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 2012  marzo 01 Giovedì calendario

LASCIATE IL ROMANZO NEL CASSETTO


Il nostro amico Paolo Bianchi (ben noto ai lettori di Libero) è un uomo pieno di guai e lo sa. È uno che scrive libri e che gli piace farlo, uno che frequenta (molto) le case editrici, e dunque quelli che scrivono libri anche loro o che vorrebbero farlo a tutti i costi. Uno che, dovesse vivere altri cento anni, non perderà mai il gusto e la nostalgia della carta stampata.
Uno che sa la follia del mettere assieme il talento, il lavoro e la disciplina che ti chiedono lo scrivere un libro, per poi metterlo in coda alla fila dei 50-60 mila volumi che vengono pubblicati ogni anno in Italia e questo in un Paese dove il 70 per cento delle persone non è in grado di intendere appieno una pagina scritta. Uno che lo sa che sta per finire l’era della carta stampata, di un’industria i cui costi medi sono geneticamente più alti dei ricavi medi, e che nelle librerie si venderanno sempre meno libri e magari più prodotti di cucina regionale. Queste cose Bianchi le sa tutte. Se è vero quel che diceva Charles Baudelaire, che se uno era nato in Belgio si doveva «curare», Bianchi fa al modo di uno che è nato in Belgio ma si cura. Lo ha fatto con un libro sapido e divertente, imperdibile per quanti di noi hanno le sue stesse malattie, Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, pp. 214, euro 15). Con un libro che cerca di andare disperatamente contro la vanità dello scrivere libri.
E del resto lo diceva già Italo Calvino a quelli che gli proponevano di pubblicare una loro opera: «Ma chi te lo fa fare? Quella di scrittore è una vita grama...». Oppure quello che diceva Giovanni Mariotti: «Dall’oggi al domani smettessi di scrivere, l’umanità non se ne accorgerebbe. E neppure io».
Lo sapevate che in Italia ci sono 9.676 case editrici, e anche se una buona parte non pubblica neppure un libro l’anno? Lo sapevate che sui tavoli dei redattori delle case editrici arrivano qualcosa come 300 mila manoscritti l’anno, ossia che per poco gli aspiranti scrittori non sono più dei reali lettori? Ve la ricordate quella frase di Benedetto Croce secondo cui dopo i diciotto anni a scrivere poesie sono solo «i poeti» e «i cretini», e che a scrivere poesie in Italia sono alcuni milioni di persone, di cui non v’ha dubbio che almeno il 90 per cento siano dei «cretini»?
Lo sapevate che 131 mila titoli tra i libri distribuiti in un anno dalla catena di librerie Feltrinelli vendono in tutto meno di dieci copie, e che se vendono dieci copie in tutte le librerie Feltrinelli vuol dire che ciascuno di quei 131 mila libri arriverà sì e no a 40 copie vendute? Lo sapevate che il 30-35 per cento di quelli che mandano un manoscritto a una casa editrice non hanno un’idea delle norme dell’ortografia e della sintassi?
Ha un senso questo sterminio di alberi da cui ricavare la carta con cui stampare in Italia 60 mila volumi l’anno di cui la metà non vende neppure una copia? A voi le risposte.
Il libro di Bianchi è dunque un viaggio nell’infelicità di chi i libri li scrive e li legge e li ama e ci vive, e che per questo deve frequentare il circo che spumeggia attorno ai libri. Tanto sono sacri i libri (o per lo meno i bei libri, ma i bei libri sono tanti, tantissimi), tanto è grottesco quel che fiorisce attorno ai libri.
I premi, le recensioni, le suppliche di ciascuno ad essere recensito, le presentazioni dove gli assessori alla cultura storpiano il tuo nome o dove può capitare a un saggista del valore di Marcello Veneziani di vedersi disdire la presentazione di un suo libro perché gli organizzatori gli avevano anteposto la presentazione del libro di Patrizia d’Addario, le paginate su Facebook a raccomandare che cosa fare per vedersi pubblicato un libro.
Da esperto delle patologie di cui sto discorrendo, Bianchi nel suo libro offre reperti agghiaccianti. Ovvio che il web, dove orrori e materiali preziosi a noi tutti si confondono e si sovrappongono in una confusione indescrivibile, ne offre di eccezionali.
Ad esempio le querimonie di una trentenne che nel 2009 era riuscita a pubblicare un libro e che andava un paio di volte al mese dal libraio sotto casa a tormentarlo perché facesse il massimo per vendere il suo capolavoro, e quello resisteva dicendole che di libri da vendere non aveva soltanto il suo, e la trentenne che si accanisce su Facebook nel dire che quel libraio sta andando contro il suo interesse, perché a vendere il di lei libro non avrebbe che da guadagnarci e alla grande.
E siccome in fatto di maniaci Bianchi è una sorta di Sherlock Holmes, è andato pedinando l’autrice dell’intemerata anti-libraio di cui ho detto e ha scoperto che la trentenne ha inondato il web di recensioni tratte da giornali locali sconosciuti in cui si dicevano mirabilie del suo libro. Una maniaca e una narcisista al cubo. Ovvero che cosa non si fa di orrido pur di promuovere un libro dov’è in testa il proprio nome.
E a non dire dell’industria del malaffare che prospera sulla vanità di chi darebbe via la sorella ai beduini pur di vedere pubblicato un proprio libro. Detto altrimenti, il malaffare di chi adesca aspiranti scrittori e spilla loro quattrini col promettere un’edizione e una distribuzione decenti e che decenti non lo sono affatto. Un malaffare di cui Bianchi si è occupato da giornalista.
Il caso di Lino Pasini residente in Australia che aveva scritto un libro e che aveva sborsato la bellezza di 9000 euro perché uno di questi editori da sottoscala editassero e distribuissero 2000 copie di un suo libro, e di cui dopo un anno ne risultavano vendute due. Del resto è ovvio che lì dove c’è un vizio, quello di vedersi pubblicato a ogni costo, lì c’è qualcuno che cerca di trarre vantaggio da quel vizio.
E poi ci sono le scuole di scrittura creativa, quelle che dovrebbero insegnarti a diventare un buon scrittore. Bianchi dice che sono superflue, che se dovevi imparare qualcosa lo dovevi fare al tempo della scuola dell’obbligo. Oppure andrebbe seguito il consiglio dello scrittore americano Richard Ford, uno che c’è diventato senz’altro un ottimo scrittore: «Sposare una donna che ritiene che sia un’ottima cosa il fatto che tu sei uno scrittore, e poi non fare figli». Sempre una vita grama è. Ma ce la puoi fare.

Giampiero Mughini