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 2012  marzo 01 Giovedì calendario

Il presidente monarchico – L’Europeo n. 21, 1948 POCHI GIORNI dopo le elezioni il senatore Luigi Einaudi verme a Milano, andò a trovare il figlio Roberto e si lasciò fotografare con i nipotini

Il presidente monarchico – L’Europeo n. 21, 1948 POCHI GIORNI dopo le elezioni il senatore Luigi Einaudi verme a Milano, andò a trovare il figlio Roberto e si lasciò fotografare con i nipotini. Il suo nome, tra i possibili candidati alla presidenza della Repubblica, incominciava a circolare allora, e non pareva tra i più probabili. A chiunque della sua famiglia che gli prospettava l’eventualità dell’elezione, Einaudi rispondeva: «Non dite sciocchezze, parliamo d’altro». Lo diceva affettuosamente, ma con chiarezza come è sua abitudine, e nessuno ne riparlò. La parola rigorosa e misurata, accompagnata da una memoria eccezionale, è tra le doti principali del nuovo capo dello Stato. Einaudi ci tiene, i suoi primi studi fino dall’adolescenza gli fruttarono segnalazioni e premi soprattutto in lingua italiana. Il collegio dei padri Scolopi di Savona, nel quale Einaudi fece il ginnasio, nel momento di licenziarlo lo aveva nominato "principe dell’Accademia". Era questo il titolo che stabiliva il primato degli allievi e dava il diritto al premiato di appendere nella galleria del collegio il proprio ritratto. Quello di Einaudi quattordicenne è ancora nella raccolta, assieme a quelli di Paolo Boselli, di Paolo Emilio Thaon di Revei, di Pietro Sbarbaro e d’altri ragazzi studiosi. Tré anni dopo, al liceo Cavour di Torino, Einaudi vinceva la medaglia doro per la gara di componimento italiano. Suoi esaminatori erano Giosuè Carducci, Alessandro D’Ancona e Carlo Baravalle. Il giovane Luigi incominciava a farsi notare. La sua fanciullezza era stata piuttosto grigia. Nato nel 1874, a Carni (Cuneo), primo di sei figli, due dei quali morirono giovanissimi, a 13 anni perdette il padre, che era il locale esattore delle tasse. Nemmeno la madre era ricca. La sua famiglia aveva qualche pezzo di terra che era poi stato venduto e che soltanto alcuni anni più tardi Einaudi riacquistò formando il primo nucleo del suo podere di Dogliani. Ai figli fa tuttavia consentito di continuare gli studi. Tanto Luigi quanto il fratello Costanze si laurearono all’Università di Torino. Luigi ebbe a 21 anni la laurea in giurisprudenza. Materie preferite: economia politica, scienza delle finanze e statistica. Einaudi puntò fin dall’inizio sull’insegnamento e sulla pubblicazione di opere scientifiche; ottenne per concorso un incarico prima all’Università di Cagliari, poi a quella di Pisa, ma non insegnò in nessuna delle due. Si era nel frattempo liberato un posto di professore nella scuola media di Torino e lo accettò. Aveva anche la passione per il giornalismo e riuscì a far parte della redazione de La Stampa. Questa decisione fu importante per la carriera di Einaudi e per la sua vita intima e familiare. Di lì a poco incominciò a insegnare legislazione industriale ed economia politica al Politecnico di Torino, poi ebbe all’Università l’ordinariato di Scienza delle finanze, che occupò fino al 1943. Nonostante la sua avversione al fascismo, Einaudi aveva potuto continuare a insegnare. Fu invece allontanato dal Politecnico e dall’Università Bocconi di Milano dove aveva pure insegnato economia politica. Durante la permanenza alla scuola media, Einaudi ebbe una scolara, la signorina Ida Pellegrini, di origine veneta. Era più giovane di lui di dieci anni. Ma anche il professore era giovanissimo. Se ne innamorò e il matrimonio fu, celebrato nel 1903. Da allora la