MASSIMO NUMA, La Stampa 1/3/2012, 1 marzo 2012
Il capitano del peschereccio “Ho visto gli italiani sparare” - Siamo partiti per due settimane di pesca al largo la mattina del 7 febbraio scorso»
Il capitano del peschereccio “Ho visto gli italiani sparare” - Siamo partiti per due settimane di pesca al largo la mattina del 7 febbraio scorso». Parla Fredy John Bosco, il proprietario-capitano del peschereccio su cui sono morti Valentine Jalastein e Ajeesh Binki, colpiti da proiettili esplosi in circostanze non ancora chiare. «Nel pomeriggio di mercoledì 15 febbraio ero sotto coperta a riposarmi. L’equipaggio è composto in genere da 11 uomini, tra cui alcuni parecchio anziani. Io generalmente sto al timone ma quel pomeriggio invece c’era Valentine, che era bravo quanto me». Poi: «Ero nel dormiveglia quando ho sentito strani rumori, come se qualcuno avesse colpito il ponte con un martello. Sono salito in fretta e, nella cabina centrale, c’era Valentine, a terra. Perdeva sangue dalla bocca, dalle orecchie, dal naso. In agonia. Ho alzato lo sguardo e ho visto esanime il corpo di Binki. A centocinquanta metri c’era la nave italiana, di dimensioni molto grandi. Ho visto distintamente uomini che, armati, dalla nave, continuavano ancora a sparare contro di noi. Quante volte? Sicuramente ho visto una ventina di lampi, tutti ravvicinati. Non saprei dire esattamente quanto è durata l’azione». Dopo? «Subito ho pensato che quella nave era stata catturata dai pirati e volevano farci allontanare, poi mi sono preoccupato di proteggere il resto dell’equipaggio. Infine, con il cellulare, ho avvisato gli altri pescatori che incrociavano nella zona e, contestualmente, la Guardia Costiera». Secondo il capitano del St. Anthony, la «Enrica Lexie», subito dopo la sparatoria, si è allontanata velocemente, senza soccorrere le persone colpite. Gli italiani sostengono però di aver segnalato al timoniere, secondo norma, che l’imbarcazione si stava avvicinando troppo. Vero o falso? «Valentine era un marinaio esperto, conosceva i segnali, tendo ad escluderlo. Era una giornata di sole, il mare calmo, come è stato possibile confondere il peschereccio con i pirati? Non riesco ancora a spiegarmelo», dice Fredy John Bosco. I media indiani hanno diffuso un documento che, se vero, dimostrerebbe che la nave italiana, al momento del fatto, non navigava ancora in acque internazionali. Lo spiega padre Richard Regison, segretario del vescovado di Kollam, che conosce bene e assiste ogni giorno i familiari delle vittime: «Sul giornale Matrhubhumi è stato pubblicato il log della nave, tracciato al momento degli spari. Le miglia sarebbero 20,5, dunque nelle acque indiane». Il proprietario del peschereccio rivela che i nove sopravvissuti dell’equipaggio non riescono più a lavorare, alcuni sono ancora in ospedale: «Sono sotto choc, soprattutto i più anziani, non possono più mantenere le loro famiglie, hanno diritto anche loro a un risarcimento». Le famiglie si sentono abbandonate. Nella casa di Kollam, la moglie di Valentine Jalastein chiede che «sia fatta giustizia» e idem i familiari di Binki, che ha lasciato sole due sorelle giovanissime. I media locali dubbi non ne hanno. E padre Regison, che ha studiato sei anni in Italia e che ha la casa di famiglia a pochi metri da quella della vedova di Valentine, spiega: «Leggo cose non vere, a proposito di una presunta strumentalizzazione dell’episodio per fini politici. Gli indiani vogliono semplicemente che chi ha sbagliato, ovviamente senza intenzione di farlo, paghi le sue colpe e non dica bugie che sono offensive per noi. C’è stata una piena concordanza tra tutti i partiti politici sulla posizione da tenere. Vogliamo la verità, quindi i giusti risarcimenti. La vendetta non serve a nessuno». Sul fronte delle indagini, fumata nera. Il giudice di Kollam ha disposto che, nel corso degli accertamenti balistici, non ci siano i carabinieri; al contrario potranno assistere alle successive prove di sparo. Oggi comunque è una giornata decisiva per le sorti di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò del San Marco. Potrebbero essere infatti resi ufficiali gli esiti della perizia sui proiettili che deve accertare se si tratta di ogive esplose dai Beretta Arx 160 in dotazione ai fucilieri o se sparati da armi di calibro diverso. La sensazione è che gli inquirenti indiani abbiano già le idee chiare sulle responsabilità. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha espresso il suo disappunto per il prima promesso e poi mancato coinvolgimento dei nostri periti nell’indagine. Oggi verrà presentata dai legali della difesa un’istanza per riottenere le «garanzie necessarie», come ha sottolineato il sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura. «Anche noi vogliamo sapere la verità, esattamente come loro».