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 2012  marzo 01 Giovedì calendario

Segretario del Pci no, capo dello Stato sì – VIVO A ROMA e abito a Testaccio, che i vecchi comunisti della mia generazione, e anche di quelle immediatamente successive, quando parlano di politica citano sempre con orgoglio come il loro quartiere "rosso antico": quello in cui il Pci conseguiva la maggioranza assoluta

Segretario del Pci no, capo dello Stato sì – VIVO A ROMA e abito a Testaccio, che i vecchi comunisti della mia generazione, e anche di quelle immediatamente successive, quando parlano di politica citano sempre con orgoglio come il loro quartiere "rosso antico": quello in cui il Pci conseguiva la maggioranza assoluta. Negli anni scorsi Giorgio Napolitano spesso, di sabato e di domenica, veniva a Testaccio per fare con me una passeggiata e chiacchierare del più e del meno, bevendo anche un caffè nel bar che fa angolo tra via Marmorata e via Branca, dove lavorava un anziano barista comunista che ci accoglieva con affetto. Quando quel barista si trasferì, lavorando sempre alla macchina del caffè in un locale vicino, sempre in via Marmorata, gestito da una simpaticissima cinese, con Giorgio abbiamo cambiato bar. Intanto Napolitano era stato eletto presidente della Repubblica e la sua persona aveva assunto un rilievo che prima non aveva: per i giornali che debbono munirsi di scoop sulle passeggiate del capo dello Stato, ma anche per i testaccini, e non solo gli ex comunisti. Oggi ne parlo per introdurre un discorso sul presidente, chiestomi da L’Europeo, nel momento in cui, nella vicenda politica italiana, il suo ruolo ha assunto un rilievo eccezionale. Comincio ricordando che Napolitano (come me) in passato non è stato per i comunisti di Testacelo e dintorni un riferimento: persona e dirigente molto rispettato ma anche un po’ "sospetto", soprattutto negli anni del conflitto politico tra Pci e Psi, tra Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer. E non solo nei quartieri romani. È noto, del resto, che l’ala "migliorista" del Pci (espressione sprezzante per la sinistra comunista, ma non per me che la considero una medaglia al valore) era una minoranza, anche se in essa militavano persone che avevano avuto un ruolo rilevante nella vicenda politica del Pci. Faccio solo pochi nomi. Napolitano era stato nella dirczione del Pci con Palmiro Togliatti, poi coordinatore unico tra la segreteria e l’ufficio politico con Luigi Longo segretario, responsabile del settore economico, della sezione di organizzazione, della commissione culturale negli anni di Berlinguer di cui fu stretto collaboratore e anche capogruppo alla Camera dei deputati. Paolo Bufalini (migliorista) era stato nella segreteria del Pci con Togliatti, Longo e Berlinguer; intellettuale di grande spessore, latinista e grecista, anche lui strettissimo collaboratore di Berlinguer. Gerardo Chiaromonte era stato coordinatore della segreteria con Berlinguer e capogruppo al Senato. Luciano Lama, dopo Giuseppe Di Vittorio, era stato il più popolare dirigente sindacale italiano. ANCH’IO HO UNA STORIA di rilievo nel Pci: nella direzione e nella segreteria con Togliatti, Longo e Berlinguer, direttore de l’Unità, parlamentare di lungo corso. Potrei continuare con le biografie, anche dei più giovani miglioristi: Gianni Cervetti, nella segreteria con Berlinguer, era il più autorevole esponente del Partito comunista a Milano e in Lombardia, come Gianni Pellicani a Venezia. E la generazione ancora più giovane – quella di Umberto Ranieri, Enrico Morando e tanti altri dirigenti del Pci, del sindacato, della cooperazione, del movimento contadino, degli artigiani – ha avuto un ruolo rilevante negli anni della segreteria di Alessandro Natta e poi di Achille Occhetto. Come spiegare che c’è stato un momento in cui questi militanti e dirigenti del Pci, tra cui Napolitano, sono stati "emarginati" e guardati con sospetto? Il "sospetto" nasce tra il 1980 e il 1981. Per capire bene i fatti, una premessa. La fine della politica della solidarietà democratica –impropriamente definita del "compromesso storico", avviata dopo le elezioni del 1976 (anno in cui il Pci toccò la vetta elettorale del 34,4%), espressa dal governo della "non fiducia" presieduto da Giulio Andreottì e indicata come la politica dell’asse Moro-Berlinguer – sostanzialmente si concluse con l’assassinio del presidente della De nel maggio 1978 anche se il governo si dimise nove mesi dopo, il 31 gennaio 1979. In primavera si svolsero le elezioni politiche. Nonostante la flessione elettorale, il Pci, sceso al 30%, confermò la linea politica della solidarietà nazionale anche con il congresso