signora Ida è diventata compagna indivisibile del marito. Lo ha seguito dappertutto, nei suoi viaggi come nelle sue gite in montagna. Lo seguì anche nella fuga in Svizzera che Einaudi, nonostante l’età e la gamba fratturata, portò a termine a piedi andando prima ad Aosta, poi valicando il San Bemardo e giungendo a Basilea da Martigny.C’È ANCORA chi ricorda bene i suoi inizi giornalistici a La Stampa. La redazione occupava allora quattro stanze in via Davide Bertolotti. Dirigeva il giornale Luigi Roux ed era vicedirettore il giovane Alfredo Frassati. Il giornalismo non aveva il carattere aziendale che ebbe dopo. In quegli anni di fine secolo, poiché non era ancora invalso Fuso del telefono, non cerano corrispondenti dall’estero ne inviati speciali, per un buon giornale bastavano sei redattori che lavoravano a turni di coppie, due per ogni sera. Si trattava di mettere in chiaro i telegrammi e aggiungere le virgolette ai comunicati dell’Agenzia Stefani (agenzia ufficiale del regime fascista, ndr), raramente di trascriverli. Molte volte uno dei due andava a dormire, l’altro era sufficiente al lavoro della serata. Se poi nevicava, 10 spedizioniere che andava alla stazione con un carro a cavalli faceva sapere di anticipare la chiusura di un’ora. Einaudi fu redattore per qualche anno. Era uomo di poche parole, chiuso, ma non arcigno, serio senza essere malinconico. Rideva poco a fior di labbra. Lavoratore metodico, quando tuttavia occorreva un articolo urgente rispondeva alla necessità con rapidità sorprendente. Ricordava perfettamente avvenimenti, date e soprattutto cifre e risultanze di bilancio. Via via che il giornalismo si evolveva, Einaudi diventò articolista, poi collaboratore. A. La Stampa rimase una decina d’anni. Aveva conosciuto a un corso di economia Luigi Albertìni (direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925, ndr) e intorno al 1902 passò al Corriere scrivendo articoli politici e finanziari. La sua attività al Corriere, spesso quotidiana (firmava anche con lo pseudonimo "Junius", e nei momenti più accesi della lotta politica pubblicò articoli anonimi), durò fino all’uscita dal giornale di Albertini, con il quale fa solidale. Einaudi aveva firmato il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce (uscito svilì Mondo il 1° maggio 1925, ndr). Senatore nel 1919, rinunciò a frequentare 11 Senato soltanto nell’ultimo periodo del fascismo. Prima era stato tra i membri più attivi, animatore tra l’altro della riforma tributaria del ministro Filippo Meda (la riforma cercava di unificare diversi tributi in una sola imposta sui redditi, affiancata da un’imposta complessiva sul reddito della famiglia, anche per conviventi non legati da vincoli di parentela o affinità. Molto osteggiata, la proposta fu presentata alla Camera il 6 marzo 1919 e non ebbe seguito, ndr). Dal 1924 non pronunziò discorsi, si chiuse nel silenzio, ma partecipò regolarmente alle sedute in cui poteva dare palla nera. Einaudi è uomo tenace. Quando, caduto il fascismo, la sua firma ricomparve sul Corriere, il suo primo articolo incominciava con le parole: "Heri dicebamus". Erano passati 20 anni. Oltre a insegnare, incominciò la pubblicazione di una lunga serie di monografie, studi e trattati che un po’ alla volta gli dettero rinomanza anche ali’estero. Uno dei suoi primi libri fu sulla figura di Enrico dell’Acqua, Un principe mercante: studio sulla espansione coloniale italiana. Uno degli ultimi, estremamente esiguo, ma al quale tiene moltissimo, è la Monografia economico-agraria del comune di Dogliani. Dogliani è una campagna della quale Einaudi è orgoglioso. Possedere un po’ di terra era una delle