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 2012  febbraio 29 Mercoledì calendario

Produrre in Italia, vendere in Usa – È sempre più a rischio la sopravvivenza dei cinque stabilimenti italiani della Fiat dove vengono prodotte autovetture: Melfi, Cassino, Mirafiori, Pomigliano e Atessa

Produrre in Italia, vendere in Usa – È sempre più a rischio la sopravvivenza dei cinque stabilimenti italiani della Fiat dove vengono prodotte autovetture: Melfi, Cassino, Mirafiori, Pomigliano e Atessa. Dopo l’intervista al Corriere della Sera, l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha alzato ancora, ieri, l’asticella della «fattibilità» degli investimenti italiani del gruppo: «Ho detto che noi avevamo intenzione di stabilire una politica industriale che dava l’opportunità agli stabilimenti italiani, se fossimo stati capaci di raggiungere un livello di produttività adeguata per competere a livello internazionale, di utilizzare quell’infrastruttura per esportare in altri paesi. La Fiat è disposta a mettere a disposizione del paese l’opportunità enorme che si è creata andando in America, ma lo deve fare con condizioni estremamente chiare. Non possiamo confonderci. Io non posso continuare a perdere soldi in Europa semplicemente per mantenere un sistema industriale in piedi che economicamente non ha base». Fin qui la cronaca. Ma quanto vale quell’«opportunità enorme» di vendere in America? La scelta strategica perseguita da Marchionne (produrre in Italia, vendere in Usa) non è stata fatta finora da nessuno. Ci ha provato la Fiat con la Cinquecento, ottenendo un risultato pari alla metà dell’obiettivo. Oltretutto, il costo del trasporto oceanico incide circa il 3% sul prezzo finale. E i prezzi di listino delle vetture sul mercato statunitense sono tradizionalmente più bassi che in Europa. Per esempio, la Bmw 328i, uno dei modelli-cardine del colosso tedesco, viene venduta in Europa (con differenze minime tra Germania, Italia e gli altri paesi) a 38.950 euro. Negli Usa, la stessa vettura, con l’allestimento più «difensivo» imposto dalle normative locali, viene venduta a 34.900_ dollari. Pari a 26.400 euro. La stessa Fiat Cinquecento, nella versione più diffusa, viene venduta in Italia tra gli 11 e i 12 mila euro; negli Stati Uniti tra i 15 e i 16 mila dollari, pari appunto a circa 11-12 mila euro. Insomma, il mercato europeo dell’auto ha il valore medio unitario più alto del mondo. E nel nostro continente, a vendere auto (quelle poche che si riescono ancora vendere) si incassa più che in America. Dove, peraltro, il costo del lavoro è più alto che da noi: con un rapporto di 142 contro 100. Insomma, nell’insieme si potrebbe dire che è come se nel settore automobilistico il cambio euro-dollaro fosse in parità 1 a 1. Le vetture europee più vendute in Nord America sono quelle di marca tedesca. Ma la Bmw si limita a fabbricare in Europa solo i motori destinati agli Usa, le automobili le produce (e assembla il tutto) nello stabilimento americano di Spartanburg. La Mercedes produce in Alabama. La Volkswagen in Messico. Toyota e Honda producono in loco con i loro transplant. Ma allora? Se la sfida di produrre in Italia e vendere in America sarà persa, o magari neanche giocata, cosa accadrà a due dei cinque stabilimenti italiani della Fiat? L’ha già fatto capire Marchionne, sempre ieri, anticipando di fatto lo scenario della prossima emergenza: il problema dell’eccesso di capacità produttiva in Europa, ha detto, «richiede uno sforzo congiunto coordinato dei paesi europei, non può essere lasciato a soluzioni nazionali». Insomma, la palla passa a Bruxelles. Per risolvere i problemi della Fiat come quelli della Psa e della Renault. A meno di miracoli, è questione di mesi.