Varie, 2 marzo 2012
LUCIO DALLA FOGLIO DEI FOGLI
Lucio Dalla è morto di infarto alle 10.30 di giovedì mattina in un hotel di Montreux (Svizzera). La sera prima aveva fatto il pieno all’auditorium Stravinsky, terza tappa del suo tour europeo. Luigi Bolognini: «A un amico si era detto emozionato per aver ritrovato luoghi dov’era stato 30 anni fa e la stessa risposta del pubblico di allora. Pubblico che lui aveva deliziato con un repertorio di capolavori, da 4/3/1943 (la sua data di nascita) a Piazza Grande». La mattina del primo marzo, Dalla si è alzato tranquillamente, ha fatto colazione e un paio di telefonate, poi un musicista del suo staff, che alloggiava accanto a lui, ha sentito un rantolo e il tonfo del corpo. La notizia è stata data per prima via Twitter dai Francescani di Assisi, a cui era particolarmente legato e che l’hanno definito «il cantautore di Dio». [1]
Bolognese a tutti gli effetti («avi e bisavoli compresi»), Dalla nacque da una madre sarta e da un padre rappresentante morto quando aveva sette anni. Alla mamma che gli diceva «Si è spenta una luce», rispose gettandole le braccia al collo: «Dove andiamo questa estate al mare?». Anni dopo avrebbe raccontato: «Ho ancora in mente e stampata negli occhi la faccia di mia madre che sbalordita mi stringeva al suo petto». [2] A inizio anni Ottanta aveva confidato: «Avevo sette anni... Provai la sensazione struggente di una perdita che mi consentiva di dire a me stesso con pietà e tenerezza: da oggi sei solo come un cane». [3] A proposito di cani, nel 2004 disse a Renato Franco: «Quando ero piccolissimo volevo fare il cane: lo vedevo così libero e felice. Da ragazzo invece sognavo di fare il bidello». [4]
La passione per la musica nacque pian piano. Ernesto Assante: «Prima con la fisarmonica poi, a 13 anni, con il clarinetto che gli regala la madre Iole. Il primo amore è per il jazz, mentre continua a frequentare la scuola senza mai decidere esattamente cosa studiare (ragioneria, liceo classico, linguistico...). La prima band “professionale” di cui fa parte è la Rheno Dixieland Band, nella quale milita all’inizio anche il giovane Pupi Avati». [5] Avati ha raccontato la loro storia nel film Quando arrivano le ragazze? (2005): «Lui aveva 16 anni, io 21. Suonavo in una banda di ragazzi bolognesi, la “Kriminal jazz band” di un altro mio film. Lucio suonava in una banda per così dire rivale, e io fui mandato in avanscoperta per cercare di capire se poteva unirsi a noi. Dissi agli amici che non sapeva suonare. Ma venne lo stesso con noi e sapete tutti com’è andata a finire». [6]
Alla fine del ’62, Dalla entrò nei Flippers con Fabrizio Zampa, Franco Bracardi e Massimo Catalano, collaborando ad alcune incisioni di Edoardo Vianello. [7] Nel ’63 Gino Paoli gli scrisse la canzone per il 45 giri d’esordio, Lei (non è per me). Assante: «Poi realizza il primo album per la Rca, 1999, che gli regala il primo successo nel 1966, Quand’ero soldato, e anche la prima partecipazione al Festival di Sanremo con Paff... bum!. È il momento del beat e Dalla ne fa parte in pieno. Non ha l’aria da esistenzialista di Paoli, non è “serio” come Endrigo, piace ai ragazzi perché è incline allo sberleffo, ma sa anche essere profondo. Lo dimostra al cinema nello stesso anno, dove si mette alla prova come attore de I sovversivi diretto dai fratelli Taviani. È così bravo che viene addirittura candidato come “miglior attore” alla Mostra di Venezia». [5]
Autore di Occhi di ragazza (1970), portata al successo da Gianni Morandi, il boom di Dalla arrivò con “4 marzo 1943”, terzo posto al Festival di Sanremo ’71 (con la Nuova Equipe 84) e primo posto in hit parade (la scrisse con la poetessa Paola Pallottino). Assante: «La versione sanremese della canzone non è quella originale: la censura impone il cambiamento del titolo (Gesù Bambino) e anche quello di una parte del testo, eliminando il riferimento ai “ladri e alle puttane”, trasformati in “la gente del porto”». [5] Di nuovo a Sanremo nel ’72, finì ottavo con “Piazza Grande” (salita fino al n.9 dell’hit parade). Mario Luzzatto Fegiz: «E qui arriva la prima sorpresa: invece di imboccare la strada in discesa del repertorio popolare, Dalla molla i produttori-autori Sergio Bardotti e Gianfranco Baldazzi e fa sodalizio con il poeta bolognese Roberto Roversi». [8]