fissazioni della sua giovinezza e per poterla acquistare si impose spesso rigide economie. Dicono che il regime di sobrietà della sua famiglia dipendesse da questo. Piccole rinunzie volevano dire alla fine di un anno raggiunta di qualche metro in più. Quando dovette lasciare la cattedra del Politecnico e della Bocconi, si rammaricò soprattutto per il fatto che il mancato guadagno gli impediva ulteriori acquisti. Consulenze, traduzioni e ogni altra entrata che eccedesse i bisogni della famiglia venivano assorbite dal podere. Einaudi applicava la teoria della "anticipazione del risparmio"; con i guadagni fatti acquistava la terra e pagava una rata, le rate successive le pagava con i guadagni futuri. Dogliani è diventata così una proprietà di 300 "giornate" (114,3 ettari) ed è una lezione pratica di economia. È coltivata in parte a bosco e in massima parte a vigna: produce Dolcetto, Grignolino e Barolo. Einaudi è sobrio, ma ha l’abitudine di bere vino buono. Anche a Dogliani, Einaudi si acquistò un titolo che ostenta volentieri. Gli fa assegnata la Spiga d’oro, riconoscimento massimo dato agli agricoltori che abbiano meglio combattuto la fillossera (insetto che attacca le radici della vite, ndr). Là, fino – a quando fu nominato ministro, ha trascorso quattro mesi ogni anno, portando avanti i suoi studi e lavorando manualmente. Di buon mattino zappava la terra, poi si chiudeva in biblioteca e spesso, nel pomeriggio, andava a scrivere nel bosco. Aveva un posto fisso sopra un ponticello, nel quale si era fatto ricavare un sedile e una tavoletta mobile per scrivere. La biblioteca, formata quasi esclusivamente da opere finanziarie, economiche e storiche, supera ormai i 20mila volumi, ed, essendo ricca anche di edizioni originali, è una rarità del genere. Einaudi è oltre tutto bibliofilo. Di alcune opere possiede fino a sette edizioni, e apprezza le belle legature. Nelle ore di riposo talvolta i familiari lo vedevano togliere un libro dallo scattale, spazzolarlo e, se era necessario, lucidame il dorso. Prima di ricollocarlo nello scaffale, diceva soddisfatto: «Adesso è presentabile». Della biblioteca sono importanti non soltanto le opere, ma anche gli schedarii Si è tanto parlato del libro dei conti di casa che la signora Ida tiene dal primo giorno di matrimonio, e che consultato oggi rappresenta la storia economica di una famiglia italiana borghese. Di quel libro è importante rimpianto: si sa che la signora Einaudi è in grado di dire non soltanto quanto spendeva per le verdure una famiglia di cinque persone nel 1912, ma quanto costavano gli spinaci, quanto i cavoli e quanto le carote. Durante l’occupazione tedesca la biblioteca rischiò di essere manomessa. Una pattuglia entrò per asportare i libri, ma un nipote di Einaudi riuscì a mandarla via con due bottiglie di vermouth. In mezzo a quei libri uno dei figli di Einaudi, Giulio, coltivò il gusto dell’editoria e fece le prime prove sotto la guida del padre, compilando una rivista scientifica che in origine era stata fondata da Francesco Saverio Nitti. EINAUDI è un liberale laico. Dei suoi tre figli, uno è ingegnere a Milano (Roberto, 1906-2004, ndr), e liberale; un altro, editore, è comunista (Giulio, 1912-1999, ndr); e il terzo (Mario, 1904- 1994, ndr), a sua volta professore universitario, è insegnante all’Università di Ithaca (New York), negli Stati Uniti, dove si è stabilito. Einaudi ha spesso viaggiato per ragioni di studio e per necessità di rapporti con gli ambienti internazionali economici e universitari. Dopo 1’8 settembre 1943 riuscì a riparare in Svizzera. Il giorno 12, una persona amica si presentò al dottor Costanze Einaudi, a Torino, e