Michael Hastings, Rolling Stone marzo 2012, 1 marzo 2012
Jualian Assange – Il nuovo nascondiglio di Julian Assange è da qualche parte nella sperduta campagna inglese
Jualian Assange – Il nuovo nascondiglio di Julian Assange è da qualche parte nella sperduta campagna inglese. Lui è lì dallo scorso Natale, confinato in una casa messa a disposizione da un ignoto sostenitore di WikiLeaks. Il posto è abbastanza accogliente: due stanze da letto, un grande camino in pietra e una veranda. Certo, non è paragonabile allo sfarzo della tenuta dove ha trascorso il precedenti 363 giorni di arresti domiciliari, in attesa che una corte britannica decidesse se estradarlo m Svezia per rispondere alle accuse di molestie sessuali nei confronti di due donne con le quali ha avuto una relazione nel 2010. Assange mi riceve seduto su un divano sformato: indossa un maglione di lana, pantaloni scuri e un braccialetto elettronico alla caviglia destra, visibile quando accavalla le gambe. A 40 anni, il fondatore di WikiLeaks sembra più un comandante ribelle sotto assedio che un hacker o giornalista. Nel rapporto con i media è migliorato: è più disponibile e meno propenso ad andarsene infuriato nel mezzo delle interviste. Ma la prolungata battaglia legale lo ha isolato, lasciato al verde e reso vulnerabile. Di recente ha parlato con quella che lui chiama una "fonte dell’intelligence" occidentale per sapere del suo destino: tornerà mai a essere un uomo libero, cui sarà concesso di andare e venire dalla nativa Australia? «Mi ha detto che sono fottuto», mi dice Assange. «Sei fottuto?», gli chiedo. Fa una pausa e guarda fuori dalla finestra. La casa è circondata da campi ondulati e boschi, che offrono ben poco in termini di fuga. WikiLeaks ha preso molto a cuore la causa di Bradiey Manning, il militare di stanza in Iraq accusato di essere una delle vostre principali fonti... Sentiamo il dovere di occuparci di lui. E non solo perché, come dicono molte persone vicine alla sua difesa, gli abusi nei suoi confronti sono un mezzo per convincerlo a testimoniare contro di noi. Nei cable diplomatici, l’inchiesta del governo Usa su WikiLeaks è definita "senza precedenti per entità e natura". A settembre è stato costituito un gran giurì ad Alexandria, in Virginia. Niente Consiglio di difesa, ma quattro procuratori e una Corte, a sua volta composta da persone della zona: Alexandria è la città Usa con la più alta densità di contractor del governo e dell’esercito. E il posto prescelto per tutti i processi legati alla sicurezza nazionale proprio per via della composizione della giuria, l’inchiesta ha coinvolto gli apparati dell’intelligence Usa: esercito, Dipartimento di Stato, FBI. Il tribunale ha emesso un’ingiunzione che ha colpito la maggioranza dei miei amici e delle mie conoscenze. Grazie alla copertura del PatriotAct, il governo ha richiesto l’accesso ai loro account di Twitter, Google e ai loro indirizzi IR Le leggi sulle quali stanno costruendo le accuse sono l’EspionageAct del 1917 e la legge sulle frodi e sulle violazioni informatiche del 1986. E stanno perseguitando Manning, che rischia l’ergastolo, per costringerlo ad ammettere che sei una spia? Nell’attacco contro di noi, è un’altra pedina sulla scacchiera. Il governo americano sta tentando di ride finire quelle che erano le inchieste giornalistiche su questioni di sicurezza nazionale. Se il Pentagono avrà la meglio, sarà la fine di questo tipo di giornalismo. Ma come fanno? Tentano di interpretare l’Espionage Act in modo che ogni scambio di informazioni con una fonte sia in realtà una collaborazione con la fonte stessa: se c’è di mezzo un’informazione riservata, ci sono di conseguenza cospirazione e spionaggio. Il sito di WikiLeaks aveva un elenco di storie "most wanted" sulle quali volevate mettere le mani? Non era una lista compilata da noi. Avevamo chiesto ad attivisti dei diritti umani e giornalisti di tutto il mondo. Ma l’accusa nel processo contro Manning sta provando a