L’incontro con Roversi avvenne per caso. Il poeta: «Io volevo scrivere un’opera lirica per sperimentare nuovi linguaggi, ma non sapevo nulla delle relazioni fra musica e poesia. Però sentivo che in quegli anni nella canzone c’era lo spirito per fare cose che non si erano mai fatte. Un giorno venne a trovarmi Cremonini, il suo manager, cercava un mio libro, e d’istinto gli consegnai un pacco di fogli per Dalla, che conoscevo solo di nome. Un mese dopo mi tornarono indietro tutti musicati. Diventò Il giorno aveva cinque teste. In Anidride solforosa gli feci cantare perfino le quotazioni di Borsa. Certo, a risentirli, certi miei testi ignoranti “stringono” davvero, doveva usare le ingegnosità di cantante per farli entrare nel ritmo, avrei potuto tagliare qualche parola... ». [9]
La collaborazione Dalla-Roversi ebbe il punto di massima popolarità con Nuvolari, che non andò oltre il 47° posto nella hit parade dei 45 giri [10], e in meno di un lustro si esaurì. Il poeta: «Le canzonette fatte assieme vendevano qualche migliaio di copie». Dalla fu sempre grato al «Maestro, padre, amico!» [9]: «Da Roversi ho imparato tutto, a scrivere da solo le mie parole, ma sopra ogni altra casa l’emozione pura. Perché quello esprimeva Roversi nonostante volesse consegnare al pubblico italiano una canzone civile». [11] Già nel 1982 aveva spiegato: «Le canzoni nate dalla nostra collaborazione, nonostante i nostri sforzi, non si potevano cantare negli stadi o nelle balere. Sembravano destinate a circolare soltanto nei luoghi alternativi, tipo il Piccolo di Milano, i teatri del decentramento, o i Festival dell’Unità...». [3]
Il nuovo Dalla si mise a scrivere tutto da sé, «testi e musica, con il desiderio struggente di trovare le parole adatte a congiungere, aggregare, unire. I protagonisti delle mie nuove canzoni li ho cercati tra la gente normale». [3] I risultati si videro con l’album “Come è profondo il mare” (1977, fino al n.5 tra i 33 giri). Luzzatto Fegiz: «La canzone è criptica, parla di violenza, del pensiero che fugge da chi lo vuole uccidere, ma capace di salvarsi e nascondersi come il pesce nel mare. Pochi la capiscono, ma in tanti la amano. Non è roba da cantautore». [8] Assante la definisce «Un capolavoro di arte pop»: «È l’inizio di un periodo d’oro che lo vede produrre decine di canzoni memorabili e altri due album di clamoroso successo, Lucio Dalla (1979) e Dalla (1980). E non basta, perché nel 1979 cambia le regole del gioco anche per gli spettacoli dal vivo, realizzando con Francesco De Gregori, Ron e gli Stadio il più clamoroso tour italiano visto fino ad allora: “Banana Republic”». [5]
“Lucio Dalla” conteneva “Anna e Marco”, “L’ultima luna”, “L’anno che verrà” (raggiunse il milione di copie), in “Dalla” c’erano “Futura” e “Balla balla ballerino”. [8] Fu in quel periodo che il cantautore produsse «i suoi lavori più significativi, che rappresentano il suo zenit musicale e contenutistico» (Eddy Anselmi). [7] Diventato «un grande artista», secondo Camillo Langone il suo capolavoro fu “Disperato erotico stomp”. [12] Luzzatto Fegiz: «Un affresco di solitudine dove il protagonista ha un rapporto solo dialettico con una prostituta (“ottimista e di sinistra”) mentre per il sesso preferisce fare da solo (“è partita la mia mano”). Nella canzone, una frase che diventa celebre: ”Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”». [8]