gli disse: «Vuoi salutare tuo fratello?». Luigi sostava per qualche ora nascosto all’Accademia delle scienze. Dopo il 25 luglio era stato in contatto con Marcelle Soleri (ministro del Tesoro nei tré governi del 1944-1945, ndr). A Basilea tenne conferenze, scrisse e intensificò i rapporti con i liberali fuoriusciti. Caduta Roma, prese posto nel primo aereo che riportò in Italia anche Francesco Camelutti, Tommaso Gallarati Scotti e Gustavo Colonnetti. All’inizio si parlò di affidargli l’ambasciata a Washington, poi fu nominato governatore della Banca d’Italia e non fece nulla per avere l’appartamento di rappresentanza requisito dagli Alleati. Scelse quattro stanze in un’ala tranquilla del palazzo: non gli occorreva altro. A Roma, sopravvenuti gli incarichi di governo, Einaudi ha fatto l’abitudine all’automobile, che prima non aveva mai usato. Con il cinematografo fece conoscenza soltanto sette, otto anni fa. È stato definito uomo metodico, e tuttavia non è abitudinario. Piuttosto conosce l’arte di utilizzare il tempo, e ogni volta stabilisce un metodo secondo le necessità. Quando risiedeva a Torino, la sua giornata incominciava presto, del resto come adesso. Alle 7 era in piedi, alle 8 sedeva al lavoro dopo aver fatto un po’ di ginnastica. Se non aveva lezione al mattino, rimaneva in biblioteca fino all’ora di pranzo. Bisognava chiamarlo cinque o sei volte, perché era sempre sul punto di concludere un periodo o finire un’annotazione. A tavola leggeva il giornale. Lo ha letto fino a poco tempo fa. Adesso la moglie gli prepara i giornali a pacchi e lo aiuta a sceglierli. Di giorno non vede nessuno, gli piace ricevere dopo cena pochi amici (che dal 1924 diminuirono), ai quali offriva il caffè e un bicchiere di Barolo. Chiacchierare non gli piace, e non ha mai tollerato conversazioni dispersive. Ha invece sempre ascoltato con la massima attenzione persone che avessero qualche competenza su argomenti specifici, a cominciare dai suoi contadini. Usciva due o tre sere per settimana, andava al Caffè degli Specchi per incontrare i colleghi. Qualche volta gli piaceva ascoltare la commedia, mai la musica. Alle 23.30 si coricava. Si è sempre nutrito sobriamente, dovendo da qualche anno rinunziare agli zuccheri e ai farinacei: il suo regime è la bistecca. Fino a una settimana fa, tutte le mattine alle 11, sua moglie gli ha preparato una tazza di brodo con un rosso di uovo. Einaudi ha passioni da collezionista. A Dogliani ha raccolto mobili antichi, acquistati nei dintorni; aveva fama d’esser buon ricercatore, diffidentissimo prima di decidere. E per anni ha acquistato tutte le ceramiche di Vinovo che gli capitavano sotto mano e che ha portato a Roma. Sono raccolte in vetrine illuminate dall’interno. Spesso alla sera, anche nei giorni scorsi, quando gli ospiti stavano per andarsene, Einaudi passando davanti alle vetrine le apriva, toglieva qualche pezzo pregiato e lo mostrava soddisfatto. Federalista, monarchico (al tempo del referendum scrisse un articolo in proposito), Einaudi dovrà assoggettarsi a cerimonie rappresentative, dalle quali la sua indole lo ha sempre tenuto lontano. Sua moglie, quando ha saputo che era venuto il momento di andare al Quirinale, ha detto: «Peccato, proprio adesso che incominciava a crescere l’orto in via Tuscolana». La signora Ida è la migliore allieva del marito e lo ha sempre assecondato. Un giorno che era in giardino con suoi familiari e una nipotina le chiese di imparare a cucire, la nonna non acconsentì. «È giusto», disse qualcuno. «È troppo piccola e si pungerebbe». «Sì», rispose la signora Einaudi, «e poi se lascia cadere l’ago nella ghiaia, è difficile ritrovarlo».