utilizzare la lista come prova della nostra richiesta di informazioni riservate: da qui la nostra complicità nello spionaggio, nel caso avessimo ricevuto tali informazioni. Dal punto di vista di un giornalista, una lista del genere sarebbe l’equivalente di una riunione di redazione durante la quale elenchi gli scoop sui quali vorresti mettere le mani. Esattamente. È sorprendente che tu non abbia ricevuto gran supporto da quella che chiami la "stampa anglo-americana". Il New York Times e il Guardian, che hanno entrambi collaborato con voi per la pubblicazione di alcuni documenti, hanno poi preso le distanze da WikiLeaks. Il Times ci ha abbandonati quando l’amministrazione americana ha cominciato a scaldarsi. E, così facendo, ha abbandonato anche se stesso e tutti i giornalisti che lavorano su questioni di sicurezza nazionale negli Usa. Al Times erano preoccupati di essere travolti dalle indagini governative. Se Bradiey Manning, avesse collaborato con noi dandoci informazioni riservate, e noi avessimo collaborato con il Times per divulgarle, allora il Times avrebbe cospirato con noi, commettendo il reato di spionaggio. Sì, erano davvero preoccupati, ci dissero che non avremmo mai dovuto riferirci a loro come partner: era un consiglio legale. Bill Keller, ex direttore del Times, scrisse un pezzo, oormai famoso, in cui ti attaccava. Ripeteva più volte che "WikiLeaks è una fonte, non sono nostri partner". Keller stava provando a salvarsi la pelle, evitando un’accusa di spionaggio. Primo, dichiarando che non c’era alcuna collaborazione tra noi, ma solo una relazione passiva tra giornalista e fonte. Secondo, prendendo le distanze e attaccandomi personalmente, utilizzando la character assassination tipica dei tabloidi Molti giornalisti del Times mi hanno contattato per dirmi quanto fossero imbarazzati. Keller, inoltre, disse che alla Casa Bianca erano contenti che non fosse uscito materiale di WikiLeaks che la stessa Casa Bianca aveva chiesto di non far trapelare. Perché Keller aveva tutto quel bisogno di far sapere al mondo quanto la Casa Bianca fosse soddisfatta di lui? Per lo stesso motivo per cui sentiva la necessità di parlare dei miei calzini sporchi. Non si tratta di raccontare i fatti, ma piuttosto di dimostrare un allineamento politico. Keller è stato esplicito: "Julian Assange può essere o non essere un giornalista, ma di certo non è il giornalista che fa per me". E la mia reazione è stata: "Grazie a Dio, non sono il giornalista che fa per Keller". Collateral Murder - il video che mostra un elicottero Usa sparare su civili iracheni, compresi due giornalisti della Reuters e due bambini, pubblicato nell’aprile del 2010 - è stato il primo scoop che ha attirato su di te l’attenzione dei media. Sapevi che il Washington Post aveva il video, ma lo teneva nel cassetto. Vero: David Finkel, del Post, aveva il video. Alcune fonti ci dissero che lo aveva anche mostrato a casa sua, ma continuava a tenerlo nascosto. La risposta di Finkel fu: "C’erano un sacco di giornatacce in Iraq". Come giornalista embedded, era stato là per nove mesi. Aveva sviluppato un’attrazione forte verso questa gente... Sono state questo tipo di debolezze dei media mainstream a ispirare WikiLeaks? Prima di tutto, a formarmi sono state le mie esperienze nella lotta per la libertà di informazione, per la libertà di divulgare la conoscenza e, quindi, per la libertà dall’ignoranza. Secondo, le mie esperienze riguardo il modo in cui lavora il complesso militare industriale. Sapevo che le pubblicazioni in tutto il mondo erano frenate dall’autocensura e dalla censura politica ed economica, mentre il complesso militare industriale cresceva a ritmi incredibili, e la quantità di informazioni che raccoglieva su tutti quanti noi superava di gran lunga la comune immaginazione. Hai registrato il dominio Leaks.org nel 1999, mentre stavi lavorando a tecnologie di criptaggio per dissidenti e attivisti per i diritti umani. Ben prima che l’attacco alle