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 2012  marzo 01 Giovedì calendario

QUEI RAGAZZI IN DIVISA (ANCHE PER NOI)

Giulia, otto anni, ha imparato presto la paura: «Stai attento, papà», ripete al telefono a suo padre Gianluca, appuntato scelto, da giugno sul fronte No Tav. Domenico, carabiniere di Torre Annunziata, dice invece che chi è nato dalle sue parti «non s’impressiona facilmente», e comunque non bastano sassi e sputi. Antonello, brigadiere di Torino, 28 anni di strada e ordine pubblico, ne fa una questione di rispetto: «Qui ti puntano come persona. Nemmeno quando i metalmeccanici buttarono a mare i nostri blindati a Sanremo ho visto una cosa simile».
Eccole, le voci della Val di Susa, le altre voci. Le loro voci.
Non sono urla di protesta, sono voci che non siamo abituati a sentire perché vengono dai ragazzi in divisa, quelli usi a obbedir tacendo, quelli che devono tenere la posizione attorno al cantiere dell’Alta velocità per stipendi da mille e cinquecento euro straordinari inclusi; quelli che non possono perdere la calma nemmeno se provocati con ostinata imbecillità, come il giovane carabiniere del Battaglione Liguria impassibile davanti alla testa bacata che gli strillava in faccia «pecorella, vuoi sparare, eh, pecorella?». A volte neppure sono voci, ma sussurri che sfuggono alle loro famiglie appese col cuore in gola ad ogni aggiornamento di telegiornale o di sito Internet, perché così è la vita di certe mogli, di certi figli, passata a pregare, sottovoce. Non sono mai voci di rabbia. Spesso sono voci di chi ha fatto una scelta.
Antonello, che a quasi cinquant’anni ha avuto tempo per pensarci, era uno studente dell’artistico, s’era iscritto ad architettura. Ha fatto il militare nell’Arma e c’è rimasto: «Così posso aiutare la gente. Aiutare una persona è aiutare te stesso, fare un regalo è meglio che riceverlo», spiega con la tranquillità di chi, semplicemente, non conosce la retorica e dunque non ne teme le insidie. Forse il molto evocato Pasolini qui non c’entra più granché, perché adesso nelle divise non ci sono più i suoi poliziotti proletari di Valle Giulia, non più la disperazione contadina degli anni Sessanta, ma la consapevolezza di chi ha pure fatto un po’ di esami all’università; e soltanto l’arroganza degli aggressori, che adesso sono i ragazzi della Val di Susa, pare la stessa mostrata da certi loro papà «prepotenti e sicuri» quel 1° marzo di 44 anni fa, nel pratone di fronte alla facoltà di architettura di Roma.
Questa è dunque una storia di trincea, l’ultima trincea italiana: e va avanti da mesi, da giugno ribolle. Giuseppe è un tenente colonnello nato proprio nell’anno degli scontri di Valle Giulia. L’estate scorsa, il 24 agosto, s’è trovato con una ventina dei suoi uomini a Baia Clarea, sotto l’autostrada che anche ieri era un campo di battaglia, in mezzo ai sassi e le biglie di un centinaio di militanti No Tav: da allora ha ancora un buco sul braccio, due dita fuori uso. «Mi sembrano ragazzi che non hanno... grossi impegni. Molti non sono valligiani». Presero uno del gruppo che l’ha ferito, «romano, nullafacente, senza precedenti. Disse che stava lì per caso».
Stefano, sardo di Oristano, luogotenente, viene dalle squadre antiterrorismo e conosce la genesi della parte pericolosa del movimento. Ciò non gli ha impedito di vedersela molto brutta il 3 luglio, nel giorno finora più caldo di questa che certi leader dei militanti incappucciati chiamano «guerriglia a bassa intensità»: «Da mezzogiorno alle cinque di pomeriggio siamo stati letteralmente lapidati, l’intera mia brigata è stata massacrata a colpi di macigni, perché quelli non erano sassi normali. Ci dicevamo: "Cerchiamo di prenderne il meno possibile!". Ho visto colleghi cadermi accanto. A volte il sasso ti coglie ma tu non lo senti subito per via delle protezioni, poi ti trovi una gamba a pezzi. Certo che i miei figli si preoccupano quando sto quassù. Però mi piacerebbe che il maggiore si facesse carabiniere come me, che andasse in accademia. Chissà se mi fa questo regalo». Melora, la figlia del brigadiere Antonello, allenta l’ansia sul tatami, è una piccola campionessa di judo, «e magari potrebbe entrare nella squadra sportiva dell’Arma, chissà», sogna il padre. Giulia, la figlia di Gianluca, ha dovuto capire subito che la differenza tra buoni e cattivi sta nella traiettoria d’un sasso, tra chi lo tira e chi rischia di prenderlo in testa. «In seconda elementare chiacchierano tra loro, sa? E Giulia vuole che le spieghi ogni cosa», dice il papà appuntato, che però stempera, non accusa mai, perché questo è l’ordine, anche quell’unica volta che parli con un giornalista non puoi davvero sfogarti fino in fondo.
Domenico, il carabiniere di Torre Annunziata, qualcosa in più lo direbbe: «Quando ti insultano passi, ma quando ti toccano la mamma o la famiglia è dura...», poi subito si ferma: «Però, oh, ci insegnano a mantenere la calma, mica possiamo creare disordini». Pure lui è finito nel trappolone del 3 luglio. Ma gli è andata peggio qualche anno fa, a una partita Napoli-Roma: «Mi hanno ferito, siamo rimasti quindici ore allo stadio. Alla fine questi No Tav e gli ultrà sono uguali, sempre si accaniscono contro di noi», racconta. Per lui le scelte devono essere state un po’ più dure, la Torre Annunziata dov’è nato era il feudo di Valentino Gionta. «Ma io volevo fare il carabiniere da ragazzino, una passione... certo, qualche amico mio di allora è pure morto, quando cresci capisci tante cose».
Certe voci hanno la forza della normalità. «Ho fatto solo il mio dovere», ha detto al comando generale il carabiniere che ha ricevuto un encomio per avere resistito alle provocazioni No Tav sulle barricate. I ragazzi in divisa devono resistere a questo e altro, da mesi, tra le montagne della «guerriglia a bassa intensità» tutti lo sanno. «Ma non è una scaramuccia tra noi e loro, non siamo al bar sotto casa», taglia corto l’appuntato Gianluca. Stasera niente turno in Val di Susa. Stanotte Giulia può dormire in santa pace.
Goffredo Buccini