svoltasi dopo quella tornata elettorale. Teniamo presente che nel 1976 Craxi era stato eletto segretario di un Psi elettoralmente ridotto a meno del 10% e la sua politica si riassumeva nell’esigenza di riguadagnare spazio politico tra quello occupato dalla De e dal Pci che, insieme, ottennero il 72% dei voti espressi. Non è questa la sede per ripercorrere, in quella fase, le tappe della conflittualità tra Pci e Psi. Mi interessa ricordare che il 27 novembre del 1980 – dopo il terremoto che sconvolse la Campania e la Basilicata e dopo una serie di scandali che avevano indotto anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini a pronunciare parole dure – Berlinguer convocò una direzione del Pci per dire che le risposte e i comportamenti del governo erano "deludenti" (e questo era vero), e occorreva una svolta politica, la quale fu genericamente definita "alternativa democratica", ma senza alcun riferimento ai partiti e collocando il Pci come "perno" di un governo di "salvezza della Repubblica", chiamando a raccolta «le energie migliori della democrazia italiana, uomini capaci e onesti dei vari partiti e anche fuori di essi». La discussione su quel testo di risoluzione fu aspra; per la prima volta si definì uno schieramento apertamente critico nei confronti del segretario. La risoluzione fu in parte cambiata, ma il dissenso sulla prospettiva del Pci rimase. La questione di cui parlo ha un rilievo anche perché, in occasione dell’anniversario della famosa intervista rilasciata da Berlinguer a Eugenio Scalfari sulla "questione morale" (28 luglio 1981), il quotidiano dipietrista II Fatto Quotidiano ha scatenato una violenta campagna contro Napolitano. E due redattori di quel giornale hanno scritto sul tema due libri per dire che in quegli anni la rottura tra Napolitano e Berlinguer si era consumata sulla questione morale. Balle. IL DISSENSO INVECE, come ho accennato, si manifestò sulla prospettiva politica e quindi anche sulla collocazione che la questione morale aveva nell’insieme dei problemi politici e sociali aperti, non isolandola dal contesto generale. Il dissenso certo si acuì perché mise in discussione il rapporto con il Psi, in un momento in cui Craxi conquistava la presidenza del Consiglio e, per affermarsi come forza di governo che tende a espandersi al centro, attaccava il Pci. E lo faceva su tutti i terreni. Mentre il Pci – temendo un egemonismo socialista alla Francois Mitterrand (anche se le due personalità e le loro politiche erano diverse) – tese a presidiare il suo territorio, l’area della sinistra, a qualsiasi costo. In questo quadro va ricordato che furono i "berlingueriani di ferro" e i "craxiani d’acciaio" a rappresentare simmetricamente un segretario del Pci antisocialista e filodemocristiano. Alla vigilia delle elezioni del 1983 (Enrico morì nel 1984) Berlinguer e Craxi si incontrarono alle Frattocchie con le relative delegazioni elaborando un comunicato (che io ho ripubblicato sulla rivista Le ragioni del socialismo) in cui si leggono giudizi politici e proponimenti comuni. Voglio dire che i rapporti si inasprirono nel momento in cui Craxi fu nominato presidente del Consiglio (dopo le elezioni del 1983). È da ricordare anche, per capire lo stile di lavoro e di rapporti che vigevano nel Pci, che in quella data Giorgio Napolitano era presidente del gruppo parlamentare alla Camera, Gerardo Chiaromonte presidente del gruppo al Senato e io ero direttore de l’Unità (tre miglioristi). Ero stato nominato a quell’incarico nel 1982 su proposta di Enrico Berlinguer, con il quale avevo avuto dissensi politici anche rilevanti, e con il voto della direzione e del comitato centrale del Pci. Tuttavia, il dissenso tra Napolitano e Berlinguer si ripropose nel corso della vicenda politica che caratterizzò la presentazione del decreto sul taglio della scala mobile. Napolitano e Rino Formica (presidente del gruppo socialista) avevano raggiunto un’intesa per la modifica del decreto, ma Enrico e Craxi dissero no. In quell’occasione Berlinguer ritenne che Napolitano mantenesse una posizione non coincidente con il carattere che il Pci aveva dato all’opposizione a Craxi e al suo governo. E, in questo contesto, il capogruppo aveva maturato la decisione di dimettersi dall’incarico proprio quando Enrico fu colpito dall’ictus che lo stroncò. Ne parlo perché ancora oggi la questione è da alcuni riproposta per attaccare Giorgio Napolitano. Sono solo schegge. Ma hanno un significato. A distinguersi, come dicevo, è il gruppo che fa capo a II Fatto Quotidiano, il giornale di Antonio Padellare e Marco Travaglio. Un giornale che si presenta come berlingueriano, ma ignora la storia di un confronto