Torri Gemelle portasse il governo a espandere i propri poteri per tenere segrete informazioni e spiare i suoi stessi cittadini. Certo. Fu settembre ero al telefono con un amico, stavamo discutendo di algoritmi per la criptazione. Capii in meno di un’ora quale sarebbe stata la controreazione. Le proposte del complesso militare industriale per spiare chiunque, abolire la presunzione di innocenza e aumentare i propri fondi avrebbero ricevuto un’ulteriore spinta. E così è stato. Due anni più tardi, gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq. In parte, la nascita di WikiLeaks è stata proprio una risposta all’Iraq: quel che mancava nel mondo era una risposta alla propaganda prò guerra in Iraq, un mezzo che permettesse alle fonti interne di far sapere quel che stava accadendo davvero. Alcuni l’hanno fatto, e sono finiti male. Come David Kelly, lo scienziato inglese che è morto per via delle sue rivelazioni sulle armi di distruzione di massa. La guerra in Iraq è stata la questione più spinosa per la gente della mia generazione in Occidente. Cominciammo velocemente a ricevere informazioni da persone che ritenevamo essere dipendenti del governo Usa delusi dalle azioni dell’esercito. Negli Stati Uniti, per quanto siano una società aperta, c’è uno Stato ombra – l’esercito – che da quel settembre ha raccolto oltre 4 milioni di autorizzazioni all’accesso a informazioni segrete. E l’equivalente della’popolazione della Nuova Zelanda: questa, dunque, è una società totalitaria, chiusa, che raccoglie e conserva più informazioni rispetto a qualsiasi altra società nel mondo. Anche le voci critiche verso WikiLeaks vi hanno dato merito di aver alimentato la Primavera Araba e Occupy Wall Street. Era nei tuoi piani? Abbiamo pianificato quasi tutto quel che è successo negli ultimi 12 mesi, ma siamo inaspettatamente felici che quei piani si siano realizzati. Riguardo la Primavera Araba, nell’ottobre 1010 mi era chiaro quanto le strutture del potere in Medio Oriente fossero interdipendenti. Se, in tempi veloci, avessimo pubblicato informazioni su molti di questi potenti individui e le loro altrettanto potenti organizzazioni, la loro capacità di supportarsi a vicenda sarebbe diminuita.Avrebbero dovuto combattere le proprie battaglie interne, fronteggiando l’informazione politica locale, e quindi non avrebbero più avuto risorse per spalleggiare i Paesi confinanti. Vorresti veder cadere questi regimi? Se scuoti qualcosa, hai la possibilità di ricostruirla. Non ci interessa colpire solo per il gusto di farlo. Sopra ogni cosa, credo che quel che rende civile una società siano i cittadini informati di quel che accade. Credi che ai governi debba essere permesso di avere segreti? La domanda è molto più interessante della risposta. In certi casi, tipo le inchieste sul crimine organizzato, gli ufficiali del governo hanno il dovere di tenere segrete le indagini in corso. Ma è assurdo proporre che, siccome un ufficiale di polizia ha il dovere di tenere segrete determinate informazioni relative a un’indagine, allora anche il resto del mondo deve essere soggetto alle stesse costrizioni. A 17 anni eri nei guai per aver violato il sistema del Pentagono. È come se tu fossi impegnato in una lotta a vita contro l’autorità. Non è una lotta contro l’autorità. L’autorità legittima è importante, ma deve derivare dal consenso informato di chi è governato. Al momento, il consenso – se c’è – non è informato e quindi non è legittimo. Per divulgare la conoscenza, dobbiamo proteggere la privacy delle persone. Ed è ciò che faccio da 20 anni, sviluppando sistemi, politiche e idee per proteggere il diritto di comunicare in privato, senza il controllo del governo, che il controllo è un’altra forma di censura. Crescendo in Australia, quali sono le esperienze che ti hanno formato? Cacciarsi nei guai come hacker? Ho avuto un’adolescenza alla Tom Sawyer, e credo sia stato un bene. Ho fatto avventure fisicamente impegnative su alcune isole, nell’Outback