Elvira Serra, Corriere della Sera 01/03/2012, 1 marzo 2012
LA MADRE DELLE GEMELLINE: «SPERO ANCORA DI RITROVARLE» —
LA MADRE DELLE GEMELLINE: «SPERO ANCORA DI RITROVARLE» — Ricomincia a lavorare oggi, dopo tredici mesi. In mezzo, ci sono state le notti insonni, la rabbia, l’impotenza, la collera, la disperazione. Un viaggio lontano, in Asia. E un pensiero fisso, che è ormai parte del suo respiro: Alessia, inspiro, Livia, espiro, le sue gemelline di sei anni portate via dal padre Matthias Schepp il 30 gennaio del 2011 e mai più ritornate. Quattro giorni dopo l’uomo si uccise gettandosi sotto un treno a Cerignola, al termine di un assurdo pellegrinaggio tra la Svizzera, la Corsica e l’Italia. In una delle deliranti lettere che spedì alla moglie dalla Puglia prima di suicidarsi, scrisse: «Non le rivedrai, loro non hanno sofferto e ora riposano in un luogo tranquillo».
Irina Lucidi non li rilegge più, quei fogli. «Semmai, penso tutti i giorni che ci sia stato qualcosa, un contatto tra lui e i suoi familiari prima della fine. Come fai, però, a obbligare a parlare qualcuno che non lo vuole fare...», dice per telefono da Saint Sulpice, dove è rimasta a vivere nella casa che sorride dei volti e dei disegni delle figlie, disseminati per ogni stanza. «Se spero ancora di ritrovarle? Le inchieste sono aperte e vanno avanti. So che si stanno facendo delle cose, anche se non a un ritmo sostenuto come nei primi tempi. Fin quando le indagini procedono io continuo a cercarle. Un filo di speranza è sempre speranza».
La sfida più grande, in questi tredici mesi, è stata trasformare il dolore. «Ad agosto ho messo in piedi la Fondazione Missing Children Switzerland. Il 30 gennaio, per il primo anniversario, un giorno durissimo, abbiamo lanciato la help line per assistere 24 ore su 24 i familiari dei minorenni scomparsi. Siamo una cellula specializzata, rispondiamo in italiano, francese e tedesco, e dal 1° aprile pure in inglese. Ci occupiamo di sostenere il processo istituzionale, collaboriamo con la polizia, verifichiamo che sia stato nominato un procuratore e un avvocato che rappresenti il minore. Ecco, mi sono sentita orgogliosa del lavoro fatto. Malgrado tutto, era nato qualcosa di buono».
La ricerca della serenità ha portato Irina lontano, in Asia. «Sono partita con il sacco a pelo, quattro magliette, due calzoncini e un paio di scarpe comode. Ho attraversato l’Indonesia, Hong Kong, l’India. Avevo bisogno di staccare completamente dai luoghi e dalle persone che mi circondano. Dovevo recuperare l’anonimato, non essere nessuno, non essere la mia storia. Lì ho trascorso Natale e Capodanno, con due ragazze conosciute sul posto, una svizzera e una eritrea: abbiamo festeggiato con una gita su una barca di bambù, tra i canali del Kerala». Il souvenir più bello è il ricordo dei bambini: «Erano orde, ti inseguivano con i loro sorrisi meravigliosi. Alcune mie amiche si preoccupano che vedendo i figli degli altri possa sentirmi a disagio. Invece io mi ricarico, provo una grandissima gioia in mezzo a loro».
Alessia e Livia le sogna, quasi ogni notte. «Non ci parliamo, ma sono lì, presenti. I primi tempi non volevo guardare le loro foto. Adesso ho tappezzato casa con i loro volti, i disegni. Esserne circondata mi dà una bella sensazione».
In questo anno ha avuto bisogno di aiuto e lo ha chiesto, anche questa è la sua forza. «Una squadretta di medici mi è stata vicino, un naturopata e uno psichiatra. Purtroppo di dolore non si muore. E io devo continuare a vivere, devo rifarmi una vita, ho un corpo che è vivo». Oggi ritorna nel suo ufficio di avvocato per una multinazionale. «Sono stati super comprensivi, fantastici. Non mi hanno mai messo pressione, hanno lasciato che fossi pronta. E lo sono». Ha ritrovato se stessa. «Ora desidero solo ritrovare le mie figlie».
Elvira Serra