La fase successiva ebbe il culmine con l’album “Dallamericaruso”, in cui celebrava il suo amore per Napoli e per il bel canto, e in particolare col brano dedicato al grande tenore (milioni di copie vendute in tutto il mondo). Qui la critica si divide: per Langone il cantautore Dalla si trasformò in un «ambasciatore mandolinesco ma efficace del made in Italy», per Luzzatto Fegiz quella canzone fu «il punto più alto» della sua poetica. [8] Assante: «Il successo torna inesorabile alla fine del decennio, con il clamoroso tour e un disco con Gianni Morandi. Negli anni Novanta la musica italiana cambia: Dalla lavora con moltissimi giovani autori, scrive ancora alcuni brani molto belli, torna ancora a scalare le classifiche con Attenti al lupo». [5]
“Attenti al lupo” è stata l’ultima canzone cantata da Dalla, nel bis del concerto a Montreux. All’inizio del nuovo secolo aveva confessato: «Anch’io ho scritto tante canzoni cretine, che afferrassero la gente per il colletto e gli facessero ascoltare il resto del disco, come Attenti al lupo». [13] Dopo quel successo, Dalla scrisse una delle sue canzoni più impopolari, “Henna”, dedicata agli orrori delle guerra nella ex Jugoslavia. Gino Castaldo: «Più volte ci aveva confidato di nutrire per Henna un amore speciale. Proprio per essere rimasta più nascosta di altre, la riteneva una figlia prediletta». [14] A Montreux, il 29 febbraio, aveva spiegato al pubblico: «È difficile da cantare, ma è la mia preferita e sono fiero d’averla scritta». [15]
Convinto che «sono le allodole che cantano sempre» [16], negli ultimi anni Dalla si è mosso tra multimedialità, videoarte, musica classica e balletto, mettendosi alla prova con lavori come il musical Tosca-Amore disperato (2003), o il Pulcinella di Stravinskji (2007). Assante: «Sbarcando in televisione con spettacoli di prima serata, come quello con Sabrina Ferilli, La bella e la bestia, in un’instancabile ricerca personale e artistica, segnata anche dalla scoperta della fede che diventa per lui sempre più importante. Nel 2010 sorprende nuovamente tutti, quando ripropone la collaborazione con De Gregori: un ritorno alla canzone che lo porterà fino al palco di Sanremo con Pierdavide Carone». [5]
Dalla aveva partecipato all’ultimo Sanremo su insistenza di Gianni Morandi. Venegoni: «Lui mi aveva giurato di non averne per niente voglia (“Se non mi arriva una bella cosa, che ci vado a fare?”). Si era genialmente inventato il ruolo mai visto di corista-direttore d’orchestra, e la Nanì con Carone portava il soffio delle sue cose più ispirate». [17] In Riviera era sbottato, «Non credo ci sia mai stato un Sanremo peggiore», e non aveva risparmiato critiche alle performance di Adriano Celentano («un cantante che s’improvvisa sociologo») [18]; Gianni Morandi ha però raccontato che a lui aveva detto «che a Sanremo si era divertito, che era contento di esserci venuto...». [19] Scioccati dall’improvvisa scomparsa, amici e ammiratori adesso si consolano con una frase che ripeteva spesso: «Non credo nella morte, dico sempre che è solo la fine del primo tempo». [20]
Note: [1] Luigi Bolognini, la Repubblica 2/3; [2] la Repubblica 25/4/2004; [3] Ludovica Ripa di Meana, L’Europeo n. 42 1982; [4] Renato Franco, Corriere della Sera 5/8/2004; [5] Ernesto Assante, la Repubblica 2/3; [6] Michele Brambilla, La Stampa 2/3; [7] Eddy Anselmi, Festival di Sanremo, Panini 2009; [8] Mario Luzzatto Fegiz. Corriere della Sera 2/3; [9] Michele Smargiassi, la Repubblica 2/3; [10] Dario Salvatori, Storia dell’hit parade, Gremese Editore 1989; [11] Cristina Taglietti, “Corriere della Sera” 18/4/2002; [12] Il Foglio” 2/9/2006; [13] Marinella Venegoni, “La Stampa” 15/8/2001; [14] Gino Castaldo, la Repubblica 2/3; [15] Giovanni Cerruti, La Stampa 2/3; [16] Alvise Sapori, “la Repubblica” 28/2/2003; [17] Marinella Venegoni, La Stampa 2/3; [18] Giuseppe Videtti, la Repubblica 17/2; [19] Gabriele Ferraris, La Stampa 2/3; [20] Roberto Di Caro, “L’espresso” 28/6/2007.