e nelle regioni tropicali. Credo che esperienze simili, oltre che a livello fisico, insegnino molto anche a livello morale. Una volta, aia anni, progettai e costruii una zattera molto elaborata: volevo trascorrere la notte sul fiume Richmond, famoso per i suoi squali ramati. Tutti i miei amici dissero che era una grande idea, ma- quando arrivò l’ora- solo uno si presentò per trascorrere la notte sul fiume, nell’oscurità. Hai avuto a che fare con la droga all’università? Erba, o altro? Ero un po’ il classico stereotipo dell’intellettuale. Facevo esperimenti sui miei amici e ne studiavo i risultati, ma io non ne ho mai prese. Dunque non hai mai provato... Considerate le circostanze, credo sia meglio tacere riguardo la mia vita privata da adulto. Parliamo di alcuni attacchi contro di te. Anche le persone che ti sono più vicine dicono che è difficile lavorare al tuo fianco. È vero? Credo sia una domanda molto interessante, ma da dove nasce? Bene: quando il Guardian ha rotto il contratto che aveva con noi per il Cablegate, quando abbiamo detto al New York Times di andare a farsi fottere perché leccava-o il culo alla Casa Bianca, allora questi due gruppi hanno iniziato a dire che era tutta colpa del mio carattere. Quindi, il Guardian ha rotto il contratto e il Times si è buttato in un giornalismo meschino da tabloidi E come scusa dicono: "E perché Julian Assange aveva i calzini sporchi". Oppure: "E una persona con cui è estremamente difficile lavorare". Ma anche alcuni che hanno lavorato con te ti hanno dipinto con toni poco favorevoli. Non saresti l’unico nei media a soffrire di ego spropositato. Non credo di avere un ego spropositato. Sono solo deciso quando dico no. No, non distruggeremo tutto quello che abbiamo già pubblicato. No, continueremo a pubblicare quel che abbiamo promesso di pubblicare. No, non lasceremo perdere le fughe di notizie dell’esercito americano. Poi, ci sono gli stalker e le donne che vogliono sposarti... Centinaia. Centinaia di donne? A volte anche uomini. Ce n’è stato uno, Capitan Morgan, che sosteneva di lavorare per Intel, ma era un capitano di mare. Ha venduto la sua barca per venire da noi, dicendo che eravamo l’unica organizzazione sulla Terra per cui valesse la pena lavorare. Una donna catalana, invece, ha preso un taxi da Londra e si è presentata da noi con una ricevuta da 450 sterline: aveva convinto il tassista che avrei pagato io una volta sistemata la nostra romantica lite. Per trascorrere la notte lì, lei e il tassista hanno convinto uno dei nostri vicini di casa: il tassista si è rifiutato di partire fin quando non ha avuto i suoi soldi. E poi ci sono le groupies. Anzi: giovani donne volate dalla Norvegia e dalla Svezia per bussare alla mia porta. E assurdo, ma durante la prima settimana di carcere le uniche persone che mi hanno scritto sono state sei donne che volevano regalarmi dolci e coperte. Ho rifiutato. Hai avuto relazioni importanti o significative negli anni passati? Per motivi di sicurezza, non posso parlare della mia vita intima, privata. Voglio che sia chiaro. I miei figli hanno ricevuto minacce di morte e vivono nascosti. Devo stare molto attento a non esporre le persone che mi sono vicine. Cos’è successo in Svezia con le due donne che ti hanno accusato? C’è un processo in corso, quindi non posso parlare. E davvero dura essere nella posizione di non poter dire la propria versione dei fatti. E chiaro che è una questione assurda, puoi leggere su Internet tutto quello che sostiene l’accusa. Vorresti aver fatto qualcosa in modo diverso? In generale? Certamente. Molte cose. Non sopporto le persone che dicono che non avrebbero fatto nulla diversamente. Significa semplicemente che non hanno imparato niente dalle proprie esperienze. Dico nello specifico, l’aver avuto a che fare con quelle due donne. Non avevo mai affrontato uno scandalo sessuale. E uno così strumentalizzato deve essere gestito in un certo modo. Tanto per cominciare, non l’avevo