Francesco Merlo, la Repubblica 29/2/2012, 29 febbraio 2012
Quel vigile "Mille euro" nella Roma delle mazzette – E così anche la faccia bonaria di Roma, la faccia del pizzardone, è diventata feroce, la faccia der boiaccia
Quel vigile "Mille euro" nella Roma delle mazzette – E così anche la faccia bonaria di Roma, la faccia del pizzardone, è diventata feroce, la faccia der boiaccia. Si sa che il vecchio Mastro Titta del Rugantino faceva il boia ma era bonario. Ebbene ora i vigili urbani, la divisa amica degli italiani, l´autorità che non fa mai paura, il piccolo eroe che seda e calma, insomma il bonario di Roma è er boiaccia de Roma. E non è solo la linea della palma, quel retrocedere della civiltà e quell´avanzare del deserto che Leonardo Sciascia profetizzava per Roma e, a poco a poco, per l´intera Italia «che sta diventando Sicilia». È infatti una novità anche per il Sud il pizzardone che nel gergo popolare diventa «mister mille euro». La polizia di Roma Capitale e l´intero ufficio tecnico del primo municipio decapitati per un´indagine della magistratura su un giro di mazzette che ha coinvolto cinque vigili urbani indagati per concussione, non sono più contagio mafioso ma sono creatività, sono mafia alla romana. Mai in Sicilia i vigili urbani erano stati usati come squadre di malacarne per taglieggiare sistematicamente il commercio. Neppure Riina e Provenzano, che pure hanno corrotto questori, magistrati e secondini, avevano mai avuto a libro paga cosche di poliziotti municipali, mai erano riusciti a convertire l´ufficio-licenze del Comune in ufficio-tangenti, mai avevano trasformato i dirigenti e gli impiegati in contabili del pizzo, custodi del tariffario delittuoso, come ha raccontato un commerciante ai cronisti di Repubblica: «Volevano tremila euro per allontanare il carrettino di un fastidioso ambulante pakistano …». Ovviamente corrotti ce ne sono sempre stati anche tra i vigili urbani, per non parlare di raccomandati, clienti e imbucati. E quel Giuliani che li comanda tutti, colpevoli e innocenti, male portando il nome dell´eroico sindaco di New York, dovrebbe comunque dimettersi, farsi carico della responsabilità per semplice senso del dovere. Se è vero che non c´entra nulla tra qualche tempo Roma verrà a riprenderselo con la fanfara. L´ostinazione, il restare a tutti i costi su quella poltrona mentre la magistratura indaga è un comportamento colpevole. In Italia solo i galantuomini si dimettono prima di esservi costretti. Tanto più che qui si intravede una nuova intelligenza criminale, appunto alla romana, in una Roma senza intelligenza politica e amministrativa. Nella città di Alemanno il solo dinamismo è quello dell´infezione che dilaga. Roma è una lunga catena di scandali sempre più sorprendenti. È il romanzo criminale di un sindaco che nella campagna del 2008 aveva cavalcato la paura ed era stato eletto all´insegna della sicurezza. Era riuscito a convincere i romani che il supplizio di Giovanna Reggiani alla stazione di Tor di Quinto, e lo stupro della ragazza del Lesotho alla Storta fossero i tragici effetti collaterali del buonismo veltroniano, il male oscuro di una città che puntava solo al luccichio del cinema e delle notti bianche. Alemanno arrivò - ricordate? - a promettere un braccialetto anticrimine per ogni donna di Roma! Ebbene, a distanza di quattro anni si ritrova a capo di una città sanguinaria e corrotta, incapace di affrontare la pioggia e la neve, sino al ridicolo di farsi fotografare mentre spala il sale… da cucina, e di pronunziare quella che è diventata una frase cult dell´umorismo postsordiano: «I pini di Roma crollano perché non sono abituati a sostenere la neve». «Gli scienziati - scriveva ancora Sciascia nel lontano 1960 - dicono che la linea della palma viene su, verso il Nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno». Ebbene, in questi cinquanta anni Roma ha importato violenze, stupri e mafie internazionali, ma è nel tempo sfortunato di Alemanno che sono arrivate le ammazzatine in pieno centro, i rapinatori cocainomani che uccidono i bambini, il pizzo sistematico nei negozi e l´abbandono delle periferie al controllo della bande criminali come ha denunziato la Dda. Diciamo la verità: in un contesto così degradato, con gli azzoppamenti e le esecuzione in strada, con un gioielliere ammazzato nel cuore del quartiere Prati, con le battaglie per l´egemonia a raffiche di calibro 9, con quel ragazzo ucciso a colpi di mazza da baseball, pensavamo che non ci saremmo più meravigliati di nulla. E invece il racket imposto dai vigili urbani è una trovata che di nuovo ci stupisce perché anche nelle città più calde e più a rischio il vigile non ha mai l´antropologia da combattimento del carabiniere, è addestrato per mettere pace e prendere le misure degli incidenti, per vigilare appunto, per rassicurare e non per mettere in guardia. I vigili sono i signori dell´educazione civica, delle strisce pedonali, dei semafori, delle file ordinate. Si sa che la corruzione e la mafia, quando dilagano, contagiano anche le forze dell´ordine: a Chicago come a Palermo vige la regola ferrea che bisogna soltanto pagarli e tenerli a distanza, fuori dalla porta, secondo il principio che il cane da guardia deve avere il suo osso. Ma i vigili urbani in Italia sono come i pompieri in America. Neppure alla Vucciria e a San Cristoforo li chiamano sbirri. Perciò questo scandalo suona come una bestemmia in chiesa, come se una maestra d´asilo derubasse i suoi bambini. E davvero sembra che solo i guai a Roma siano rimasti vivi, vivissimi, e ogni danno figlia un altro danno peggiore, ogni disastro un altro disastro più grave. E se il municipio non è ovviamente alla regìa, di sicuro non mette alcun riparo, dilagando anzi dal comparaggio al familismo, dalla superficialità politica all´inettitudine amministrativa, fino ai corridoi degli uffici dove a beneficio delle telecamere delle Jene ciondolano gli impiegati portando cespi di lattuga per quell´immancabile odore di minestrone che a Roma è tipico di ogni pasticciaccio.