Maurizio Porro, Corriere della Sera 01/03/2012, 1 marzo 2012
«NOI, FRATELLI DEL CINEMA»
Con Cesare deve morire i Taviani hanno vinto a Berlino l’Orso d’oro. Uno in due, ma non litigano per il trofeo, sono dal 1962 la prima coppia di registi fratelli che fanno tutto d’accordo. Un esempio seguito poi dai Vanzina (Carlo regista, Enrico sceneggiatore), dal ’76 sempre insieme separando i compiti, poi dai fratelli Frazzi, dai Manetti bros lanciati da Verdone, dai gemelli torinesi Massimiliano e Gianluca De Serio con il primo film monozigote, Sette opere di misericordia.
Ci sono segreti, alchimie, ginnastiche mentali? Dicono i Taviani: «Il segreto di un lavoro fatto all’unisono è rimasto intatto anche per noi. Si è creato un modo di girare diventato stile e non si può deflettere da questa linea altrimenti crolla tutto. Siamo stati i primi e quando incontrammo i Coen a Cannes ci chiesero lumi: meglio non indagare, rispondemmo. Lavoriamo di artigianato, se poi diventa arte è un caso ma tutto, dallo spunto originario all’ultimo ciak deve essere condiviso, un minimo sfasamento creerebbe profondi rancori: stiamo insieme anche per paura uno dell’altro. Sarebbe ridicolo firmare ciascuno un proprio film e magari andare a un festival per sfidarci».
Per i Vanzina, è quasi una faccenda ereditaria: «Siamo figli di Steno e Monicelli, che erano fratelli d’arte. La forza di oltre 50 film da me scritti per Carlo è stata la divisione dei ruoli. Con questa scaletta: inventiamo in due (e qui lavoro sodo) soggetto e sceneggiatura, al cast pensa Carlo magari con miei consigli, le riprese le fa lui, io spesso sono coproduttore senza andare sul set; il montaggio è suo, io intervengo molto sui tagli, sul final cut. C’è il rispetto reciproco dei ruoli: papà diceva che Monicelli si occupava del girare e lui degli attori, Castellano e Pipolo (altri fratelli d’arte) andavano un giorno uno e un giorno l’altro sul set ma stare insieme complica le cose».
Non è che ci sia qualcosa di misterioso, paranormale in questo rapporto? Ci credono i De Serio: «Noi separiamo i compiti ma c’è grande sintonia, a volte è inutile parlare, ci guardiamo negli occhi, ci parliamo anche col silenzio e intuiamo uno il pensiero dell’altro, tanto che è difficile dividere vita e lavoro, stiamo insieme in modo stimolante e invadente: è qualcosa di misterioso, forse di spirituale». Enrico Vanzina non scarta l’ipotesi paranormale, fantasy: «Quando scriviamo i dialoghi e io ho un’idea, lui ce l’ha nello stesso momento, siamo permeati l’uno dell’altro, è difficile che entri un corpo estraneo, difficile lavorare con altri».
Esami del sangue o no, il cinema italiano è stato da dopo la guerra agli anni 60, quando era il migliore del mondo, una grande «famiglia». Erano fratelli di cinema e di politica, di trattoria e libri, si passavano i soggetti che, dicevano, entravano al mattino dalla finestra.
Furono «fratelli» le grandi coppie di sceneggiatori e di complici come Age e Scarpelli, Benvenuti e De Bernardi, Zavattini e De Sica, Sordi e Sonego e, in teatro, Garinei e Giovannini. E poi ci sono le famiglie d’arte, come i Chaplin, De Filippo, Maggio e i Tognazzi, i Gassman, le Comencini, Mastroianni e il clan De Sica, tre generazioni; in America i Barrymore, i Carradine, i Bridges, la MacLaine e Beatty fratelli come Maggie e Jake Gyllenhaal, la Deneuve e la Dorlèac sorelle come la De Havilland e la Fontaine, gli autori d’essai Dardenne, i fratelli fantasy Matrix Wachowski e i Coen. Lavorano sintonizzati come le gambe delle Kessler. «Tanto che una volta ci chiamarono in America per studiarci come fenomeno» dice Vittorio Taviani «ma ci volevano separatamente e rifiutammo». Ma siete da osservare in vitro? «Certo che no. È la vita: parliamo insieme di cose alte e basse, siamo fratelli e tutto quello che ci diciamo appartiene al nostro piano esistenziale e ora che siamo over 80, viviamo simili esperienze, guardiamo quello che avviene intorno e dentro di noi e le nostre storie servono per buttare fuori l’ansia accumulata. Poi entra in gioco anche il caso, aver incontrato il pastore di Padre padrone, aver accettato ora l’invito di andare a Rebibbia dove i carcerati recitavano L’Inferno di Dante e ancora una volta abbiamo pensato all’unisono al Giulio Cesare da fare con i detenuti.
Alla divisione dei ruoli Enrico Vanzina tiene talmente che mai un solo momento ha pensato di dirigere un film: «Credo che nel cinema comandi la sceneggiatura, non ho mai visto un bel film senza un buon soggetto e tutto quello che accade dopo sul set spesso è una divertente trappola piena di compromessi». Ma la cosa più inedita, divertente è che un giorno i Vanzina bros hanno proposto ai Taviani una collaborazione diretta: «Volevamo produrre e dirigere in quattro un film curioso a episodi, un tempo noi e uno loro. Noi avremmo girato quello serioso e tosto, loro la commedia». Chissà, magari.
Maurizio Porro