preso neanche troppo sul serio. Perché non avete assunto nessuno per le pubbliche relazioni? Ci abbiamo provato. In Inghilterra, abbiamo preso qualcuno... Aveva accettato a un prezzo davvero basso perché eravamo attivisti e la nostra era una causa celebre. Ma i suoi clienti più grandi erano Virgin e Sony e, dopo una settimana, ha dovuto scegliere tra noi e loro. Altre pressioni? Il mio conto in banca è stato chiuso, e così ad altri dei nostri. Molti hanno perso il lavo ro, anche se legati a noi indirettamente. Chi ha registrato il nostro dominio svizzero ha perso il lavoro quando Bloomberg ha divulgato il suo nome. Il progetto Tor, il cui scopo è proteggere le persone nel mondo dall’essere spiate o censurate, ha perso 600mila dollari dal governo Usa perché uno dei loro – Jacob Appelbaum – si era presentato al mio posto a una conferenza a New York. Pressioni indirette di questo tipo sono state fatte su molte persone. Cosa è successo quando sei stato in galera in Inghilterra? Ho trascorso io giorni in isolamento. Credo che chiunque dovrebbe farsi io giorni di isolamento, soprattutto i politici. Ce l’ho fatta, ho avuto la meglio. L’isolamento è un’esperienza di deprivazione sensoriale quindi mi sento molto vicino a BradIey Manning e altri detenuti nello stesso stato. Avevi paura? No. Ero piuttosto eccitato, non vedevo l’ora di affrontare una nuova sfida: dovevo adattarmi a un nuovo ambiente. Sapevo che, politicamente, sarebbe stato d’aiuto per la causa. E, infatti, così è stato. Dissi ai miei avvocati: "Non fatemi uscire troppo in fretta". Ma non furono d’accordo. Quindi, ti consideravi un martire per la causa. Ho riflettuto su come il resto del mondo stava facendo di me un mito, in positivo e in negativo. E stato un processo affascinante, spaventoso e comico allo stesso tempo. Per gestire questa situazione stiamo facendo uno sforzo epocale, perché potrebbe avere conseguenze serissime sulla vita delle persone e sui sistemi politici. Il peso di questa impresa è talmente gravoso che non ho tempo di pensare a quanto la mitizzazione della mia figura mi tocchi personalmente. La domanda è semplice: tutto questo è utile o dannoso alla sopravvivenza dell’organizzazione? E accanirsi nei miei confronti spazzerà dal nostro budget un milione di dollari? E gli umori politici cambieranno tanto da farci perdere in tribunale? Quanto vi è costata la battaglia legale? Abbiamo più cause legali in corso. Il caso dell’estradizione in Svezia devo pagarlo di tasca mia. Non credo sia giusto. In effetti, dovrebbe essere l’organizzazione a pagarlo. E ovvio che questo processo sia stato strumentalizzato per via del mio ruolo nell’organizzazione. Comunque, per evitare ulteriori attacchi, questa causa è gestita completamente a parte. Il che significa che ora sono in bancarotta. Totale? Già. Ci sono state complicazioni di ogni sorta, tipo che gli avvocati precedenti si sono tenuti gli anticipi del mio libro. Quindi, non ho ricevuto un centesimo dalle mie pubblicazioni. SI dice che tu abbia 3,3 milioni di sterline in banca... Sicuro. I nostri oppositori amano spargere voci del genere per impedire che ci vengano fatte donazioni. Quindi non è vero? No, una totale sciocchezza. Che consigli dai ai giornalisti? Solidarizzo con chi prova a difendere le sue fonti perché ora è davvero difficile farlo. A meno che non siate esperti di sorveglianza elettronica, dovete stare lontano dai telefoni e dalla Rete. Usate le vecchie tecniche: scrivete sulla carta e parlate all’orecchio delle persone. Lasciate perdere i telefoni cellulari. Non spegneteli, ma dite alla vostra fonte di lasciare tutti gli apparecchi elettronici in ufficio. Viviamo in un mondo in cui sono registrate miliardi di ore di conversazioni: non hanno neanche bisogno di scegliere quali telefonate intercettare perché tanto intercettano tutto. Qual è il futuro di WikiLeaks? L’organizzazione sopravvivere? Questa settimana, credo che ce la faremo. Vedremo cosa succederà la prossima.