguimmo in Piazza del Campo, a Siena, insieme all’ orchestra Toscanini che faceva «Cavalleria rusticana». Il successo è questo, non è vendere milioni di dischi, credetemi. Quando Mario Monicelli mi chiese di scrivere le musiche per il suo film «I Picari», scoprii il Cinquecento, i madrigali, le ballate. Marenzio, Monteverdi. Vent’ anni dopo, quando ho musicato il «Don Chisciotte» di Mimmo Paladino, ho riascoltato quelle musiche con lo stesso turbamento. La passione per Benvenuto Cellini venne dopo, quando lessi la sua «Vita» e decisi che l’ avrei messa in musica. Con una formazione cameristica, a Firenze, un evento suggestivo sul ponte Vecchio. Il mio amico Luciano Pavarotti condivideva questa bulimia musicale: ascoltavamo di tutto, ci scambiavamo titoli. Lui era «Caruso», lui era straordinario. Si portava dietro la duplicità del melodramma: popolare e colto allo stesso tempo. Ricordo le lunghe discussioni sulla «Tosca», per me il capolavoro assoluto del melodramma. Puccini è involontario ispiratore di tanti lavori moderni: avete mai ascoltato con attenzione la colonna sonora de «Il Gladiatore» di Ridley Scott? Ebbene sì, possiedo anche quella. Io sono di Bologna e a Bologna, a un certo punto della storia della musica, ti dovevi schierare: con Wagner o con Verdi. Una guerra stile Guelfi e Ghibellini, che si combatteva alle prime teatrali, a colpi di boicottaggi e fischi. Non mi schiero, io godo. Dell’ uno e dell’ altro, poiché possiedo le opere complete. E non credetemi un feticista del vinile o dei più sofisticati Cd: non disdegno il download digitale. Quello legale, ovvio. Sapete che su Internet ho scoperto Florence Foster Jenkins? Una bizzarra soprano che divenne famosa nei primi del Novecento con un’ improbabile opera dal titolo «La regina della notte». Improponibile, sì, ma possiedo anche quella. Testo raccolto da Roberta Scorranese
Dalla Lucio (26 gennaio 2009) - Corriere della Sera