che nel Pci ebbe una valenza tutta politica, tra compagni che erano stati, insieme, protagonisti del "revisionismo" comunista, soprattutto dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Ma torniamo a Napolitano, il quale nella sua biografia scrive: «Per me personalmente, la seconda metà degli anni Settanta fu ricca di stimoli per il riconoscimento dei limiti culturali e politici della mia formazione nel Pci». E chiarisce: «Ci scoprimmo storicamente debitori di un’attenzione a suo tempo non prestata al pensiero e al ruolo di John Maynard Keynes e delle esperienze degli anni Trenta: dal New Deal rooseveltiano negli Stati Uniti alle prime politiche di governo socialdemocratiche in Europa». Napolitano è stato fra noi quello che con più coerenza si è impegnato su questo fronte con studi, incontri e relazioni con partiti, personalità, università, istituzioni varie in Europa e negli Stati Uniti. Ma era anche, ’’strutturalmente", votato a questo impegno che si congiungeva con quello che dedicava alle istituzioni parlamentari italiane ed europee. Fra l’altro Giorgio è stato deputato dal 1953, presidente del gruppo parlamentare, presidente della Camera, deputato europeo e presidente della Commissione per le istituzioni nel Parlamento europeo, ministro degli Interni, senatore a vita e ora presidente della Repubblica. Non credo che nel mondo politico italiano ci sia un’altra persona che, come Napolitano, conosca la Costituzione, la legislazione italiana, il funzionamento delle istituzioni, i regolamenti parlamentari, la prassi e le consuetudini del sistema politico: è stato uomo delle istituzioni, prima di essere uomo di partito. Questa cultura delle istituzioni – nutrita da una conoscenza e un’attiva partecipazione alle lotte sociali, sempre intrecciate con i problemi attinenti allo sviluppo economico, che hanno caratterizzato la storia di questo Paese, nella sua Napoli, nel Sud, ma anche nel Paese in generale – ha segnato anche l’impegno di Napolitano presidente della Repubblica. E il suo attivo rapporto, sin da ragazzo, con il mondo del teatro, del cinema, della letteratura (nel Pci è stato anche responsabile del lavoro culturale) è l’altro lato della complessa personalità di Napolitano. Il quale è un gran "pignolo": non stupisce il fatto che anche al Quirinale scriva a mano tutti i suoi discorsi (in italiano, in inglese o in francese), così pure le lettere e anche i telegrammi. Questi cenni biografici mi servono non a magnificare, come amico, le qualità intellettuali e l’impegno nel lavoro di Napolitano, ma a sottolineare che nonostante la sua storia politica e le sue qualità personali, come ho detto, nel Partito comunista fu un dirigente "stimato ma sospettato" e non ebbe mai i consensi necessari per fare il segretario del partito. Nemmeno dopo la caduta del Muro di Berlino, quando la storia e la logica politica avrebbero dovuto fare approdare la svolta della Bolognina (l’annuncio dello scioglimento del Pci, ndr) nell’alveo del socialismo democratico europeo. Occhetto fece la svolta sei mesi dopo il XVIII Congresso del Pci (marzo 1989) in cui aveva inaugurato il "nuovo Pci"; e potè farla grazie all’adesione del gruppo storico autorevole che si radunò, con Napolitano, nell’area riformista. L’altro pezzo storico del Pci (Pietro Ingrao, Giancarlo Pajetta, Alessandro Natta, Aldo Tortorella, Armando Cossutta e altri) disse no alla Bolognina. Se Antonio Giolitti, il quale nel 1989 era senatore indipendente eletto nelle liste del Pci, fosse stato nominato presidente del partito e Napolitano segretario, la credibilità del nuovo partito come forza nel socialismo europeo non sarebbe stata messa in discussione. Ma la proposta di Giolitti, da me avanzata a Occhetto attraverso Claudio Petmccioli, non fu presa in considerazione. Napolitano e l’area riformista furono considerati temporaneamente alleati ma storicamente avversari. Oggi i vecchi comunisti di Testacelo, come quelli di ogni quartiere e paese, come tantissimi cittadini di ogni parte politica dicono: «Meno male che Giorgio c’è». Ecco perché il quesito che, riflettendo sul passato e sul presente, si pone è questo: le ragioni per cui Napolitano non potè mai essere eletto segretario del Pci sono le stesse che gli hanno invece consentito non solo di essere eletto presidente della Repubblica, ma di esercitare le sue funzioni con un senso tale delle istituzioni da meritare consensi così larghi e convinti? Capisco che è un quesito che pone una critica pesante al Pci, ma francamente e onestamente è un quesito da porre. E lo pongo a me stesso è a tutti coloro che riflettono sulla complessa storia del Pci e anche della cosiddetta Seconda Repubblica.